I docenti italiani pagano più tasse dei miliardari
Nel 2025 i miliardari italiani hanno visto crescere la loro ricchezza di circa 150 milioni di euro al dì, ma pagano meno tasse dei docenti.

Nel cuore dell’ultima analisi Oxfam sull’economia globale emerge un dato che fa sobbalzare: nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato la loro ricchezza di circa 150 milioni di euro al giorno, una crescita totale di circa 54,6 miliardi in dodici mesi. È un’accelerazione impressionante, pari a oltre 1.700 euro al secondo accumulati da una ristretta élite economica, mentre gran parte degli italiani vede i salari stagnare e il costo della vita salire. Ma la parte più clamorosa di questo scenario non è soltanto la crescita dei patrimoni: è la fotografia di un sistema fiscale che, in proporzione, consente ai super-ricchi di versare meno tasse rispetto a un insegnante o un lavoratore dipendente. Il contrasto tra i redditi e l’incidenza fiscale di queste due categorie socio-economiche non è un’opinione: è un problema strutturale che sta emergendo nelle analisi pubbliche e nelle proteste di studenti, lavoratori e professionisti italiani.
Il paradosso fiscale che fa arrabbiare l’Italia
La struttura del sistema fiscale italiano prevede un’imposta progressiva sul reddito, in teoria più alta per chi guadagna di più. Eppure, nella pratica, i miliardari italiani pagano, in proporzione al loro reddito complessivo, una percentuale di tasse nettamente inferiore rispetto alla media dei contribuenti.
Secondo studi internazionali e analisi di Oxfam, l’effettiva tassazione sui redditi più elevati – e soprattutto sui profitti derivanti da capitali, rendite finanziarie, dividendi e plusvalenze – è spesso molto più bassa di quella che graverebbe su un imprenditore o un professionista che lavora e dichiara reddito da lavoro dipendente. In alcuni confronti europei, emerge che i contribuenti più ricchi in Italia arrivano a pagare un’aliquota media effettiva inferiore a quella del cittadino medio, o comunque non molto più alta, nonostante la loro enorme capacità contributiva.
Questa situazione non è solo un effetto della progressività IRPEF, ma anche del modo in cui sono tassati i redditi da capitale e dei regimi fiscali agevolati che spesso si applicano alla ricchezza patrimoniale e alle società. Il risultato è un paradosso: chi guadagna con il lavoro – come un insegnante – finisce spesso per pagare una quota maggiore delle proprie entrate in tasse rispetto a chi accumula patrimoni miliardari.
La percezione di ingiustizia è amplificata dal fatto che gli stipendi dei docenti italiani sono tra i più bassi in Europa, senza adeguate tutele salariali o riconoscimenti professionali, mentre la classe dei super-ricchi continua ad accumulare risorse quasi indisturbata. Nel complesso, non si tratta solo di una questione di numeri, ma di un disegno economico e politico che sembra premiare l’accumulazione di capitale rispetto al lavoro concreto. Le conseguenze di questa dinamica vanno ben oltre la contabilità pubblica: alimentano la frattura sociale, deprimono la fiducia nelle istituzioni e consolidano un sistema in cui il denaro compra non solo beni, ma anche influenza politica.
La propaganda di politiche di “flat tax” o di incentivi per gli investimenti rischia di mascherare un fatto più scomodo: l’equità fiscale in Italia è ormai un miraggio per la maggioranza, mentre i super-ricchi continuano a beneficiare di vantaggi sistemici.
Alla fine, ciò che infiamma l’opinione pubblica non è solo la quantità di denaro ammucchiata nelle mani di pochi, ma il fatto che in molti casi questi pochi contribuiscono proporzionalmente meno di chi con fatica porta avanti scuole, ospedali e servizi pubblici. È uno scenario che richiede risposte forti e trasparenti dal legislatore: perché l’Italia non può più permettersi un regime fiscale che sembra rivolto ai super-ricchi invece che alla giustizia sociale.
Ora, dopo tutto questo, è davvero ancora corretto continuare a definire quella del docente una “missione” e non un lavoro vero e proprio? Dopo anni di università, supplenze, concorsi, abilitazioni e un lungo anno di prova, il risultato resta uno stipendio che, rapportato al potere d’acquisto, è ben al di sotto della media europea. Un professionista è tale non solo perché è competente e preparato, ma perché il suo lavoro viene riconosciuto anche economicamente. Chiedere agli insegnanti di accontentarsi del ruolo di “supereroi” mentre altri accumulano milioni pagando meno tasse è una narrazione comoda, ma sempre più difficile da sostenere.
