Storia

Amenità sipontine: il Boccolicchio

Amenità sipontine

Il Boccolicchio

di Pasquale e Giovanni Ognissanti – Archivio Storico Sipontino

Il “romeo” che, da corso Manfredi (l’antica “strada della piazza” o “ruga silicata”), all’incrocio con via Campanile, pone lo sguardo verso meridione, incontrerà la visione del mare, così aperto, verticale, come un invito a tuffarsi, ad andargli incontro.

Ecco, l’invito è di inoltrarsi verso quella zona; non per fare un bagno di mare, naturalmente, ma per fare una lunga nuotata nel costume e nella tradizione storica sipontina.
Siamo nel “rione” Boccolicchio, il cui toponimo (Bbasculicchje) è attestato già nel sec. XVII, ma la sua derivazione è più antica. Nel 1448 abbiamo, appunto, “in recta ruga silicata per quam itur ad buchulum versus mare iuxta moenia civitatis” (nella strada dritta selciata dalla quale si va al “buculo” verso il mare presso le mura della città). E l’allusione è alla porta del Boccolicchio, esistita fino ai primi anni del sec. XX.
Il sito abitativo, naturalmente, ha dato il nome alla porta, all’arco e al cortile.Quanti sono coloro che sanno rispondere correttamente alla domanda qual è la delimitazione di questo toponimo? Una volta esso includeva solo la parte di via Campanile, da via Maddalena, fino alla porta della città, e dal cortile, ma non oltre la parte terminale di via Ospedale Orsini, che incrocia in un altro “buczulo” ( o “postierla”, piccola porta, che menava pure a mare). Il toponimo, dopo, si è esteso per tutta via Maddalena, comprendendo anche le relative traverse, ma con il distinguo. Boccolicchio si!, ma con altri toponimi più specifici e particolareggiati. Che cosa ha di speciale questo rione? Tutto. E’ parte essenziale della memoria storica cittadina, in tutte le sue connotazioni socio-religioso-demografico-culturali. In così breve tratto vi abitavano più di 500 anime, costipate nei sottani, con i relativi “angiporti”, con archi a tutto sesto, di cui resta qualche avanzo; l’attività dominante, essenziale, era quella peschereccia e dei naviganti, con i relativi soprannomi che hanno durato e durano da secoli, molti dei quali dal tema base come ciullo (fanciullo), ciunna o cianna (fanciulla), con tutte le possibili varianti che la mente umana, allora, osava concepire.

L’ambiente, una volta, era quasi esclusivo; guai agli estranei che vi si avventuravano: “a Bbasculicchje te rombene u culicchje” (al Boccolicchio ti rompono il culo), a significare le modalità rissose della gente, con liti (calannarie) improvvise, come gli acquazzoni d’estate, ma per poi rifrequentarsi e andare “gattigando” (jattejanne, cascerejanne).
Eppure quanta genuinità comportamentale, quanto afflato partecipativo nelle tragedie umane, quanta antica civiltà, quanta sentita cultualità, quanta espressiva gestualità.Ecco, il vivere nella strada, ché l’angustia dei sottani non consentiva di lavare panni nelle conche o di arrostire sui bracieri il pesce fresco, come alici o triglie con i baffi (trègghje vicchje), ma soli per offrire un giaciglio a masnade di bambini, dieci, dodici, ed anche più; e chi aveva la forza di contarli, a sera, dopo una dura giornata di travaglio. I figli più grandi, invece, andavano a svernare i loro umori giovanili nei battelli, alla fonda nella vicina rada (mulecille). Nella memoria resta ancora la scenografia dei pennoni e dei remi posti in verticale, a fianco i sottani, su per i veroni, con i vecchi pescatori a dar di mano per rammendare (repezzé) le reti con le dita dei piedi nudi infilate nelle maglie e le mani rinsecchite arpionate a tessere l’ordito con i lunghi aghi di legno (lunguètte), con i bimbi a giocare vicino, in attesa del cibo?

E il profumo di quelle alici che si insinuava per le strade, per il vicolo e per i mignali?
E se passava qualche donna incinta? Era d’uopo l’assaggio della leccornia, per non farle correre il rischio che si “guastasse” (abortisse; cosa quanto mai da scongiurare in quei tempi).
Tutto qui la storicità del Boccolicchio? Assolutamente, anche se quanto detto non è poco. Il cortile del Boccolicchio era la coorte del palazzo dei Cavalieri Teutonici; nella stessa coorte c’era il mattatoio pubblico: ruga puplica qua itur sub predicto arcu dicte domus palatiate ad bucçariam Manfridonie (via pubblica per la quale si va sotto il predetto arco della casa palazziata alla bucciaria (vucciarije), macello di Manfredonia) (1305). E un amico che abita in uno dei sottani del cortile riferisce che quando l’ha ristrutturato ha rilevato ancora dei ganci da macellaio ed una botola con una antro, utilizzato per lo sgrondo dei reflui a mare.

Poco distante vi erano un forno, un’osteria (candine) (di cui resta ancora memoria), delle taverne e, soprattutto molti “fondaci”, magazzini, per riporre il sale, le pelli ed il grano.
Va ricordato che via Maddalena (dall’omonima Cappella, sita nella parte posteriore della chiesa di S.Domenico) (1298) era pure chiamata ruga de confectaria (cioè della confezione delle pelli e del sale). E nei pressi di quella coorte vi abitava, nelle case “palazziate” (soprani) il fior fiore dei mercanti sipontini, famosissimi nel sec. XV ( in concorrenza con gli stessi Veneziani), come i de Florio, i Capuano, i Minadoys, gli Stellatello, i Catalano, i de Sisto, ecc, molti dei quali di accertata origine ebraica, dalmata, greca e araba, come è dato rilevare, nel ‘600, da molti atti di battesimo.

Dalla porta del Boccolicchio sono passati molti ospiti reali, con fasti effimeri e pasti pantagruelici (da Elisabetta d’Aragona a Bona Sforza a Maria Clementina d’Austria) ed anche schiave; a queste ultime, però, si provvedeva a fare il processo da parte del Governatore della città (il cui palazzo si trovava poco distante, con tanto di leone sull’arme, ancora esistente) e dal primicerio della cattedrale, con l’aiuto di un interprete. Occorreva accertarsi se non professasse la religione cristiana. Erano arabi, acquistati dai mercanti locali, governatori e castellani, anche come concubine, i cui figli, naturalizzati o meno, accrescevano la già numerosa genìa degli abitanti di quel rione o finivano come “gittatelli” nei conventi locali (delle “Beccarini” viste in senso inverso, insomma).
Tra gli altri episodi storici che attengono la comunità del Boccolicchio, vi è quella di alcuni atti compiuti dalle sue donne (del genere marrano), quale l’ostentazione, nella vicina chiesa della Maddalena, delle pasta a forma di figure umane (i scavetatille ), a forma di vecchio con la pipa, di bambola, (pupe), o di gendarme (sbirre), o l’uso delle animelle (azimelle) negli involtini di interiora di agnello (i turcenille), o il tenere le figurine (santini) della Madonna o di santi nei cuoricini di stoffa ricamata o in manufatti d’argento (i pungèlle), cui alla relativa denuncia dei falsi cristiani (1534).
Una piccola comunità, quindi, quella del Boccolicchio, anima del popolo sipontino, un crogiuolo di razze, di lingue e di religioni, un microcosmo di attività, una poliedricità di costumi, una vitalità esuberante che, indubbiamente, dava sfogo in alterchi amichevoli, cui alla nomea di luogo da rifuggire che è durata per molto tempo, come se si trattasse dei “bassifondi” della città.
Entrare nel “Boccolicchio” è come entrare di filato in un contesto medievale, per le costruzioni che ancora recano le strutture di una architettura spontanea, per l’alone di una consapevolezza storica che trasuda dagli scalini dei mignali, oramai levigati, per la brezza marina, umida e salmastra, che ti scuote e ti ammalia, come un’eco di voci, sensuale, senza tempo.
Un’altra Manfredonia da salvare, salvaguardare e valorizzare!
Qualora si volesse entrare nei meandri della città, occorre che il viandante sia impregnato di questa consapevolezza, senza la quale non si capirà mai niente dell’animo del nostro popolo e della nostra “sipontinità”.

Redazione

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