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Riforma della Sanità: osservazioni e prospettive per il Gargano, la Capitanata e Manfredonia

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Riforma della Sanità: osservazioni e prospettive per il Gargano, la Capitanata e Manfredonia

Le riflessioni proposte dall’ex Sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi sulla riforma del Servizio Sanitario Nazionale e sul rapporto tra San Giovanni Rotondo e Manfredonia sono attente, puntuali e largamente condivisibili nell’impostazione generale. Esse colgono un punto essenziale: la riforma sanitaria non è una semplice revisione tecnica, ma una scelta strategica che ridefinisce ruoli, funzioni e responsabilità dei territori.

L’idea di un Gargano che non si divide, ma si organizza come sistema sanitario integrato, fondato sulla complementarità tra poli di eccellenza e presìdi di prossimità, è una visione corretta e necessaria. Così come è fondata la preoccupazione che, in assenza di scelte chiare e di adeguati investimenti, la riforma possa tradursi in una redistribuzione della scarsità invece che in un reale miglioramento dei servizi.

Proprio per questo, però, appare utile approfondire nel merito il contenuto della riforma nazionale, per comprenderne appieno portata, limiti e possibili ricadute sulla sanità pugliese, sulla Capitanata e, in particolare, su Manfredonia. Solo una lettura più approfondita consente di passare dalla visione generale alle scelte concrete, evitando ambiguità e promesse irrealistiche.

Il disegno di legge delega sulla sanità affida al Governo il compito di riorganizzare il Servizio Sanitario Nazionale entro il 2026. Non introduce cambiamenti immediati, ma definisce un nuovo impianto organizzativo che inciderà profondamente sul rapporto tra ospedale e territorio.

Il primo elemento centrale è il superamento del modello ospedale-centrico. L’ospedale non è più pensato come il fulcro esclusivo dell’assistenza, ma come parte di una rete più ampia in cui il territorio assume un ruolo decisivo. L’obiettivo è ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso, migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e garantire continuità tra cure ospedaliere, domiciliari e territoriali.

Un secondo punto qualificante è la nuova classificazione degli ospedali. Accanto agli ospedali di base, di primo e di secondo livello, la riforma introduce:

  • gli ospedali di terzo livello, strutture di eccellenza con bacino di utenza nazionale o sovranazionale;
  • gli ospedali elettivi, dedicati ad attività programmate e privi di pronto soccorso.

Questa impostazione mira a concentrare l’alta complessità in poli realmente qualificati e a superare la frammentazione dell’offerta. In questo quadro si colloca naturalmente Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, che possiede molti dei requisiti richiesti per un ospedale di terzo livello. Tuttavia, la riforma chiarisce che tali strutture non possono essere isole autosufficienti, ma devono agire come motori di rete, governando i flussi, riducendo la mobilità impropria e dialogando in modo strutturato con il territorio. Le recenti tensioni emerse sulla governance e sul modello gestionale della struttura confermano che la questione non è solo sanitaria, ma anche politica e strategica.

La riforma rafforza inoltre il ruolo delle reti cliniche e assistenziali, in particolare per le patologie tempo-dipendenti e per le specialità ad alta complessità. Il principio guida è la prossimità: garantire risposte qualificate vicino al cittadino per i bisogni a bassa e media complessità, riservando i grandi centri alle prestazioni più complesse.

Grande attenzione viene riservata all’assistenza territoriale, con particolare riferimento a persone non autosufficienti, pazienti cronici complessi, cure palliative, salute mentale, integrazione socio sanitaria, digitalizzazione dei servizi e ridefinizione del ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri. È qui che si gioca gran parte della credibilità della riforma.

Tuttavia, uno dei limiti più evidenti è rappresentato dalla neutralità finanziaria: non sono previste risorse strutturali aggiuntive. Questo significa che l’attuazione concreta dipenderà in larga misura dalla capacità organizzativa e finanziaria delle Regioni. In una regione come la Puglia, segnata da carenze di personale, difficoltà di bilancio, liste d’attesa e mobilità passiva, il rischio è che la riforma resti una buona architettura normativa con effetti limitati nella realtà.

Nel contesto della Capitanata e del Gargano, la sfida è evitare contrapposizioni sterili tra territori. San Giovanni Rotondo e Manfredonia non sono alternative, ma funzioni complementari all’interno di un unico sistema. Se San Giovanni guarda all’alta complessità, alla ricerca e alle reti specialistiche, Manfredonia deve guardare alla vita quotidiana delle persone, alla prossimità delle cure e alla continuità assistenziale.

Per Manfredonia, questo significa superare ogni ambiguità. Non servono promesse di ospedali “completi” irrealizzabili né interventi episodici. Serve invece una scelta chiara e sostenibile, fondata su: un ospedale di base solido, capace di garantire medicina, chirurgia di base, diagnostica efficiente e collegamenti rapidi con gli ospedali di riferimento. Un territorio realmente funzionante, con Case della Comunità operative, Ospedale di Comunità, assistenza domiciliare e presa in carico delle cronicità. Una rete dell’emergenza efficiente, con tempi certi di intervento e trasferimento.

Solo così il Gargano può presentarsi come un sistema sanitario unitario, capace di ridurre le disuguaglianze e di evitare migrazioni sanitarie inutili.

In conclusione, la riforma della sanità rappresenta un’opportunità importante, ma non automatica. Senza scelte politiche chiare, senza investimenti sul personale e senza una programmazione territoriale coerente, il rischio è quello di accentuare le fragilità esistenti.


Per Manfredonia, per la Capitanata e per il Gargano, la sfida è trasformare questa riforma da cornice normativa in diritti sanitari concreti, realmente accessibili e vicini ai cittadini.

GAETANO BRIGIDA

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