
“L’INVIDIA PUO’ DANNEGGIARE SERIAMENTE GLI ALTRI NEL SENTIRSI SUPERIORI”
L’invidia tra colleghi di lavoro è un sentimento comune, spesso originato da persone con una competitività negativa, che oltre a creare un ambiente tossico, possono creare delle conseguenze gravi ai danni della persona che subisce ostilità.
Spesso sottovalutiamo questi soggetti invidiosi e pericolosi, il collega invidioso soffre del successo dell’altro e attribuisce tale successo come un privilegio e non un merito.
Questi soggetti hanno la tendenza ad imitare le azioni di colui che è più capace o più bravo a svolere le proprie incombenze e soprattutto per il suo modo di essere.
Un’altra caratteristica di questi personaggi è diffondere false informazioni sul collega, che viene tenuto in considerazione dai superiori.
In merito a questi soggetti, a volte anche molto pericolosi, vi voglio raccontare una mia esperienza personale, che mi è capitato negli anni 90’ durante la mia carriere militare (non posso specificare l’anno per una questione di riservatezza). Quell’anno in aeroporto di Amendola, si dovevano svolere le elezioni CO.BA.R. (avvenivano ogni tre anni), per eleggere i rappresentanti delle categorie A – B – C, (Ufficiali, Sottufficiali e Truppa); diciamo una sorta di rappresentanti sindacali, giusto per intenderci, ma non era esattamente cosi, perché la loro funzione era molto limitata nell’avanzare proposte e idee nuove agli Organi Superiori di Rappresentanza (oggi noti come Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra militari. Essi tutelano i diritti del personale, economici, previdenziali, orari, benessere, attraverso forme di rappresentanza, superando il vecchio sistema CO.CE.R.).
La Rappresentanza Militare, era una delle tante incombenze che svolgeva la Sezione PUA.S.S., ufficio dove io prestavo servizio in quegli anni in qualità di capo Segreteria e coordinatore delle Elezioni.
Ebbene, vi racconto cosa mi capitò un anno durante le ridette elezioni; dopo lo spoglio delle schede, e stilati i relativi verbali di chiusura, a firma dei tre Presidenti che erano stati designati ai seggi elettorali, e vistati dal Comandante, era di prassi inviare il giorno successivo una parte del carteggio delle elezioni effettuate all’Ufficio di Rappresenta del Comando della Terza Regione Aerea di Bari, per la verifica della ridetta documentazione, contenente anche i nominativi dei rappresentanti eletti delle tre categorie, tramite coordinatore che aveva organizzato e curato le elezioni.
Dovete sapere che il militare che si sposta da un Ente militare all’altro, per motivi di servizio, deve essere in possesso del Certificato di Viaggio, a firma del Comandante dell’Ente, per cui mi venne rilasciato un Foglio di Viaggio della durata di due giorni di missione per andare a Bari e consegnare, ripeto, la ridetta documentazione.
Quando mi presentai al Comando della III Regione Aerea di Bari con tutta la documentazione ed effettuata la dovuta verifica, il Colonnello Capo di tutta la Rappresentanza Militare della Regione Aerea, mi fece un Elogio Verbale, per come avevo svolto le elezioni e per come si erano svolte le operazioni di voto, da meritarmi, come premio, la trasformazione dei giorni di viaggio da due a cinque giorni. Il Colonnello diede ordine al suo segretario di annullare il vecchio foglio di viaggio e di redigere un nuovo certificato di viaggio a sua firma. Questo fu un premio a metà, perché in effetti il Colonnello mi trattenne a Bari per altri tre giorni per dare supporto ai colleghi nell’aiutarli ad effettuare le verificare dei risultati elettorali che pervenivano dagli altri enti di tutta la Terza Regione Aerea.
Rientrato in sede ad Amendola, consegnai all’Ufficio Fogli di Viaggio, il mio documento, ed essendo stato fuori sede per cinque giorni, in quella stessa giornata chiesi un permesso al Comandate per motivi familiari. Nel frattempo il collega “invidioso”, molto più anziano di me, di età e di servizio, che era addetto all’Ufficio Fogli di Viaggio, che già covava da tempo in modo maligno nei miei confronti, aveva notato che il mio Foglio di Viaggio, che avevo lasciato la mattina nel suo in ufficio, per la chiusura e la firma del Comandante, non corrispondeva più a quello che lui mi aveva rilasciato, ne come numero di registrazione e ne come giorni di missione. Senza fare nessun accertamento e senza chiedermi spiegazioni, riferì immediatamente al Comandante che avevo falsificato il Certificato di Viaggio.
Era quasi l’ora di pranzo quando mi arrivò una telefonato al telefono fisso di casa, da parte del collega “invidioso” che mi comunicava di recarmi urgentemente in aeroporto a rapporto dal Comandante, senza spiegarmi il motivo di questa convocazione.
Mi misi in macchina, e preso da una sorta di ansia e forte preoccupazione, mi precipitai in aeroporto viaggiando sulla strada, Manfredonia – Amendola, ad una velocità di 140/150 km orari, da vero incosciente mettendo a rischio la mia incolumità.
Arrivato all’ingresso della palazzina Comando, il “collega invidioso”, mi stava aspettando e appena mi vide arrivare tentò di avvicinarsi come se mi volesse dare qualche consiglio o suggerimento, prima di entrare nella stanza del Comandante, ma io tirai dritto senza fermarmi. In quel preciso istante avevo capito tutto. Dopo aver attraversato il corridoio che portava nella stanza del Comandante, mi feci annunciare dal segretario, e appena entrato nella stanza, il Comandante chiuse la porta a chiave, e si posizionò dietro la sua scrivania rimanendo in piedi, io rimasi immobile sugli attenti davanti alla sua scrivania, sino a quando non mi disse: “Comodo”. Aprì il primo cassetto della sua scrivania e tirò fuori il mio foglio di viaggio; rivolgendosi al sottoscritto con voce seria e con un tono autorevole mi disse: “SIMONE, io sono costretto a denunciarla al Tribunale Militare”. Chiesi, con molta correttezza, per quale motivo mi doveva denunciare, e lui, fissandomi negli occhi mi rispose: “Lei ha falsificato un documento militare e ciò costituisce un grave illecito penale che è punito dal Codice Penale Militare di Pace, per violazione della fiducia e della disciplina, e nella fattispecie, lei ha violato l’Art. ….”. Non potete immaginare cosa provai in quel momento nel sentire pronunciare quelle parole di accusa così gravi; la mia mente era confusa e volevo sprofondare. Gli risposi, sempre con molta calma e fermezza: “Comandante, se deve denunciare me al Tribunale Militare, deve denunciare anche il suo pari grado, il Colonnello “X” in servizio al Comando della Terza Regione di Bari, che mi ha sostituito il Certificato di Viaggio. E siccome il nostro Ente, è un Ente periferico, per cui dipende da questo Organo Superiore, e a lui che deve chiedere spiegazioni il perché mi ha sostituito il Foglio di Viaggio”. Dopo aver ascoltato la mia versione e per come si erano svolto i fatti, fece il giro della scrivania, mi prese sotto braccio, e accompagnandomi alla porta del suo ufficio, mi disse, con tono pacato e con modi cordiali: “SIMONE, questa porta per lei è sempre aperta, quando vuole, può venire in qualsiasi momento, io la riceverò anche se sono impegnato”. Uscii dalla sua stanza e tirai un lungo respiro di sollievo.
Non voglio giustificare il Comandante, lui non aveva tutta la colpa per il modo in cui il mio collega “invidioso” aveva posto la mia questione; i superiori, come da regolamento militare, non chiedono scusa, ma con quel gesto molto significativo, nell’avermi preso sotto braccio, faceva intendere tutto, compreso le scuse.
Uscito dalla stanza del Comandante e nell’attraversare il corridoio che portava verso l’uscita della palazzina, il collega “Invidioso” stava sostando sull’uscio della porta del suo ufficio, forse aspettava il morto che passasse davanti, io, impassibile, con un’andatura caratterizzata da assenza di emozioni, rigidità e freddezza emotiva, con lo sguardo fisso in avanti, tirai dritto verso l’uscita della palazzina Comando e dall’ora non gli rivolsi più la parola. Era uno uomo basso, di bassa cultura, e viscido.
In questa mia esperienza vissuta, mi sia consentito dire che “ il bello di raccontarsi risiede nel potere trasformativo della narrazione: ordinare la propria storia, cogliere nessi tra passato e presente e ottenere una profonda consapevolezza di se, significa coltivare chiarezza personale, una sorta di “pulizia del vetro” interiore che permette di far aumentare l’autostima”.
Cav. Michelarcangelo SIMONE
(Luogotenente dell’A.M. in congedo)


