
La statua dalla Madonna dagli occhi sbarrati e la storia di Catella
Nei giorni della Festa Patronale saranno in tanti ad entrare nella nostra Cattedrale. Manfredoniani, emigrati tornati a casa, turisti.
Tutti conoscono la nostra Icona della Madonna di Siponto, il quadro che da secoli accompagna la devozione dei sipontini. Ma in Cattedrale c’è anche un’altra Madonna: una statua lignea, la Sipontina, conosciuta anche come la ‘Madonna dagli occhi sbarrati’.
Quando entrerete in Cattedrale, cercatela. E guardatela negli occhi. Perché dietro quello sguardo s’intrecciano storia e leggenda.
Siamo a Siponto nel 593 d.C.. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la fiorente colonia era sotto il dominio bizantino.
Catella era una giovane schiava, figlia di Evangelo. Dopo la morte della madre si era dedicata al padre con amore e premura. Anche Evangelo viveva in condizione servile e, uomo laborioso e di profonda fede, aveva scelto di dedicarsi a Dio servendo la Chiesa sipontina come diacono presso il vescovo Felice. A quell’epoca uno schiavo poteva ottenere la libertà pagando il proprio riscatto. Ed era ciò che Evangelo desiderava per sé, ma soprattutto per sua figlia.
Catella aveva infatti un sogno: diventare libera e consacrarsi a Dio.
Quando accompagnava il padre nella Basilica di Siponto, lavorava e pregava con fervore. La tradizione vuole che si inginocchiasse a pregare proprio davanti alla Sipontina, la Madonna lignea che si trovava nell’attuale cripta e che oggi possiamo vedere nella Cattedrale di Manfredonia.
Il desiderio di quella giovane schiava arrivò fino a Roma.
In un’epistola di papa Gregorio Magno si parla proprio di Catella e della sua volontà di abbracciare la vita religiosa. Gregorio dispone che venga pagato al suo padrone il prezzo del riscatto, affinché possa finalmente essere libera ed entrare in monastero.
Ma poi accadde qualcosa di terribile.
Qui ai documenti si sovrappone la leggenda. Si racconta, infatti, che un giorno Catella fosse nella Basilica, inginocchiata davanti alla Madonna. Tra quelle mura maestose illuminate dalla luce flebile delle candele, vide un’ombra avanzare tra le colonne.
Era Felice, lo scapestrato nipote dell’allora vescovo di Siponto.
Catella non ebbe il tempo di fuggire. Il giovane la raggiunse e, nel silenzio della chiesa, le usò violenza.
Forse Felice pensò che nessuno avesse visto. E invece, secondo la leggenda, qualcuno aveva visto tutto: la Madonna.
La Sipontina avrebbe assistito a quell’orrore con il Bambino tra le braccia. E i suoi occhi si sarebbero spalancati davanti alla violenza subita dalla giovane, fino a rimanere per sempre sbarrati.
Ed è sorprendente come, proprio a questo punto, la leggenda torni ad incrociare la storia.
Nell’epistola immediatamente successiva a quella dedicata a Catella, Evangelo denuncia a papa Gregorio Magno che sua figlia è stata violentata da Felice.
Il Papa ordina un’inchiesta e usa parole durissime. Se Felice fosse risultato colpevole avrebbe dovuto sposare la giovane; se si fosse rifiutato, sarebbe stato sottoposto a severe pene e rinchiuso in monastero.
Catella sognava la libertà e una vita consacrata a Dio. La tradizione le consegna invece un destino amarissimo: diventare moglie proprio dell’uomo che le aveva rubato quel futuro.
Ed è qui che il racconto diventa ancora più struggente ritornando leggenda.
Si narra che Catella, disperata, si gettò in mare. Ma le onde la respinsero sulla riva. Allora pianse così tanto che dalle sue lacrime sarebbe nato il Lago Salso. Quelle acque avrebbero alimentato le paludi, rendendo progressivamente malsano il territorio fino ad accompagnare, nella memoria popolare, la decadenza e infine la distruzione dell’antica Siponto.
Nei prossimi giorni entreremo in tanti in Cattedrale. Dopo aver rivolto lo sguardo alla nostra Icona, cerchiamo anche la Sipontina.
Fermiamoci davanti a lei. E soprattutto guardiamola negli occhi.
E forse, dopo aver conosciuto la storia di Catella, quegli occhi non ci sembreranno più soltanto sbarrati. Ci sembrerà che custodiscano ancora, dopo tanti secoli, il dolore e la memoria dell’antica Siponto.
Maria Teresa Valente


