Cronaca Italia

Chiara Poggi: il mistero delle luci nella casa della nonna

Nuove testimonianze sulle luci accese nella casa disabitata della nonna di Chiara Poggi la notte prima dell’omicidio.

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Nella storia, già complicatissima, del delitto di Garlasco spunta un nuovo tassello che sa di dettaglio trascurato e, proprio per questo, inquietante. La notte tra il 12 e il 13 agosto 2007, poche ore prima che Chiara Poggi venisse trovata senza vita nella villetta di via Pascoli, alcune persone avrebbero notato le luci accese in un’altra casa: quella della nonna della ragazza, a Gropello Cairoli, che in quei giorni doveva essere completamente vuota. Quel bagliore in una casa disabitata, raccontato oggi da almeno tre testimoni, si intreccia con l’altra grande linea di tensione del momento: la nuova perizia sul Dna sotto le unghie di Chiara, che parla di compatibilità con la linea genetica maschile della famiglia di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima e di nuovo indagato, ma senza raggiungere il livello di prova certa e individualizzante. In mezzo, le parole pesanti di chi, oltre dieci anni fa, quel Dna lo aveva già studiato: l’ex perito Francesco De Stefano, oggi criticato per aver consumato il materiale biologico a disposizione, ma convinto che quelle nuove risultanze, da sole, non bastino a reggere un’accusa. «Se è la sola pistola fumante…» ha commentato, lasciando intendere che la strada verso una verità giudiziaria condivisa è ancora lontana.

Il mistero delle luci nella casa della nonna

La casa al centro di questo nuovo “giallo nel giallo” non è la villetta di via Pascoli, teatro dell’omicidio di Chiara, ma quella della nonna Mariuccia Galli, a Gropello Cairoli, altro piccolo centro del Pavese. Nel 2007 la donna era ricoverata in una struttura di riabilitazione dopo un incidente, la casa risultava disabitata e veniva frequentata solo saltuariamente dal fratello di Chiara, Marco, che però in quei giorni si trovava in montagna con la famiglia. Il dettaglio delle luci accese emerge pubblicamente nella puntata di “Storie Italiane” andata in onda il 3 dicembre su Rai 1, quando una vicina di casa racconta che il marito, agricoltore, rientrando verso le 22 la sera del 12 agosto 2007, avrebbe notato la villetta della nonna illuminata dall’interno, nonostante dovesse essere chiusa e vuota. Il giorno dopo, mentre la notizia dell’omicidio si diffondeva a Garlasco e nei paesi vicini, quella luce è diventata oggetto di mormorii e domande tra i residenti, fino a trasformarsi – oggi – in un vero e proprio nodo investigativo rimasto irrisolto. Secondo il racconto della testimone, i carabinieri si sarebbero interessati alla circostanza, arrivando a chiedere ulteriori chiarimenti al marito. Ma nel verbale di un sopralluogo successivo, datato 23 agosto 2007, risulta che gli accertamenti si siano concentrati soltanto sull’esterno dell’abitazione: non viene documentato alcun controllo interno, né un’eventuale verifica di segni di effrazione o accessi anomali. Tre persone che riferiscono lo stesso particolare – la luce accesa in una casa vuota – non costituiscono una prova in sé, ma disegnano un contesto che sarebbe stato quantomeno da approfondire subito. Chi aveva le chiavi di quella villetta? Chi avrebbe potuto entrarvi senza destare sospetti? E, soprattutto, quella presenza – se c’è stata – ha avuto un ruolo nella vigilia dell’omicidio di Chiara o si tratta di una coincidenza destinata a restare solo un’ombra ai margini del caso?

A rendere più denso questo scenario c’è il fatto che la casa della nonna, per quanto disabitata, rientrava nel piccolo universo di luoghi legati alla famiglia Poggi. I testimoni ricordano come fosse frequentata, in passato, proprio da Marco; ma se lui, come confermato, era via con i genitori, quella notte, chi poteva trovarsi a suo posto tra quelle mura? Una casa vuota, una luce accesa, nessuna ispezione approfondita immediatamente dopo il delitto: sono elementi che oggi, con il senno di poi, assumono un peso diverso rispetto al 2007. Non basta a riscrivere la storia giudiziaria, ma basta a rimettere in discussione il livello di completezza delle indagini di allora, soprattutto mentre altri tasselli tornano prepotentemente a galla.

La nuova perizia sul Dna e lo sfogo dell’ex perito

Sul fronte scientifico, il caso ruota attorno alla perizia genetica depositata dalla consulente nominata dal gip, la genetista Denise Albani, nell’ambito dell’incidente probatorio disposto dalla Procura di Pavia. Secondo il documento, il profilo genetico maschile estratto dal materiale trovato su due unghie di Chiara è compatibile con la linea paterna della famiglia Sempio, con un supporto biostatistico definito da “moderatamente forte” a “forte” per una delle unghie e “moderato” per l’altra. Tuttavia la stessa perita precisa che, trattandosi di un’analisi sul cromosoma Y, non è possibile arrivare all’identificazione di un singolo soggetto, ma solo di una linea familiare maschile. Inoltre, le condizioni del campione – traccia parziale, mista e non più replicabile – impediscono di stabilire con rigore quando e come quel Dna sia stato depositato, se in seguito a un contatto diretto tra aggressore e vittima oppure per semplice trasferimento indiretto attraverso oggetti o superfici condivise. In altre parole: la compatibilità genetica c’è, ma non basta da sola a trasformarsi in una “firma” dell’assassino. È un dato che deve essere inserito in un quadro più ampio di indizi, senza dimenticare che Andrea Sempio, ad oggi, è indagato ma non condannato, e che la presunzione di innocenza resta integra fino a un eventuale giudizio definitivo. In questo contesto torna a farsi sentire la voce di Francesco De Stefano, il genetista che nel 2014 aveva eseguito le precedenti analisi sul materiale ungueale di Chiara. Secondo la nuova perizia, le metodologie usate allora avrebbero portato a consumare praticamente tutto il campione, impedendo oggi di rifare test indipendenti e di ottenere risultati pienamente consolidati. De Stefano, incalzato dai giornalisti, ha ricordato che all’epoca Andrea Sempio non era indagato e che non esisteva alcun profilo di confronto da ricercare; di qui le scelte tecniche compiute nel contesto del processo a carico di Alberto Stasi, poi condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Le critiche nei suoi confronti – si contesta il fatto di aver reso impossibile ogni replica sperimentale – hanno portato l’ex perito a una presa di posizione che suona come un avvertimento a tutti gli attori processuali: la nuova traccia genetica, letta solo sulla base di vecchi dati numerici e di software statistici, non può diventare l’unico cardine dell’accusa. È in questo quadro che si inserisce la frase destinata a rimbalzare nei talk show e nelle aule di giustizia: «Se è la sola pistola fumante…», una maniera per dire che una prova isolata, fragile e non individualizzante non può reggere, da sola, il peso di un nuovo scenario accusatorio.

Tra vecchie sentenze e nuove ombre

Mentre la Procura di Pavia lavora verso l’udienza chiave del 18 dicembre, nella quale la perita Albani spiegherà in aula i risultati della sua analisi e le parti depositeranno le proprie osservazioni, il caso Garlasco resta sospeso tra una condanna definitiva e un’indagine ancora aperta. Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara, è giuridicamente un colpevole con sentenza passata in giudicato; per considerare incompatibile quella sentenza con un’eventuale responsabilità di Sempio servirebbe una revisione, strada tutt’altro che scontata. Parallelamente, la famiglia Poggi e la difesa di Sempio mantengono una posizione prudente, quando non apertamente critica, sull’uso del Dna come elemento decisivo: entrambe le parti sottolineano come i dati alla base della nuova valutazione biostatistica provengano da analisi del 2014 non consolidate e non replicabili, e come manchino ancora risposte fondamentali su modalità e tempi del contatto che avrebbe portato quella traccia sulle unghie di Chiara. È in questo terreno di incertezze che il “giallo” delle luci nella casa della nonna diventa qualcosa di più di un semplice dettaglio di colore. Se confermato e meglio contestualizzato, potrebbe incidere sulla ricostruzione delle ore precedenti l’omicidio, spostare orari, percorsi, presenze. Oppure, al contrario, potrebbe rivelarsi un falso allarme, un ricordo deformato dal tempo e dalla suggestione di un paese segnato da un delitto che non ha mai smesso di dividere.

Per ora, resta una scena nitida nella memoria di chi la racconta: una villetta che doveva essere vuota, una luce accesa nella notte, domande rimaste senza risposta. E un procedimento giudiziario che, a diciotto anni dai fatti, continua a oscillare tra nuove piste, vecchi errori e un bisogno di verità che non si è mai davvero sopito.

Come ricostruito da Libero Magazine, quel lampo di luce in una casa disabitata e lo sfogo dell’ex perito sul Dna di Sempio non risolvono il caso Garlasco, ma mostrano quanto sia ancora fragile l’equilibrio tra ciò che è stato processualmente deciso e ciò che, sul piano umano e investigativo, resta da chiarire.

Chiara Poggi, primo piano (Fonte: Google)
Chiara Poggi, primo piano (Fonte: Google)
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