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Riccardi torna sul caso migranti: “Accoglienza e trasparenza devono camminare insieme. Sindaco inadeguato, in città manca l’opposizione”

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Riccardi torna sul caso migranti: “Accoglienza e trasparenza devono camminare insieme. Sindaco inadeguato, in città manca l’opposizione”

Si continua a voler insinuare nell’opinione pubblica l’idea che il mio comunicato sull’arrivo dei richiedenti asilo sia stato diffuso con l’intento di provocare una polemica e di alimentare, su un tema così delicato, reazioni razziste, xenofobe o intolleranti.

È un’accusa falsa, ingiusta e profondamente strumentale.

A parlare per me non sono le insinuazioni di oggi, ma la mia storia personale e politica, che è lì, limpida, pubblica e verificabile, su questi argomenti. Per questo respingo con fermezza ogni accusa di allarmismo: non solo è infondata, ma rappresenta un modo comodo e scorretto per spostare l’attenzione dal merito delle questioni.

Allo stesso tempo, non posso che prendere nettamente le distanze da alcune vergognose prese di posizione che, in questi giorni, hanno coinvolto il Sindaco e il Vescovo di Manfredonia. Una cosa è il confronto, anche duro, sui temi; altra cosa sono l’insulto, l’allusione meschina, la delegittimazione personale. Da questo livello di discussione mi dissocio in modo totale e lo condanno senza esitazioni.

Il mio intervento non metteva in discussione né la dignità delle persone accolte, né il dovere morale e civile dell’accoglienza. Sollevava, invece, una questione diversa, semplice ma decisiva: il dovere delle istituzioni di informare con chiarezza, con tempestività e con dati coerenti quando si decide l’arrivo di decine di richiedenti asilo in un contesto di quartiere che già vive criticità e complessità proprie.

È del tutto inutile richiamare esperienze del passato per confondere il piano della discussione: progetti numericamente contenuti e distribuiti sul tessuto urbano non sono paragonabili a situazioni che, per dimensione e concentrazione, hanno un impatto evidente. E fa ancora più specie che si faccia finta di dimenticare ciò che accadde nell’agosto del 2017, quando i cittadini della frazione Montagna di Manfredonia furono chiamati, su richiesta del Prefetto, ad accogliere provvisoriamente 50 migranti nel nuovo SPRAR dell’ex Hotel Menta e Rosmarino: un numero pari, allora, alla popolazione maschile della borgata.

Quella fase, è bene ricordarlo, fu gestita in piena collaborazione tra Comune, comunità locale e Prefettura, fino al punto di giungere, su indicazione degli stessi residenti, alla richiesta di sostituire gli ospiti, inizialmente tutti uomini, con nuclei familiari. Una richiesta accolta dopo un confronto istituzionale in Prefettura.

Quello fu un esempio di gestione seria: dialogo, ascolto, equilibrio, responsabilità.

Manfredonia, del resto, è stata da sempre una città accogliente e inclusiva, capace di riconoscere prima l’umanità delle persone e solo dopo ogni altra differenza. E io lo ricordo con emozione il giorno in cui la città seppe abbracciare, con naturalezza e con affetto, il suo primo calciatore di colore: il giovanissimo ghanese Ahmed Apimah Barusso. Arrivò da Accra senza una valigia, con addosso soltanto una maglia bianca, un pantaloncino rosso e un paio di ciabatte. Null’altro. Atterrò a Roma e giunse direttamente allo stadio Miramare, portando con sé solo il peso dei sogni, dell’incertezza e della speranza. Eppure, da quel momento, Manfredonia non vide uno straniero: vide un ragazzo, una promessa, una persona da accogliere. Tra gioie e momenti difficili, quel ragazzo divenne per tutti “Ciro”, nome affettuoso, popolare, quasi familiare, segno di un’appartenenza conquistata non con le parole ma con il calore umano di una comunità intera. È questa la verità di Manfredonia: una città che non ha mai avuto paura dell’altro, perché ha sempre saputo riconoscere nell’altro un volto, una storia, una vita degna di rispetto.

Nessuno può seriamente sostenere che una presenza così rilevante possa essere considerata neutra o invisibile per un territorio. E non per colpa di chi arriva, sia chiaro, ma per l’inevitabile impatto organizzativo, sociale e logistico che una scelta di questo tipo comporta. Proprio per questo servivano parole chiare, numeri chiari, tempi chiari, modalità chiare.

Chiedere informazioni non significa seminare paura.

Significa, al contrario, evitare che il silenzio, le ambiguità o le versioni discordanti finiscano per produrre paure, voci incontrollate e tensioni inutili.

Il mio comunicato non ha creato un problema inesistente. Ha semplicemente fatto emergere un problema reale di metodo: quando su un passaggio così delicato le istituzioni parlano tardi, parlano poco o parlano in modo non uniforme, lasciano spazio alla confusione, all’improvvisazione e alle strumentalizzazioni.

Il punto non era, e non è, “contro chi arriva”.

Il punto era, e resta, contro l’idea che decisioni di questa portata possano essere gestite come se non avessero conseguenze sul territorio, come se fossero amministrativamente neutre, socialmente invisibili, politicamente irrilevanti. Non è così. E non lo è per ragioni profonde, strategiche, essenziali per l’equilibrio e il futuro della nostra comunità.

Accoglienza e trasparenza non sono alternative.

Devono camminare insieme.

Il rispetto dovuto ai richiedenti asilo non è in contrasto con il rispetto dovuto ai residenti. Al contrario: l’uno rafforza l’altro, perché solo una comunità informata, coinvolta e rispettata può essere davvero una comunità capace di accogliere.

Per questo ribadisco la mia posizione senza arretrare di un millimetro: era legittimo chiedere chiarimenti, era doveroso pretendere un’informazione preventiva, ed è oggi più che mai necessario che su temi così delicati le istituzioni agiscano con maggiore chiarezza, maggiore condivisione e maggiore senso di responsabilità.

Piuttosto il Sindaco dimostra anche in questo caso tutta la sua inadeguatezza politica e amministrativa incapace di leggere e governare processi complessi agisce spinto dalla necessita di accreditarsi come puro e umano fino al punto di utilizzare il palcoscenico dedicato alla figura di Berlinguer per rivolgere un attacco alla mia persona colpevole soltanto di aver sollevato un dibattito sui nuovi arrivi. Ne è scaturito un monologo imbarazzante insieme a un racconto della città fatto da chi questa citta non l’ha mai davvero vissuta e l’ha utilizzata soltanto come dormitorio personale. E’ un racconto che non ho alcuna intenzione di lasciare inosservato nei prossimi giorni me ne occuperà e lo smonterò pezzo per pezzo insieme alle sue perle amministrative.

In questa città manca troppo spesso un’opposizione civile, autonoma, libera, capace di guardare ai problemi senza inginocchiarsi al conformismo e senza cedere al ricatto del pensiero unico. Non si può pretendere che tutti stiano dalla stessa parte a prescindere, che tutto venga condiviso per obbedienza o convenienza, che ogni voce critica venga trattata come un fastidio da zittire. Questo non aiuta la città, non migliora le decisioni, non chiarisce le responsabilità.

Siamo immersi in una comunicazione frammentata, autoreferenziale, costruita più per esaltare i singoli che per servire una visione, una strategia, un progetto collettivo.

Io non ho acceso un allarme. Ho acceso un faro.

Un faro sul diritto dei cittadini a sapere, sul dovere delle istituzioni di spiegare, sulla necessità della politica di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte.

Perché una città non si difende nascondendo i problemi sotto il silenzio, ma affrontandoli alla luce del sole. E chi chiede trasparenza non semina odio: rende più forte la democrazia.

Palombella Rossa

Angelo Riccardi