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Manfredonia Ricordi: “Il richiamo del sangue nel Tavoliere: l’odissea di Carlo Guerra”

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Manfredonia Ricordi: “Il richiamo del sangue nel Tavoliere: l’odissea di Carlo Guerra”

MANFREDONIA, 1885 – Una storia che sembra scritta dal destino, un legame spezzato dalla necessità e ricucito dal caso tra le spighe dorate della Capitanata. È la memoria di Carlo Guerra, nato in via San Francesco a Manfredonia, figlio di un bottaio, un uomo che dovette sfidare il silenzio di vent’anni per ritrovare le proprie radici e la propria dignità.


Tutto ebbe inizio proprio in quella bottega di Via San Francesco. Lorenzo Guerra, stimato bottaio, e sua moglie Concetta Fabrizio vivevano della propria nobile arte artigiana. Il destino, però, fu spietato: Carlo nacque il 15 luglio 1885, ma la gioia durò poco. La madre Concetta morì il 3 febbraio 1886, quando il bambino aveva appena sei mesi.


Lorenzo, rimasto solo con tre bambini (Giuseppe di anni 10, Filomena di anni 7 e Tommaso di anni 4) e un neonato, cadde nella disperazione. In quel tempo, a Manfredonia, giungevano spesso degli ambulanti da Fasano. Viaggiavano con carretti colmi di mercanzie come pentole, fazzoletti e aghi, scambiando questi beni con i capelli delle donne contadine, che venivano poi venduti per creare parrucche signorili. Una coppia di questi mercanti, senza figli, propose a Lorenzo un patto straziante: “Dateci il bambino, lo cresceremo noi come fosse nostro”. La promessa era di riportarlo in visita ogni sei mesi.


Erano i mesi in cui l’Italia veniva sferzata da una violenta epidemia di colera asiatico e la morte bussò di nuovo alla porta dei Guerra: il 14 aprile 1886, appena due mesi dopo la moglie, morì anche Lorenzo.


Tuttavia, quando gli ambulanti tornarono circa sei mesi dopo e scoprirono che anche Lorenzo era morto, la situazione precipitò. Temendo che qualcuno potesse reclamare il bambino, la coppia decise di interrompere ogni contatto con la città, portando via Carlo e sparendo nel nulla per paura di perderlo.


Passarono i decenni. Carlo crebbe a Fasano con il nome di Carlo Pinto, ignaro delle sue origini. Nel frattempo, i suoi fratelli biologici, Giuseppe e Tommaso, erano diventati uomini. Un giorno, durante la stagione della mietitura, i due si recarono nel Foggiano, dove il Tavoliere delle Puglie richiamava braccianti da ogni dove.
Tra un manipolo di spighe e l’altro, i fratelli Guerra iniziarono a chiacchierare con un gruppo di lavoratori forestieri. “Da dove venite, paisà?”, chiesero. “Da Fasano”, risposero quelli. A quel nome, il cuore di Giuseppe e Tommaso ebbe un sussulto: “Noi abbiamo perso un fratello a Fasano, fu portato via in fasce vent’anni fa”.


I braccianti fasanesi si guardarono increduli. Uno di loro si fece avanti e indicò un giovane bruno, impegnato nel lavoro: “Quel ragazzo è con noi. Al paese si dice che sia stato adottato da piccolo”.


L’incontro fu teso, carico di sospetto e commozione. Carlo non voleva crederci. Come potevano quegli sconosciuti pretendere di essere la sua famiglia? Eppure, guardandoli, la fisionomia non mentiva: i lineamenti dei Guerra erano scolpiti anche nel suo volto. I compagni di lavoro lo incalzarono: “Carlo, questa storia a Fasano la sappiamo tutti; forse sei l’unico a cui non è mai stata detta”.
Tornato a Fasano, Carlo pretese la verità. I genitori adottivi inizialmente negarono, ma davanti alla sua determinazione dovettero cedere. La rabbia di Carlo esplose: si sentì tradito da chi amava e umiliato per essere stato chiamato con un nome non suo, un “bastardo di una terra che non era la sua”. Senza voltarsi indietro, raccolse le sue poche cose e si mise in cammino verso Manfredonia. Non era più Carlo Pinto, il figlio degli ambulanti; tornava a essere Carlo Guerra, il figlio del bottaio. Tornava a casa, riprendendosi quel cognome e quell’identità che il destino aveva provato a portargli via, ma che il sangue aveva saputo difendere.
Pochi anni dopo il suo ritorno, la coppia di ambulanti (che continuava i propri giri commerciali sul territorio) si presentò nuovamente a Manfredonia. Cercarono Carlo in un ennesimo, disperato tentativo di convincerlo a tornare a Fasano, arrivando a promettergli di lasciargli tutti i loro beni alla loro morte. Erano stati loro, anni prima, a portarlo via per paura, e ora cercavano di riappropriarsi di quella vita che avevano spezzato; ma Carlo, ormai consapevole, non si fece convincere.


Solo col tempo Carlo comprese appieno la natura di quel rapporto. Nonostante fossero benestanti e possedessero immobili, alla loro morte non gli lasciarono nulla, nemmeno un “pezzo di pane”. Inoltre, in passato, lo avevano supplicato di restare definendolo la loro “unica vita”. Per Carlo, quella fu la conferma definitiva che il legame costruito sulla menzogna non aveva valore di fronte alla verità.


Tornato tra i suoi fratelli Giuseppe, Tommaso e Filomena, Carlo chiuse finalmente quel cerchio aperto tragicamente nel 1886. Si lasciò alle spalle il cognome Pinto per riprendersi con orgoglio quello di Guerra. A Manfredonia, Carlo intraprese il mestiere di calzolaio e arrotino, ricostruendo la propria esistenza. Tuttavia, dopo aver trovato l’amore sposando Margherita Rella, dalla cui unione nacquero i loro figli. Carlo Guerra non era più un orfano del destino, ma un uomo che aveva saputo reclamare il proprio cognome, la propria famiglia e la propria storia, trasformando il dolore del passato nella forza del suo presente.
Da una storia vera

1929 – Carlo Guerra e la figlia Anna a due anni

Festa nel Borgo