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Manfredonia, la crisi delle scuole come “Fabbrica delle Disuguaglianze” – Analisi e Proposta

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Manfredonia, la crisi delle scuole come “Fabbrica delle Disuguaglianze” – Analisi e Proposta

Il Circolo Vizioso del Sud: Il caso Manfredonia come paradigma: dalla “Fabbrica delle Disuguaglianze” a un nuovo Patto per l’Istruzione.

Non ci troviamo in una narrazione distopica, bensì a Manfredonia, snodo nevralgico della Puglia. In queste settimane, come riportano le cronache, gli studenti del Liceo “Galilei Moro” e di altri istituti sono stati costretti a evacuare le aule. Non per un’esercitazione, ma per il collasso fisico dei luoghi del sapere: pioggia che filtra dai tetti, muffa che colonizza gli angoli, riscaldamenti inattivi che obbligano a fare lezione con i giubbotti.

Questa immagine, secchi per raccogliere l’acqua dove si dovrebbe raccogliere conoscenza, è molto più di un disagio locale. È la perfetta rappresentazione scenica di quel Circolo Vizioso che frena l’intero Mezzogiorno. La crisi non è mai isolata: la povertà educativa (scuola), l’impoverimento culturale (territorio) e il disimpegno civico (democrazia) sono nodi interconnessi di una stessa catena. Manfredonia oggi è il palcoscenico dove questa “patologia sistemica” si manifesta in tutta la sua crudezza.

La scuola dovrebbe essere il “grande ascensore sociale”. Al Sud, come dimostrano i dati e come vediamo a Manfredonia, rischia di diventare la “Fabbrica delle Disuguaglianze”. Il problema non è solo l’acqua dal soffitto, ma ciò che essa comporta: il “deficit di tempo scuola”. La mancanza di infrastrutture (mense, palestre, laboratori, biblioteche) impedisce il tempo pieno, sottraendo ore preziose di apprendimento. Quando gli studenti di Manfredonia vengono mandati a casa alle 10:30, si attiva quel meccanismo letale definito “dispersione implicita”: ragazzi che formalmente frequentano, ma che accumulano un ritardo di competenze (gap INVALSI) che, secondo le stime, può equivalere a tre anni di scuola persi rispetto ai coetanei del Nord. Smantellare i laboratori per farne aule di fortuna significa privare gli studenti non solo di uno spazio, ma di una didattica di qualità, consolidando quel divario che li renderà, purtroppo con alta probabilità, cittadini di serie B, non certo per mancanza di volontà o desiderio di emancipazione.

In questo scenario di “povertà materiale”, dove le scuole sono strutturalmente carenti, emerge però un fattore di contrasto: il capitale umano. Dirigenti che fungono da cuscinetto tra burocrazia e famiglie, docenti che reinventano la didattica tra i calcinacci e studenti che protestano compostamente rappresentano l’unico argine al degrado. La loro azione è una forma di resistenza contro la rassegnazione. Quando gli studenti gridano «La sicurezza non è un favore, è un diritto», stanno inconsapevolmente citando Nitti: la questione meridionale è una questione di educazione e di morale. Rifiutano di essere parte di quell’esercito di NEET (giovani che non studiano né lavorano) che al Sud tocca il tasso record del 28%.

L’aspetto più inquietante è il legame tra istruzione e democrazia. La scuola fatiscente genera sfiducia nelle istituzioni, alimentando una “democrazia stanca”. Se la Burocrazia risponde alle infiltrazioni con promesse di progetti futuri mentre il presente crolla, si rompe il patto di fiducia. Il cittadino impara presto che la politica è un’entità “distante e inefficace”. Questo vulnus è la radice dell’astensionismo: chi non crede che lo Stato possa riparare un tetto, difficilmente crederà che possa gestire la Sanità o l’Economia. La protesta della Comunità Scolastica di Manfredonia, quindi, è un prezioso tentativo di riattivare l’accountability politica, di chiedere conto a un sistema che sembra aver abdicato al suo ruolo.

Non basta indignarsi, serve agire. Per spezzare la catena e trasformare la scuola da “zavorra” a “motore”, la Comunità di Manfredonia deve farsi promotrice di un cambio di paradigma che vada oltre la singola riparazione .

Non possiamo più attendere la disfunzione per intervenire. Serve istituire un’Anagrafe Pubblica e Trasparente dell’Edilizia Scolastica locale che funzioni, accessibile a tutti, che certifichi lo stato di salute di ogni plesso e calendarizzi gli interventi ordinari, sottraendoli all’arbitrio dell’emergenza.

Le istituzioni non possono decidere chiuse nei palazzi. È necessario un Tavolo Tecnico Permanente che includa non solo burocrati, ma rappresentanze di dirigenti, docenti e studenti. La voce di chi abita la scuola deve pesare nelle scelte di investimento infrastrutturale per garantire che servano davvero alla didattica. Il personale docente e gli studenti dovrebbero essere coinvolti in prima persona per la progettazione di ogni intervento.

I fondi non mancano (PNRR e non solo), manca la visione. Ogni euro speso nell’edilizia scolastica deve avere un obiettivo preciso: restituire il Tempo Pieno, mense, laboratori, biblioteche, palestre. L’obiettivo non è solo avere tetti asciutti, ma scuole aperte tutto il giorno, presidi di legalità e cultura contro la desertificazione sociale.

Il caso del Liceo “Galilei Moro” ci dice che l’investimento infrastrutturale è la precondizione per la tenuta democratica. La comunità scolastica, nelle sue espressioni più vitali e reattive, ci convoca oggi a un’assunzione di responsabilità collettiva: un’azione di consapevolezza civile radicale. Questa non è un’opzione, ma la precondizione assoluta per qualsiasi evoluzione positiva delle comunità del Mezzogiorno.

Ciò che gli studenti rivendicano in questi giorni, con un vigore che ci auguriamo non si disperda, è la presa d’atto inappellabile di un sistema ormai in fase di disfacimento.

L’errore più grave sarebbe rubricare tutto questo alla voce “edilizia”. La questione non è meramente materiale: è politica, civile e culturale. Il riscatto di una Comunità, assediata da forme violente di ignoranza sistemica, transita in via esclusiva attraverso le Scuole. Gli studenti, supportati da un personale costretto a operare tra mille barriere, laddove le istituzioni avrebbero il dovere costituzionale di garantire contesti di pura facilitazione, ci stanno impartendo una magistrale lezione di civiltà.

È imperativo, dunque, ripartire da quel fervore intellettuale che gli studenti stanno coltivando con ostinazione. La cittadinanza intera è chiamata a stringersi a coorte attorno all’autentico cuore pulsante della Polis: le Istituzioni Scolastiche. Esse non possono essere sacrificate sull’altare di sterili logiche contabili né abbandonate all’incuria; devono, al contrario, essere erette a inespugnabili presidi di civiltà. Poiché, come ammoniva Orazio, «Doctrina sed vim promovet insitam / rectique cultus pectora roborant» (L’educazione sviluppa la forza innata e la corretta cultura irrobustisce i cuori): solo blindando i luoghi del sapere potremo garantire la tenuta morale e civile della nostra Comunità.

Francesco Salvemini 

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