Storia

Giornata del ricordo: in onore degli esuli istriani e dalmati, l’Italia ed il confine orientale – Prima Parte

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Il secolo breve (sottotitolo: 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi) è un saggio dello storico britannico Eric Hobsbawm, dedicato agli avvenimenti principali del XX secolo. Per Hobsbawm il secolo breve si è contraddistinto per i disastrosi fallimenti del fascismo (e, più in generale, dei nazionalismi), del comunismo e del capitalismo.


Una delle conseguenze delle estreme dittature del XX secolo fu proprio l’esodo degli italiani (istriani e dalmati), dalle loro terre, al termine dell’ultimo conflitto mondiale.


La prima volta che conobbi il dramma dell’esilio di queste popolazioni, fu quando parlai con il padre di un mio amico di scuola, nativo istriano, rifugiatosi a Manfredonia, che mi raccontò delle vicende di un popolo che da un giorno all’altro dovette abbandonare le proprie abitazioni per non rivedere più la terra natia. E’ come se gli Angioini, ora Francesi rivendicassero l’appartenenza della Puglia alla loro repubblica.
Ma dietro l’esodo degli istriani e dalmati, c’è un retaggio storico di circa cinquecento anni. E parlare di questa tematica in poche righe è molto difficile, ci limiteremo ad illustrare alcuni fatti realmente accaduti riguardanti la Dalmazia, ed il lettore è libero di fare la sua interpretazione degli eventi.


La madre di tutte le avversità delle popolazione italiane di Istria e Dalmazia è stato il Congresso di Vienna del 1814. Quando la potenza veneziana fu definitivamente sconfitta da Napoleone che pose fine alla Repubblica nel 1797 con la ratifica del trattato di Campoformio, non si volle con la restaurazione, portare le cose allo Status Quo, perché l’Austria aveva mire espansionistiche nell’Adriatico. Come conseguenza della terza guerra d’indipendenza italiana (1866), che portò all’annessione del Veneto al Regno d’Italia (ma non di tutti i territori della serenissima repubblica), l’amministrazione imperiale austriaca, per tutta la seconda metà del XIX secolo, aumentò le ingerenze sulla gestione politica del territorio per attenuare l’influenza del gruppo etnico italiano temendone le correnti irredentiste, in Istria ed in Dalmazia.
Durante la riunione del consiglio dei ministri del 12 novembre 1866 l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria tracciò un progetto di ampio respiro mirante alla germanizzazione o slavizzazione dell’aree dell’impero con presenza italiana: «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito.» (Francesco Giuseppe I d’Austria, consiglio della Corona del 12 novembre 1866).


Unionisti (croati) e irredentisti (italiani) inizialmente fecero fronte comune contro il centralismo di Vienna ma in seguito, a causa del maggior rilievo della questione nazionale, si separarono. Dopo l’incorporazione del Lombardo-Veneto all’Italia (1859-1866), il governo austriaco favorì il formarsi di una coscienza nazionale croata, allo scopo di contrastare l’Irredentismo italiano.


E si ha che nel 1860 Antonio Bajamonti del Partito Autonomista (filo-italiano) fu l’ultimo sindaco italiano di Spàlato, carica che ricoprirà fino al 1880 – salvo una breve interruzione nel 1864-65. Bajamonti fu anche membro della Dieta provinciale dalmata (1861-91) e della Camera dei deputati austriaca (1867-70 e 1873-79).


Qualche anno prima a Spalato, alla notizia dei moti rivoluzionari scoppiati a Vienna, il 23 marzo 1848, il popolo scese in piazza con una entusiastica dimostrazione che si concluse con la votazione municipale in Consiglio Comunale, per l’unione a Venezia, come avvenne anche nei Consigli comunali di Ragusa ed il Cattaro. Il 28 marzo, Spalato chiese di condividere le sorti del Lombardo-Veneto e non quelle della Croazia. Inoltre la municipalità di Spalato rispose a quella di Zagabria che le aveva fatto pervenire un invito, scritto in lingua slava, perché aderisse all’Unione della Dalmazia alla Croazia, che: “La Dalmazia é italiana; un solo cittadino di Spalato, che ne conta 12 mila, è stato capace di tradurre le vostre onorevoli parole” (Oddone Talpo, Per l’Italia, Società Dalmata di Storia Patria – Venezia, 2020).


Con la fine della prima guerra mondiale, essendo l’Italia risultata anch’essa vittoriosa nel conflitto, alla conferenza di pace richiese che venisse applicato alla lettera il patto di Londra, la cui applicazione integrale avrebbe consentito all’Italia di ottenere buona parte della Dalmazia con le isole adiacenti, aumentando le richieste con la concessione anche della città di Fiume a motivo della prevalenza numerica dell’etnia italiana nel capoluogo quarnerino. I contrasti con Wilson furono netti; il presidente statunitense non era disponibile ad applicare alla lettera il patto di Londra e non era disponibile ad accettare le richieste di Roma a spese degli slavi, perché «si spianerebbe la strada all’influenza russa – diceva – e allo sviluppo di un blocco navale dell’Europa occidentale».


La Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono parte di quanto promesso nel 1915.
Dopo l’abbandono della conferenza da parte dei delegati italiani, il mito della “vittoria mutilata” e le mire espansionistiche nell’Adriatico divennero i punti di forza di un movimento che raccolse le tensioni di una fascia sociale eterogenea, della quale fecero parte gli Arditi, gli unici capaci di dare una svolta coraggiosa all’atteggiamento del governo.


Protagonista con poca fortuna delle discussioni di Versailles fu il presidente statunitense Woodrow Wilson, che con i suoi Quattordici punti avrebbe dovuto ispirare i negoziatori dei trattati e dare la risposta con cui l’Occidente avrebbe contrastato l’assolutismo e il militarismo degli Imperi Centrali, e l’internazionalismo leninista. Ma questi quattordici punti, in cui si rivendicava la nazionalità e l’autodeterminazione dei popoli nello stabilire le nuove frontiere, si trovarono a dover competere con le diverse componenti nazionalistiche nei Balcani, con la necessità di creare stati “cuscinetto” contro la Russia bolscevica, con le rivendicazioni italiane sugli slavi e con le rivendicazioni e i risentimenti che i francesi covavano nei confronti dei tedeschi fin dall’epoca napoleonica (le leggenda vuole che il barbiere personale di Wilson era croato).
La mancata annessione della Dalmazia all’Italia fu una delle cause di insoddisfazione che portarono alla definizione di “vittoria mutilata”, che venne in parte mitigata dal trattato di Rapallo (1920). E il 6 novembre 1918, dopo la resa dell’Impero austro-ungarico, le navi da guerra italiane entrarono nel porto di Sebenico congedando le forze armate austroungariche.
L’occupazione italiana durò fino al 12 giugno 1921, quando Sebenico fu ufficialmente annessa al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni senza contestazioni da parte italiana, vista la firma del trattato di Rapallo (1920), ritenuto soddisfacente da entrambe le parti.
Ma durante il fascismo le attenzioni dell’Italia verso le terre irredente non mancò, tant’è che nel 1941, occupata la Dalmazia, fu istituito il Governatorato, che comprendeva anche la provincia di Spalato e la provincia di Cattaro, che furono costituite nell’occasione.
Emblematica è la storia di quanto è successo circa la territorialità delle isole della Pelagosa di fronte a Peschici.


Esse fecero parte del Regno delle Due Sicilie, e ne costituirono l’avamposto più remoto nell’Adriatico. Amministrativamente era riunito alla provincia della Capitanata, alla quale appartenne fino alla caduta dei Borbone nel 1861, quando, al pari della terraferma, passò sotto la sovranità del neo-costituito Regno d’Italia. Ma l’annessione, di fatto, fu solamente formale poiché le autorità italiane non si curarono affatto delle isole e non si premurarono d’installare un proprio caposaldo su di esse.
A Pelagosa a quel tempo si parlava il napoletano nella variante ischitana: questo è spiegabile in quanto l’isola fu ripopolata (assieme alle vicine isole Tremiti) da Ferdinando II delle Due Sicilie nel 1843 con pescatori provenienti da Ischia, che vi continuarono a parlare il dialetto d’origine. Con l’avvento del Regno d’Italia l’incuria e l’inefficienza delle nuove istituzioni nazionali fecero sì che i pescatori emigrassero tutti entro la fine dell’Ottocento.


Anche negli anni successivi il Regno d’Italia non colse l’importanza strategica dell’arcipelago e lo neglesse fino al punto di dimenticarsene. Fu allora che gli Austriaci, con un’azione unilaterale, se ne impossessarono nel 1873 e vi eressero un faro il 25 settembre 1875 (uno tra i più notevoli dell’intero Adriatico), impiantando così una propria presenza stabile sulla Grande Pelagosa.
Tale occupazione venne tacitamente tollerata (limitandosi il Regno d’Italia a flebili rimostranze diplomatiche che non sortirono alcun effetto) e nemmeno una successiva interrogazione del deputato radicale napoletano Matteo Renato Imbriani al presidente del Consiglio Di Rudinì (1891) servì a riaprire la questione.

BIBLIOGRAFIA
Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2007.
Roberta Michieli, Giuliano Zelco (a cura di), Venezia Giulia. La regione inventata, Kappavu, Udine, 2008.
Rolf Wörsdorfer, Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, Il Mulino, Bologna, 2009.
Sergio Zilli, Il confine del Novecento. Ascesa e declino della frontiera orientale italiana tra prima guerra mondiale e allargamento dell’Unione Europea, in Orietta Selva, Dragan Umek, Confini nel tempo. Un viaggio nella storia dell’Alto Adriatico attraverso le carte geografiche (secc. XVI-XXI), Trieste, EUT, 2013, pp.30-43.
Enzo Bettiza, Esilio, Milano, Mondadori, 1996.
Nicolò Luxardo De Franchi, Dietro gli scogli di Zara, Leg Edizioni 1999.
Oddone Talpo, Per l’Italia, Società Dalmata di Storia Patria – Venezia, Venezia 2020
www.wikipedia.it

FOTO
A, La cartolina del cementificio Gilardi&Bettizza di Spalato
B, Sebenico, Cattedrale di San Giacomo

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