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Saurino: “Foggia è popolata da tanta gente che ce la sta mettendo tutta per ripartire”

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Prima di Maria Chiara Giannetta, negli ultimi anni c’è stato Gianmarco Saurino a portare in alto il nome di Foggia nel mondo del cinema. Dopo le prime esperienze al Teatro dei Limoni di Foggia, gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia (sotto la guida di Giancarlo Giannini), il grande pubblico ha conosciuto Gianmarco nella fortunatissima serie televisiva “Che Dio Ci aiuti”. La consacrazione, poi, è avvenuta con il grande successo di “DOC – Nelle tue mani” con Luca Argentero. Nel 2021, invece, Gianmarco ha debuttato al cinema con “Maschile Singolare”, film molto premiato e apprezzato per la regia di Matteo Pilati e Alessandro Guida. 

Qualche giorno fa, in occasione delle repliche del suo spettacolo “Rotte – Storie e migrazioni”, Gianmarco si è raccontato a Vanity Fair. A partire dalla nascita della sua passione. “Vorrei poterle dire quelle frasi sul fuoco ardente della recitazione ma, a parte che non sarebbe vero, mi suonerebbe anche male perché non ci credo”, ha raccontato a Mario Manca. “La verità è che ho iniziato a stare sul palco e, quando mi sono chiesto cosa avrei voluto fare da grande, mi sono risposto di provare a fare questo mestiere”. Saurino, gavetta nei villaggi estivi e in un giornale locale (prima passione il giornalismo, poi sfumata), racconta di un rapporto di famiglia con il teatro. “Mio zio era prete, ma anche un grandissimo attore. A 16 anni ho iniziato il laboratorio di teatro della scuola, ho capito che avrei fatto quello. Sei mesi dopo ho provato a entrare al Centro Sperimentale e mi hanno preso”. 

Gianmarco ha parlato del rapporto con il suo Sud. “Sono un figlio del Sud, di un territorio martoriato dalla mafia, anche se i rami dell’albero che sto costruendo vanno verso l’infinto e oltre”. E di Foggia. “Non è il posto in cui vorrei far crescere mio figlio, ma è popolato da tanta gente che ce la sta mettendo tutta per ripartire. Purtroppo è molto facile che anche i migliori vengano risucchiati da questa nebbia grigia che è la mafia foggiana. La cosa più brutta è quando saltano le serrande nel cuore della notte e nessuno ci fa ormai più caso perché si sono abituati a quel frastuono: è una cosa che mi fa rabbia”. 

Alla domanda se quando ha lasciato Foggia lo ha fatto a cuor leggero, la risposta è amara. “Sì, perché non avrei potuto fare il mestiere come avrei voluto se fossi rimasto lì: dovevo andare o a Roma o a Milano. Resta che, ogni volta che serve, torno in città, tant’è che tutti i miei spettacoli sono passati da Foggia, dal teatro in cui sono cresciuto, magari aiutando un pischello di 16 anni che vuole fare l’attore a crederci perché è possibile. Io e Maria Chiara Giannetta lo abbiamo dimostrato”. 

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