Politica Manfredonia

Riccardi: “La digitalizzazione a Manfredonia: un Pnrr da un milione di euro e un portale che torna all’età della pietra”

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Riccardi: “La digitalizzazione a Manfredonia: un Pnrr da un milione di euro e un portale che torna all’età della pietra”

A Manfredonia, sulla carta, la rivoluzione digitale è già avvenuta. Non per merito, ma per finanziamento. Il Comune risulta assegnatario, grazie al PNRR, di risorse dedicate alla digitalizzazione della pubblica amministrazione per un importo complessivo che non ammette alibi: 1.109.300 euro.

Ecco la dote lasciata dall’attività del Commissario Prefettizio e dall’amministrazione Rotice

Migrazione al Cloud 409.700 euro, Miglioramento esperienza d’uso sito e servizi 328.200 euro, Piattaforma Digitale Nazionale Dati PDND 162.700 euro, Piattaforma PagoPA 112.900 euro, Piattaforma Notifiche Digitali PND 60.000 euro, Applicazione App IO 21.800 euro, Estensione Identità Digitale CIE 14.000 euro

Un intervento economico senza precedenti, un’occasione irripetibile per avvicinare davvero i cittadini al Palazzo e trasformare i processi pubblici in qualcosa di più semplice, tracciabile, lineare, trasparente. Insomma: quello che la digitalizzazione dovrebbe essere. Invece, a Manfredonia, la digitalizzazione rischia di diventare ciò che la politica locale sa fare meglio: una parola buona per i comunicati e pessima per la realtà.

Perché il paradosso è questo. Nonostante il milione PNRR, il sito del Comune sembra aver fatto passi indietro rispetto al recente passato. Ma la parte più grottesca, e quindi perfettamente manfredoniana, è che proprio nella pagina dedicata all’attuazione delle misure PNRR i dati risultano parziali, limitati, di fatto inutili. Una vetrina che non informa, una trasparenza che non illumina, una pagina che, più che rendere conto, sembra fatta per non far capire.

Non è un sito “catastrofico”, è peggio, è un sito “sufficiente”, cioè quello che si ottiene quando si spendono soldi pubblici senza pretendere qualità, ottimizzazione e manutenzione vera. Un Comune può dichiarare che “passa” i parametri, ma una città che investe così tanto dovrebbe ambire a eccellere, non a cavarsela

E qui non stiamo parlando di gusti o di estetica. Stiamo parlando di norme, obblighi e diritti.

Il decreto legislativo 33 del 2013, agli articoli 1, 8 e 39, non lascia spazio a interpretazioni creative. La trasparenza è accessibilità totale ai dati e ai documenti detenuti dalla pubblica amministrazione, proprio per consentire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali. Trasparenza significa che il cittadino non deve fidarsi. Deve poter verificare.

Le linee guida ANAC e gli orientamenti sul bilanciamento con la tutela dei dati personali chiariscono un punto elementare. La privacy non può diventare un alibi per la cancellazione della conoscibilità. Se ci sono dati sensibili, si procede con l’oscuramento selettivo, non con la sparizione dell’atto. La permanenza online degli atti nelle sezioni pertinenti non è un favore. È un obbligo funzionale alla trasparenza.

Ora guardiamo cosa accade, invece, sul portale del Comune di Manfredonia.

Primo. Allegati rimossi. Allo scadere dei termini di pubblicazione dell’Albo Pretorio, 15 o 30 giorni, il sistema procede alla rimozione automatica dei file PDF. Risultato. L’archivio storico diventa una mera elencazione di titoli inaccessibili. È come se un Comune, dopo aver esposto un atto in bacheca per qualche giorno, strappasse il documento e lasciasse soltanto il cartellino con scritto c’era un atto. Una trasparenza da museo delle cere.

Secondo. Documentazione parziale e incompleta. Numerosi atti risultano privi degli allegati tecnici che ne costituiscono parte integrante e sostanziale. Permessi di costruire, determine dirigenziali, atti di pianificazione urbanistica. Senza planimetrie, relazioni, pareri, elaborati. Pubblicare un permesso di costruire senza allegati tecnici è come pubblicare una sentenza senza motivazione. Resta la sigla, sparisce la sostanza. La norma viene svuotata non con una violazione plateale, ma con una furbizia triste. Pubblico, ma non davvero.

Terzo. Il SUE, la vetrina fantasma. La piattaforma dello Sportello Unico per l’Edilizia dovrebbe essere il biglietto da visita operativo della città, lo strumento quotidiano di professionisti e imprese, la porta digitale attraverso cui passa una parte decisiva dell’economia locale. Invece, nella pratica, è come se non esistesse. Un sistema che non garantisce continuità, affidabilità, accesso e tracciabilità non è un “disservizio”: è un blocco amministrativo. E sì, è anche un imbarazzo pubblico, perché una città che ambisce a essere moderna non può permettersi una piattaforma che funziona a intermittenza o non funziona affatto. Qui non siamo davanti a un guasto occasionale: siamo davanti a una degenerazione strutturale, talmente plateale da risultare incredibile in un contesto che dovrebbe competere su attrattività e investimenti.

Quarto. Malfunzionamento degli strumenti di ricerca. Se i sistemi di reperimento degli atti non rispettano criteri minimi di usabilità e reperibilità, l’effetto finale è lo stesso. Il controllo sociale diventa una parola vuota. Se non trovi, non leggi. Se non leggi, non controlli. Se non controlli, qualcuno ringrazia.

E qui arriva la domanda politica, quella che fa male. Che cosa significa digitalizzazione se la piattaforma digitale serve a rendere più difficile quello che prima era possibile. Perché la digitalizzazione vera non è un sito nuovo o una grafica pulita. È accessibilità, tracciabilità, permanenza, integrità. È il contrario del click e scompare.

Io ho già segnalato la questione ai canali competenti, anticorruzione comunale e AgID. Ma il punto non è l’ennesima segnalazione. Il punto è inchiodare una verità. Un milione di euro per la digitalizzazione non può produrre un portale che riduce l’informazione e indebolisce la trasparenza. Sarebbe un capolavoro di involuzione. O peggio, un disegno.

Qui si configura un sistema che spegne la conoscibilità degli atti eliminando gli allegati, rende inutili gli archivi, ostacola la ricerca, trasforma la privacy in una serranda abbassata.

È una trasparenza a tempo, come le promozioni al supermercato. Dura 15 giorni, poi sparisce.

Il PNRR non può diventare un trucco scenico, un grande budget per abbellire la facciata e chiudere le finestre. La digitalizzazione non è un manifesto. È un diritto civile moderno. E quando quel diritto viene compresso, non è un disservizio. È un segnale politico. Quello di un’amministrazione che preferisce essere raccontata piuttosto che essere controllata.

A Manfredonia, il cittadino non chiede favori. Chiede ciò che la legge già gli riconosce. Documenti integri, allegati consultabili, archivi accessibili, motori di ricerca efficienti. E chiede soprattutto che non si giochi con le parole. Perché trasparenza senza contenuti è solo un altro modo di chiamare l’opacità.

E al Sindaco, che dovrebbe essere il primo garante della trasparenza e della qualità dei servizi pubblici, non si chiede un post o una passerella di carnevale. Si chiede una cosa semplice: assumersi la responsabilità politica di ciò che accade nel Palazzo. Perché qui non parliamo di un dettaglio tecnico: parliamo di diritti dei cittadini e di soldi pubblici. Sindaco, se ci sei, non “battere un colpo”: batti un pugno sul tavolo. Se non ci sei, almeno non far finta di esserci. Perché un Comune che investe in digitale e poi produce opacità non ha un problema di software. Ha un problema di guida.

Palombella Rossa – Angelo Riccardi

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