Carta docente decurtata? Prendetela con filosofia, ecco perché
L’ipotesi di una Carta del docente ridotta a 375 euro nel 2026 fa discutere. Ma dietro il possibile taglio c’è una logica precisa.

Negli ultimi giorni si fa sempre più insistente una voce che sta circolando nel mondo della scuola: la Carta del docente 2026 potrebbe non valere più 500 euro, ma fermarsi a circa 375 euro. Al momento si tratta di un’indiscrezione, non di una decisione ufficiale, ma i conti – questa volta – tornano. Ed è forse proprio per questo che la notizia merita di essere presa, se non con entusiasmo, almeno con una certa filosofia.
Il bonus, nato come strumento di aggiornamento professionale per i docenti di ruolo, è stato progressivamente esteso negli anni. Oggi non è più un beneficio riservato a una platea ristretta, ma uno strumento che punta a coinvolgere una parte molto più ampia del personale scolastico. Una scelta politicamente comprensibile, ma economicamente delicata.
Perché 375 euro non sono un taglio “casuale”
La possibile riduzione dell’importo non nasce dal nulla. Alla base c’è un dato strutturale: l’estensione della Carta del docente anche ai supplenti con contratto al 31 agosto e al 30 giugno. Questo ampliamento, atteso da tempo e sostenuto anche da sentenze e pressioni sindacali, comporta un aumento significativo dei beneficiari. Le stime parlano di circa 200.000 docenti in più rispetto al passato.
Il problema è che a questa estensione non ha fatto seguito un aumento proporzionale del fondo stanziato. In altre parole, la torta è rimasta più o meno la stessa, ma le fette da tagliare sono molte di più. In un simile scenario, mantenere i 500 euro per tutti potrebbe significare un esborso ben superiore alle risorse disponibili. Da qui l’ipotesi di abbassare l’importo individuale a circa 375 euro, una cifra che consentirebbe di includere tutti senza far saltare il banco.
È una logica aritmetica prima ancora che politica. E, per quanto scomoda, è coerente con il nuovo impianto normativo: la Carta non è più un bonus a importo fisso garantito, ma una misura variabile, legata ogni anno al numero effettivo dei beneficiari e alle risorse disponibili.
Certo, per molti docenti si tratta di un passo indietro. In un contesto di inflazione elevata e costi crescenti per libri, corsi di formazione e strumenti digitali, 375 euro pesano meno dei 500 di qualche anno fa, sia nominalmente sia nel valore reale. Tuttavia, l’alternativa sarebbe stata escludere ancora una volta una parte consistente dei supplenti, perpetuando una disparità ormai difficile da giustificare.
Scherzi (e filosofia zen) a parte, questa mossa, per quanto necessaria, rischierebbe di essere l’ennesima beffa per i docenti, di ruolo e precari insieme. Una beffa, soprattutto, per i supplenti che pur rientrando oggi tra i beneficiari, non hanno mai davvero visto i 500 euro pieni. Più che una riforma, sembra una redistribuzione al ribasso che certifica un dato evidente: alla scuola si chiede sempre di stringere la cinghia, mai di essere davvero valorizzata.
Resta allora una domanda, semplice e inquietante: qual è il reale peso dei docenti nella nostra società? Ma sì, via, niente drammi: questo non è un lavoro, è una missione. L’insegnante incassa, resiste e sopporta tutto stoicamente. Altro che eroi dei manga shonen!
