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Il figlio di Sandokan (1998): la serie Rai scomparsa nel nulla

La storia della misteriosa miniserie Rai Il figlio di Sandokan (1998), girata da Sergio Sollima con Kabir Bedi e mai trasmessa.

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La rinascita della “Tigre della Malesia” in chiave moderna, grazie al nuovo Sandokan interpretato da Can Yaman, ha riaperto un immaginario che sembrava congelato dai primi anni Duemila. Ogni volta che il personaggio ritorna in prima serata, inevitabilmente riemergono anche le ombre della sua storia televisiva, fatta di successi clamorosi ma anche di tentativi rimasti incompiuti. Tra questi, il più enigmatico è senza dubbio Il figlio di Sandokan, una miniserie girata nel 1998 dalla Rai, diretta da Sergio Sollima, completata in tutte le sue parti eppure mai arrivata sugli schermi. A distanza di ventisette anni, questo prodotto resta un caso unico: un sequel ufficiale del Sandokan anni Settanta che esiste, è stato montato, pagato e archiviato, ma che nessuno ha mai potuto guardare. Un fantasma televisivo, avvolto da un silenzio così fitto da sembrare quasi una rimozione volontaria.

L’atmosfera intorno a questo progetto è quella tipica dei titoli maledetti: annunci stampa, foto di scena, ricordi dei protagonisti, tutto esiste e tutto conferma la sua realizzazione. Eppure non ci sono repliche, non ci sono passaggi in palinsesto, non ci sono versioni home video. Il figlio di Sandokan è rimasto confinato nei magazzini, come se qualcosa si fosse spezzato tra la fine delle riprese e la programmazione prevista su Rai Uno. Una serie che avrebbe potuto aprire un nuovo capitolo per l’universo salgariano, e che invece è rimasta sospesa in un limbo inspiegabile.

Il figlio di Sandokan: Sollima e Bedi di nuovo insieme

Per comprendere la portata di questo progetto bisogna tornare al 1976, allo sceneggiato Rai di Sergio Sollima che trasformò Kabir Bedi in un’icona planetaria. Per due decenni quel Sandokan restò un modello insuperato, capace di influenzare l’immaginario europeo più di qualsiasi altra interpretazione salgariana. Quando negli anni Novanta il brand conobbe una seconda giovinezza televisiva, era inevitabile che prima o poi Sollima e Bedi avrebbero tentato un nuovo capitolo insieme.

Il momento arrivò nel 1998. Secondo quanto riportato da Wikipedia, Il figlio di Sandokan fu girato nel 1998 come miniserie in due puntate, diretta da Sergio Sollima, prodotta da Hiland in collaborazione con la Rai, girata interamente in Sri Lanka (zona di Balapitiya), con un budget di circa dieci miliardi di lire e destinata alla prima serata di Rai Uno, ma mai trasmessa per controversie legali sorte al termine della produzione.

Questo dato, unico e prezioso, permette di collocare l’opera nel suo contesto reale: non un progetto Mediaset, come talvolta si è creduto confondendolo con Il ritorno di Sandokan del 1996, ma un ritorno autentico della coppia Sollima–Bedi nell’alveo naturale della Rai. Era la chiusura ideale di un cerchio, un passaggio di testimone tra il Sandokan classico e la sua eredità narrativa.

La storia: un viaggio di identità, conflitti e rivelazioni

La trama, così come ricostruita dalle informazioni disponibili, ha un peso drammaturgico molto più moderno dello sceneggiato del 1976. Al centro non c’è subito Sandokan, ma il giovane Ken Hastings, cresciuto in Inghilterra e ignaro delle proprie origini. La madre gli rivela, prima di morire, un frammento di verità e gli consegna un anello con la testa di una tigre: l’unico indizio di un padre sconosciuto.

Da qui prende avvio un viaggio iniziatico che ricalca il grande romanzo avventuroso ma introduce anche tematiche più intime: identità, appartenenza, memoria familiare. Ken parte per l’Oriente in cerca di risposte, viene assalito da pirati, approda in India e poi in Malesia, dove scopre una verità che lo sconvolge: suo padre è Sandokan, il ribelle che gli inglesi dipingono come un assassino.

Il rapporto tra padre e figlio diventa il cuore del racconto. Ken, cresciuto nella mentalità coloniale, vede Sandokan come un criminale; Sandokan, dal canto suo, si trova davanti un giovane inesperto, pieno di rabbia e pregiudizi, che non riconosce la sua natura di combattente per la libertà. La miniserie prometteva dunque un conflitto generazionale forte, nuovo, capace di rinnovare il mito senza tradirlo.

Si intrecciano poi trame politiche e sentimentali: il ritorno dell’antagonista storico James Brooke, la presenza oscura dei Thugs indiani, la giovane principessa Shanti come figura amorosa e rivoluzionaria, la sacerdotessa Damayanti come contraltare drammatico. Tutti elementi che avrebbero conferito alla serie un taglio più cupo, quasi proto-action anni Novanta, con una tensione adulta e un ventaglio emotivo molto distante dalla purezza epica degli anni Settanta.

Il cast: Kabir Bedi, Marco Bonini e un ponte tra generazioni

Kabir Bedi, nella seconda metà degli anni Novanta, era ancora indissolubilmente legato al volto di Sandokan. La sua presenza nel progetto non era un semplice omaggio, ma una scelta simbolica: passare il testimone al personaggio del figlio, interpretato da Marco Bonini, attore giovane e molto richiesto all’epoca. Accanto a loro, un cast internazionale allineato con le coproduzioni europee del periodo, pensato per vendere la miniserie anche all’estero.

La regia di Sollima garantiva un’impostazione realistica, con riprese on location in Sri Lanka e un uso massiccio di scenari naturali, proprio come nello sceneggiato del 1976. L’idea era chiara: riportare Sandokan nelle sue giungle, nelle sue acque, nel suo paesaggio più autentico.

Perché non è mai andata in onda?

Il punto più oscuro dell’intera vicenda rimane l’assenza di una programmazione. Il prodotto esiste, è rifinito in ogni dettaglio, ma non è mai stato distribuito, né trasmesso. Le precitate controversie legali sono un indizio, non una spiegazione. Si è parlato negli anni di diritti internazionali complicati, di rapporti difficili tra produzione e rete, persino di problemi post-produzione che avrebbero impedito la consegna dei master definitivi.

La realtà è che Il figlio di Sandokan resta uno dei più grandi misteri irrisolti della fiction italiana. Una serie completata che non ha avuto pubblico, un sequel che avrebbe potuto ridefinire il franchise e che invece giace in un archivio come una reliquia dimenticata.

Oggi, con il ritorno mediatico della Tigre, il fascino di questo progetto aumenta. La Rai possiede il materiale, e la tecnologia permetterebbe finalmente un restauro adeguato. È possibile che un giorno la miniserie risorga, magari su RaiPlay, come documento storico più che come evento narrativo? Nulla è scontato, ma tutto è possibile.

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