Storia

Nobildonne, pellegrine e prigioniere: storie femminili in terra garganica e daunia

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NOBILDONNE, PELLEGRINE E PRIGIONIERE: STORIE FEMMINILI IN TERRA GARGANICA E DAUNIA.

Il femminile, in terra garganica e daunia, ha da sempre rappresentato qualcosa di profondamente forte e radicato. Dalle antiche sepolture di Paglicci, passando per i luoghi di culto come quello di Venere Sosandra a Vieste o quello di Cassandra citato da Licofrone, fino alla diffusa devozione delle Madonne (ne abbiamo parlato in un recente post) e l’importanza del ruolo femminile emerso dalle stele daunie: tutto questo ci porta in un percorso straordinario di storie incredibili, tra realtà e leggenda, con personaggi femminili come protagoniste. Pronti per questo nuovo viaggio?

Maria Laura Leone, fa notare che i ritrovamenti delle stele sono avvenuti per raccolta di superficie e nessuna di queste è stata trovata in sicura relazione con una propria tomba. Sono prive di un contesto coevo certo e considerando che alcune stele sono molto piccole, alte solo 25 cm, è ipotizzabile che la destinazione d’uso non fosse quella di cippi sepolcrali, più verosimilmente di simulacri propiziatori, ex voto o atti di preghiera destinati alla coppia: guerriero e sacerdotessa.

Diverse scene riprodotte riportano a quanto detto e manifestano la presenza di un élite sacerdotale a prevalenza femminile. È palese, infatti, che i monumenti abbiano personaggi e storie associati a una nutrita presenza di donne. Tuttavia, quelli dedicati al guerriero raffigurano soprattutto uomini, impegnati nei combattimenti e nella caccia, mentre le donne lo sono per lo più in attività rituali. Sulle stele che rimandano alla sacerdotessa compaiono soprattutto donne mentre svolgono azioni auliche e presenziano agli affari degli uomini, colloquiando con loro, a conferma dell’importanza del ruolo della figura femminile nell’antica Daunia.

Senza contare il profondo simbolismo femminile delle stele, come indicato dalla studiosa australiana Camilla Norman, riferito alla fertilità, al matrimonio, alla guarigione.

Immacolata Aulisa, in un suo studio, ci parla invece della prima donna pellegrina al Gargano, di cui si ha notizia nelle fonti: Artellaide, una giovane proveniente dall’Oriente, figlia di Lucio, proconsole a Costantinopoli, che avrebbe affrontato le fatiche del lungo itinerario – via mare e via terra – durante le tristi vicende della guerra greco-gotica.

La donna non era partita dall’Oriente con l’intenzione di svolgere un vero e proprio pellegrinaggio, ma aveva intrapreso il suo viaggio da Costantinopoli per non cedere alle lusinghe dell’imperatore Giustiniano; aveva raggiunto, quindi, via terra Bulona (Valona), donde era approdata a Siponto per fuggire verso Benevento, dove l’aspettava suo zio Narsete, identificato con il comandante delle truppe bizantine in Italia.

Fu proprio a Siponto che Artellaide incontrò un personaggio, di cui viene taciuta l’identità, che le chiese denaro per realizzare alcuni lavori nel Santuario di San Michele sul monte Gargano. Artellaide, con sorpresa di tutti, non solo decise di mettere a disposizione le risorse di cui disponeva, ma volle anche raggiungere la montagna sacra per pregare l’Arcangelo. Al termine della sua devota supplica, avrebbe lasciato in dono ‘triginta aureos’.

Tornata a Siponto, raggiunse infine Benevento, dove, dedicandosi alla preghiera, rimase fino alla morte. Il racconto è tramandato da un’anonima operetta agiografica, la ‘Vita sanctae Arthellaidis’, che colloca gli avvenimenti riportati nel VI secolo.

Numerose epigrafi testimoniano l’importanza che rivestirono il culto micaelico e il santuario garganico per i Longobardi: una devozione che includeva anche le donne. Tra le epigrafi di apparato che ancora si possono leggere, una ricorda il viaggio fatto per devozione da Gunperga, nipote del re Liutprando (712 – 744), insieme al marito, il duca Romualdo II (706 – 731/32).

Aulisa ci narra ancora che fu proprio una donna, la regina Ansa, moglie del re longobardo Desiderio (756 – 774), a far allestire strutture di ricovero e di ristoro per numerosi pellegrini che, alla sua epoca, dalle terre di Occidente raggiungevano Roma e il Gargano.

Un epitaffio, attribuito a Paolo Diacono, così recita: “Ormai sicuro, intraprendi il cammino, chiunque tu sia che, pellegrino dalle terre di Occidente, ti dirigi verso la città del venerando Pietro e la rupe garganica del venerabile antro. Sicuro per il suo (di Ansa) intervento non avrai da temere né le frecce dei predoni, né il freddo, né le nubi della notte oscura: per te infatti (la regina Ansa) fece apprestare ampi ricoveri e cibo”.

Si registrano, inoltre, tradizioni relative a personaggi di alto lignaggio. Si è tramandato, a esempio, il racconto di un presunto pellegrinaggio della contessa Matilde di Canossa (lo abbiamo raccontato in un post), parente dell’imperatore Enrico II, che sarebbe avvenuto nel 1089. La donna, imbarcatasi a Ravenna, sarebbe approdata a Lesina in compagnia delle sue damigelle, dove sarebbe sfuggita ai pericoli dovuti alla presenza di un conte Normanno, padrone di Lesina. La contessa si sarebbe vendicata e, riconosciuta la protezione dell’Arcangelo, avrebbe proseguito il suo viaggio fino al santuario garganico, dove avrebbe pregato e lasciato anche doni.

Diverse fonti testimoniano come non poche donne, a partire dal IV secolo, sfidarono la propria fragilità per affrontare le fatiche di lunghi viaggi, e, nello stesso tempo, l’autonomia di cui godevano e il significato tutto particolare che aveva assunto per loro il pellegrinaggio.

Ma il ricordo di alcune eroiche donne è stato tramandato dalla leggenda.

Come la tragica storia di Bianca Lancia, concubina di Federico II di Svevia, all’epoca sposato con Jolanda di Brienne. Da questa relazione segreta, poi resa pubblica con il matrimonio in ‘articulo mortis’, come la storia tramanda, nacquero tre dei 19 figli (Costanza, Manfredi e Violante) di Federico II.

Leggenda vuole che a causa della forte gelosia dell’imperatore, Bianca Lancia abbia trascorso moltissimo tempo reclusa all’interno del castello di Monte Sant’Angelo. Proprio per porre fine alle sue sofferenze, la nobildonna decise di suicidarsi gettandosi dalla Torre dei Giganti. Alcune varianti della storia collocano tale tragico epilogo nel castello di Gioia del Colle, sempre in Puglia.

Pare che il suo fantasma si aggiri malinconico tra le stanze del castello e che a volte, durante i mesi più freddi dell’anno, si possa sentire nel vento la disperazione della sventurata: tanti testimoni sono pronti a giurare di aver ascoltato i suoi lamenti e il suo pianto. Leggenda vuole anche che nel punto in cui cadde Bianca Lancia sia cresciuta una pianta selvatica dell’identico colore della veste che la donna indossava in quel fatale momento.

Questa storia ci ricorda la leggenda di Narda Cece, morta gettandosi da una rupe, presso San Nicandro Garganico (ne parla un nostro post).

A quanto pare, Federico II, ne fece soffrire di amate donne, come ci ricorda Felice Clima, richiamando alla memoria la storia di Angiola dei Bronte.

Si racconta che nelle notti di luna piena, nei giorni vicini all’anniversario della morte dell’imperatore svevo, lo spirito della donna dia segno della sua presenza, nei pressi del castello del centro storico di Apricena, imprecando, implorando e lamentandosi della perdita dell’amato sovrano.

E ancora, la tragica storia di esilio di Vipsania Giulia Agrippina, meglio nota come Giulia minore, nobildonna romana nipote dell’imperatore Augusto, accusata di adulterio e condannata a trascorrere il resto della sua vita presso le Isole Tremiti, fino alla sua morte (abbiamo raccontato anche questa storia in un precedente post).

E che dire della leggenda di Khayr al-Dīn, detto il Barbarossa, legata a questo famoso corsaro e a un luogo-simbolo dell’immaginario collettivo degli abitanti di Peschici. A quanto si racconta, dall’abbazia benedettina di Santa Maria di Kàlena, un camminamento sotterraneo portava alla “caletta” del Jalillo: esso serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Si sussurra di un antico tesoro lasciato dal corsaro: un vitello d’oro posto come cuscino a una fanciulla morta e seppellita nella cripta dell’abbazia di Kàlena, probabilmente la sua giovane moglie.

E ancora, l’eroico sacrificio di Nunzia, unica superstite dell’inabissamento di Uria, che non riuscì a salvare il suo amato dalla catastrofe e che porta ancora oggi il suo spirito a piangere l’amore per sempre perduto (leggere il post dedicato a questa bellissima storia).

Concludiamo con il ricordo delle antiche donne daunie, tramandatoci da Licofrone: forti, temerarie in battaglia insieme ai maschi, hanno vesti da Erinni, usano erbe magiche per il volto, stringono e abbracciano la statua di Cassandra-Alessandra, così da preservare la loro verginità.

Tanto ci sarebbe ancora da raccontare, come per esempio il ruolo avuto da molte donne, durante il brigantaggio. Lo faremo…

Archivio Giovanni BARRELLA

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