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“Fede, Speranza e Carità”: un libro che parla ai non credenti

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Un libro non si giudica dalla copertina e Fede, Speranza e Carità, l’ultimo libro del professor Michele Illiceto, ne è una chiara dimostrazione. Il titolo sembra suggerire un’opera destinata a chi frequenta abitualmente il linguaggio della tradizione cristiana e a chi vive una fede corroborata. Eppure, pagina dopo pagina emerge la volontà dell’autore di parlare soprattutto a chi non crede e a quanti, non accontentandosi di risposte preconfezionate, scelgono di misurarsi con i grandi interrogativi dell’esistenza. Pregno di filosofia e attraversato da una feconda tensione speculativa, il libro costruisce la propria riflessione partendo dalle domande, che il professor Illiceto definisce il sale del pensiero. Tali domande non si esauriscono nella ricerca di una risposta definitiva, ma chiedono di essere abitate. Ed è in questo orizzonte di ricerca e dalla volontà di sottrarsi alle semplificazioni rassicuranti e alle certezze superficiali, che pende forma questa intervista corale, maturata dall’incontro tra lettrici e lettori provenienti da esperienze e sensibilità differenti.

La fede come ricerca e apertura all’alterità

Nel corso dell’intervista, il professor Illiceto, ripercorre le ragioni che lo hanno condotto alla stesura del libro. Pubblicato da Paoline Edizioni, è stato ispirato dalla constatazione di una duplice distorsione che investe il rapporto con la fede: da un lato una fede vissuta come ricerca di protezione o come risposta alla paura, dall’altro la liquidazione della questione di Dio come problema privo di rilevanza. A entrambe, l’autore contrappone una fede intesa come instancabile ricerca e apertura all’alterità. La fede proposta dal professor Illiceto si configura come un percorso che chiama l’uomo a misurarsi con le domande, le contraddizioni e le sfide della vita, mantenendo vivo il confronto con il mistero che permea l’esperienza umana.

Da Platone ed Hegel ai “maestri del sospetto”

La conversazione si estende ai temi della speranza e dell’amore, affrontati nell’opera e nel corso dell’intervista non solo in chiave teologica ma anche nella loro implicazione culturale ed esistenziale. Si conclude con una richiamo alla figura di Dante e all’esame sulle virtù teologali che il poeta sostiene nel Paradiso, proposto come provocazione per rileggere criticamente il rapporto tra gli ideali teologali proclamati e la loro effettiva incarnazione nella vita comunitaria. La riflessione, arricchitasi di riferimenti che attraversano la tradizione filosofica occidentale – da Platone ed Hegel, ai cosiddetti “maestri del sospetto” – assume progressivamente i tratti di una vera e propria lezione di filosofia. Il professore, pur avendo da poco abbandonato i panni del docente, continua tuttavia ad incarnarne la vocazione.

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