Cronaca

Felice Sblendorio su BonCulture: “Bisogna parlarne, sono ‘cose nostre'”

di Felice Sblendorio, da BonCulture –> https://www.bonculture.it/stili-di-vita/idee/bisogna-parlarne-sono-cose-nostre/

Chi racconta storie, di solito, racconta la realtà: complessa, sfaccettata, sgradevole. Chi tenta di ricostruire fenomeni ampi come quelli criminali si augura di collegare, ricostruire una memoria storica – un precedente, unire e ricomporre un quadro interpretativo per illuminare e dare respiro ai fatti quotidiani che viviamo come semplice cronaca. In questo solco si è mossa la criticatissima prima serata di “Cose nostre”, il format di Rai1 condotto da Emilia Brandi che dal 2016 racconta le storie delle vittime innocenti di mafia. Il focus della puntata di ieri sera si è concentrato sulla mafia del Gargano, e in particolar modo sulla toccante vicenda umana dei famigliari di due vittime innocenti: Aurelio e Luigi Luciani, uccisi nel 2017 a San Marco in Lamis in una delle più teatrali e spietate stragi realizzate dalla mafia garganica. Ogni storia, in una narrazione di contesto tipicamente televisiva, ha bisogno del suo scenario: in questo caso la terra amara della Provincia di Foggia, una storia di mattanze e faide, una successione di omertà e sottovalutazione (istituzionale e mediatica) del fenomeno che ha permesso alle forze criminali di costruire un tessuto mafioso forte, permeabile, vischioso. Dal 2017, oltre all’impegno massiccio delle forze dello Stato, anche i media nazionali hanno acceso i loro riflettori sulla realtà della quarta mafia. Se negli anni precedenti il racconto non riusciva a ottenere uno spazio mediatico degno della criticità, relegando le storie delle vittime innocenti in programmi specializzati o in riassunti che confondevano aree geografiche, sociali e mafiose; dall’agosto 2017 l’attenzione mediatica si è soffermata con più decisione – molto spesso realizzando servizi completamente distruttivi – su una delle mafie più spietate e sanguinarie del Paese.

Il giorno dopo quella strage, i principali quotidiani nazionali titolavano in apertura sulla «Strage del Gargano dove la mafia dimenticata uccide gli innocenti» (Repubblica) o ci si avventurava, con una firma di peso come quella di Antonio Polito, in una serie di osservazioni che prendevano atto di quelle disattenzioni: «Una guerra dimenticata nell’omertà nazionale». L’unico tassello che mancava nel corsivo dell’editorialista del Corriere della Sera, che univa sottovalutazioni politiche e strutturali, era quello mediatico: nel passato le cronache di Foggia non hanno trovato il giusto spazio per una criminalità di quella portata. Se c’era l’evento eclatante bastava qualche giorno di copertura, mentre se si ripeteva la solita partitura criminale (omicidi, bombe, estorsioni) non c’era narrazione, non c’era interesse. Nonostante il lavoro di commissioni antimafia, personalità impegnate nel mondo dell’associazionismo, alcune singole voci istituzionali e politiche, l’attenzione “popolare” – che crea qualcosa di identificativo e, dunque, fa smuovere qualcosa – non era nell’agenda informativa. La strage di San Marco in Lamis, nella sua più totale brutalità, ha cambiato di molto la rappresentazione mediatica del fenomeno. Non parte tutto da qui, come erroneamente qualcuno interpreta; ma quell’evento ha fatto durare una copertura mediatica che fino a quel momento era debole, legittimando un racconto in una cornice di significato attrattiva che ha reso visibile – in maniera chiara – che cosa succedeva a qualche passo da noi.

I fenomeni più oscuri, quelli che cercano il buio della paura e dell’omertà per operare, sono compressibili solamente con la nettezza del racconto: che ha bisogno di parole esatte, compiute. Per troppo tempo, sul Gargano, la parola “faida” ha confuso e occultato un sistema più articolato e potente che agiva nei termini e nelle strutture di una vera e propria “mafia”. Non una distinzione linguistica di poco conto, ma un mondo di significato che, in termini sociali, ha vissuto queste cose come una spartizione di conti e vendette, come qualcosa che non toccava il cittadino comune che viveva la propria quotidianità lontano da quelle storie di mafia. Le cose, però, non sono mai così semplici. La pervasività dei fenomeni criminali, quando il possesso e il controllo del territorio è totale, confonde e coinvolge tutti. Quel 9 agosto 2017 ha coinvolto anche Arcangela e Marianna Luciani, le due vedove dei fratelli ammazzati. Nelle loro parole di ieri sera, potenti e lievi come la battaglia di verità e giustizia che portano avanti con la purezza delle cose più nobili, c’era tutto il senso del racconto televisivo. La bellezza e la dignità di questa terra era tutta negli occhi stretti e indifesi del papà dei due fratelli Luciani, ancora fermo e incredulo nel raccontare le ore precedenti e successive alla mattanza, il vuoto e il silenzio che ogni perdita così violenta e inspiegabile porta con sé.

Le critiche al programma (ignorando fantasticherie e complotti della peggiore specie), nonostante difetti e approssimazioni che hanno alimentato un lato più emotivo che razionale-interpretativo della realtà mafiosa, sono semplicemente vuote. Prima del modo, si contesta la possibilità di raccontare: che, di solito, è l’unica forma di consapevolezza, interna ed esterna alle comunità. Le motivazioni che contestano la possibilità di un racconto, poi, più che superficiali sono pericolose: l’alibi della macchina del fango, del tempo giusto per parlarne, del cattivo ritorno turistico e d’immagine sono gli strascichi di una mentalità che ingloba e tiene dentro tutto in uno spazio indistinto che, di solito, genera commistioni dirette o indirette.

Di mafia, come scriveva Paolo Borsellino, bisogna parlarne: perché è l’unico modo per affiancare al lavoro dello Stato quello più complesso e difficile della società, impegnata nella ricostruzione di scale di valori, narrazioni, ideali. Il male per essere riconosciuto, per ottenere quello status, deve diventare male: è una questione di codificazione, di conoscenza. In territori funestati dalla criminalità e da altre dinamiche che dividono il tessuto sociale, riconoscersi in una narrazione di denuncia è fondamentale. Non è solo quello il Gargano, ovvio; ma è anche quello: un territorio ricco ma depresso, sequestrato da un potere criminale che negli ultimi decenni ha depotenziato tutto, sfibrando anche le energie migliori. Il Gargano non è solo mafia, certo; perché è soprattutto la dignità e il dolore educato di tutte quelle famiglie che hanno subito sulla loro pelle la distruzione di una vita da parte del potere mafioso, dell’omertà sociale e del buio mediatico. Il riscatto passa attraverso una consapevolezza ampia. Dal 2017 in questa nuova attenzione sul territorio è in ballo il nostro destino di comunità sull’orlo del baratro. Che qualcuno ci aiuti a ricordare queste cose che sono soprattutto nostre, fra l’alibi del turismo e una vittimizzazione costante su alcuni temi e intermittente su altri, è semplicemente un bene: nella battaglia, oggi, non siamo più soli.

Redazione

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