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Manfredonia Ricordi: il mistero del tesoro dei Briganti di San Leonardo

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Manfredonia Ricordi: il mistero del tesoro dei Briganti di San Leonardo

C’è un luogo, a pochi chilometri da Manfredonia, dove le pietre sembrano avere memoria. L’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara (o di Siponto) è stata per secoli un faro incastonato lungo la Via Sacra Langobardorum. Le sue mura, con il celebre Hospitalis, hanno offerto rifugio e ristoro ai passi pesanti dei Crociati e alle folle dei pellegrini. Per loro, San Leonardo rappresentava l’ultima tappa obbligatoria, l’ultimo conforto prima di affrontare la salita verso la grotta dell’Arcangelo Michele sul Gargano per invocare la sua protezione, prima di proseguire il lungo cammino verso la Terra Santa. Eppure, dietro questa maestosa bellezza romanica e il suo ruolo di custode del sacro, si nasconde un’anima inquieta, fatta di tesori nascosti e verità sepolte. Se le sue mura potessero parlare, racconterebbero una storia che attraversa tre secoli, divisa tra il cielo del portale e il buio della terra.
Il primo episodio di questa storia ci riporta all’indomani dell’Unità d’Italia, nell’Ottocento violento del brigantaggio. Una banda di fuorilegge, braccata da un drappello di Carabinieri a cavallo, trova rifugio nell’abbazia trasformandola in una fortezza improvvisata. In quel periodo l’abbazia conservava ancora gran parte delle mura di cinta e fu un ottimo rifugio per i briganti. Hanno con sé una borsa di pelle ricolma d’oro, frutto di razzie nelle chiese e nelle masserie del Gargano.


L’assedio fu lungo, tra urla e scambi di fuoco; nel frattempo giunsero altri rinforzi di Carabinieri e della Guardia Nazionale. Avendo ben circondato il sito, i briganti non avevano più via di scampo. Capendo che la cattura era imminente, la banda concepisce un piano disperato per sottrarre l’oro alla giustizia, con la speranza che, se qualcuno di loro l’avesse fatta franca, sarebbe tornato a recuperarlo.


I fuorilegge ideano un piano cinico: scavano una buca profonda nei pressi del portale e vi depongono la borsa colma di preziosi, coprendola con un po’ di terra, e vi adagiano sopra il cadavere di un loro compagno ucciso in battaglia. Sapevano che nessuno, per superstizione o rispetto cristiano, avrebbe mai osato profanare una tomba fresca per scavare ancora più a fondo. Era la protezione perfetta, il morto a guardia dell’oro.


L’esecuzione e il testimone
Dopo ore di resistenza disperata tra le mura dell’Abbazia, la resa non portò clemenza e il destino della banda fu segnato. Mentre il tesoro restava sepolto nel silenzio sotto il corpo del compagno caduto, per i superstiti non ci fu pietà. I Carabinieri e le guardie, secondo le leggi speciali per la repressione del brigantaggio, decisero per l’esecuzione immediata.
Tre dei quattro briganti rimasti furono immediatamente fucilati contro il muro di cinta dell’Abbazia. Ancora oggi, osservando con attenzione le pareti esterne, si possono scorgere i fori dei proiettili impressi sul muro, testimonianza muta di un’esecuzione sommaria. Accanto a questi segni, piccole croci rudimentali e iniziali incise sulla parete ricordano il punto esatto della caduta: segni di una pietà popolare che vedeva in quegli uomini non solo criminali, ma ribelli.
Il quarto uomo, ferito e poco più che ragazzo, scampò alla fucilazione e fu rinchiuso nel carcere di Lucera. Fu risparmiato forse per la giovane età o in cambio di informazioni, ma il prezzo della sua vita fu il silenzio delle sbarre di Lucera. Fu lui l’ultimo testimone a tramandare il segreto, di cella in cella, dai corridoi bui di una prigione, trasformando quella tragedia in leggenda e raccontando a qualche amico fidato che, una volta libero, avrebbe potuto recuperare la borsa colma d’oro nascosta sotto il cadavere del brigante ucciso in combattimento.


Il Segreto
Il segreto rimase sepolto tra le ombre del carcere e la polvere dell’Abbazia per quasi cent’anni. Ma le leggende hanno radici profonde e sono destinate a riemergere.
Il ragazzo restò solo con il suo segreto, mentre il silenzio calava sui compagni fucilati e sulla borsa d’oro sepolta sotto un cadavere.

Tratto da una storia vera