
Nella lirica della Grecia antica l’epinicio era un canto corale di vittoria per i vincitori negli agoni. Commissionato dal vincitore stesso o da amici e parenti, veniva cantato in cori duranti banchetti solenni. La tradizione considera Simonide l’inventore dell’epinicio, genere utilizzato anche da Bacchilide e Pindaro. L’epinicio era composto secondo uno schema classico tripartito: all’esposizione del tema vero e proprio, che consisteva della descrizione dell’atleta, della narrazione della sua vita e di quella degli antenati, seguiva una parte erudita infarcita di allusioni mitologiche, con le quali l’autore mostrava la propria inventiva ed abilità stilistica, ed infine una parte moralistica, ricca di massime e precetti etici. Era distribuito in triadi di strofe, antistrofe ed epodo. E’ forse questa la modalità per scrivere del “maestro”? Siccome nelle cantiche il nostro è scarso, tocca a me tentare di “definire” il cavallo di razza che balzò alle cronache del Miramare più di mezzo secolo fa. Ed allora disponendomi a “cantare” di un giocatore di football, in un primo momento credo di non esserne capace, ma poi mi diletto nel rammentare che il calcio è un gioco di schemi, e che solo capendo di schemi s’intuisce dell’uomo e dell’atleta.
La palla di pezza gli è avvezza come il pane durante la guerra: si nutre bene ed il fisico ne risente in positivo. Rispetto ai suoi compari l’altezza gli giova alla bellezza, e mentre i più si accontentano della farina a latte degli americani, lui già intravede nelle sfera di cuoio un modo per essere il più bravo di tutti. Se ne accorge Ciro Nasuto il quale lo vuole tra i pulcini e poi quando lo merita se lo porta con se in prima squadra ad ammirare il gioco esemplare di Poggi e Cappa con gli avversari impazzire a vedere tanto talento. Il nostro ne rimane folgorato e pensa di provarci anche lui a rendere più piacevole la domenica dei suoi conterranei. E mentre negli altri la fatica si accumula nei muscoli male irrorati, lui cavalca le praterie del Nord Italia.
L’esordio con il Manfredonia in prima squadra fu segnato da un sabato mattina dove alla stazione fu prelevato dall’allora Presidente Egidio Capurso, il quale avendo saputo che il fanciullo ritornava da una licenza penso bene di rintuzzare la sua compagine malmessa.
Prima di quella importante partita giocata contro l’Acquaviva, provò una strana sensazione: era come se dipendesse tutto lui. Alla fine segnò e si rallegrarono, ma la strada era ancora lunga. Da lì passò al Bressanone poi a Trento, e poi ancora il Livorno in serie C. Con la squadra toscana non ebbe le soddisfazioni che si aspettava; il bolognesaccio Guido Mazzetti non era soverchiato dallo stile, per dunque Castriotta scese a Lecce a più miti climi per due anni. Ma quando Mazzetti lo rivolle al Livorno, il “cavallo” non accettò e fece come Pietro da Morrone ( Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto – Dante Alighieri, Divina Commedia: Inf. III, 58/60). A Livorno conobbe Stua e Renner, pilastri del Manfredonia nei primi anni ’30, e bandiere della squadra locale. A Lecce vide scalciare nuovi puledri che si chiamavano Causio e Sensibile. Erano in tanti ad allenarsi, una rosa ampia dove davano il massimo non tanto la domenica, ma il giovedì, quando il mister doveva scegliere la formazione da mandare in campo, cosìcche la domenica erano quasi tutti spompati. Dopo Lecce, approdò a Melfi, dove ebbe la corte serrata del compianto Arturo Valerio uno dei sapiens del calcio lucano, in quale lo attendeva ansimante per un sì sotto casa a Manfredonia. Dopo la parentesi con i gialloverdi, va al Liberty Bari e poi finalmente, col campionato 1966-67, il ritorno nella sua città che militava in tornei dove purtroppo tecnica e la tattica erano astrazioni crudeli.
Nessun pericolo ha mai potuto arrestarlo, ed il pericolo di pettegolezzi, maldicenze ed invidie era dietro l’angolo, nella “sua” Manfredonia. Ma il “nostro” che ha sempre considerato possibili le acrobazie più temerarie, tanto più temibili e pericolose in quanto più vicine all’arcigna durezza della terra, si è dimenato nella landa del golfo più per amore che per raziocinio, demandando al fato le conseguenze. Perché in lui dobbiamo distinguere l’uomo dal piccolo imbroglione, l’atleta che conosce il sacrificio generoso, dal furbo fregnone capace di fingere e infinocchiare!. Grandi giocatori esistevano al mondo, magari più tosti e continui di lui, pero non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre: il portiere avversario. Manfredonia finiva poco dopo il monumento ai caduti nella Villa Comunale, proseguiva poi con case sparute verso la campagna che portava al monte, ricca di alberi di olivo, mandorli e macere a fare da confine al tratturo. Negli anni ’60 i campi di gioco erano malvagi per ignoranza e per effettiva povertà di mezzi. Gente che sapesse toccar palla con decenza ve n’era assai poca, ma quella del 1966-67 fu un’annata eccezionale e comunque non priva di qualche polemica. A dire il vero erano gli altri a crearle. Poi decise di mollare tutto (nonostante la promozione in D) e di svernare a Cerignola laddove mostrò di sé il suo lato migliore. Più volte mi ha ribadito: “ nel 1968 potevamo andare in C, ero nel migliore stato di forma, ma purtroppo e come sempre non si è mai profeti in patria”. Ancor oggi dalle parti dell’Ofanto gli chiedono se il suo cuore e biancoazzurro o gialloblu per via di bellissimi campionati da quelle parti. Poteva sbaragliare a Campobasso o a Grassopers, ma fu attirato dalle sirene del mare come gli predisse un suo vicino di casa, vaticinando la sua fortuna. Ed oggi che il “maestro” parla di calcio per gli altri, gli sovvengono i ricordi quando giovincello nella squadra della Foresta Umbra giocando a Serracapriola, un “bulletto” del posto spezzò la gamba ad un suo compagno di squadra e costui, pur infortunato aspettò i suoi compagni prima di essere accompagnato in ospedale. Era un calcio epico quasi idilliaco, di uno sport che non smette mai di affascinare… e se la dea Eupalla fosse saggia e generosa con noi poveri scribi, dovrebbe regalare un momento di gloria a chi del calcio è stato eroe, fornendoci immagini a cui non siamo stati avvezzi, per illuminare ed incantare noi esteti curiosi ed esigenti.


