Riccardi: “Il sigillo del QR e la civetta mercenaria”

Riccardi: “Il sigillo del QR e la civetta merceniaria”
Nel Regno di Sipontia le statue non parlavano.
Non per mancanza di voce, ma per antica prudenza: chi regna davvero, lo sanno anche i vicoli, preferisce i monumenti immobili. Le pietre ferme sono docili. Le storie, invece, si muovono. E quando si muovono, fanno domande. E le domande, in un regno recente, sono più pericolose delle rivolte.
Eppure, da ieri, in Piazza del Sovrano Fondatore, la statua di Re Manfredi aveva ricominciato a fare la cosa più temuta dal potere: raccontare.
Bastava avvicinare un cellulare a una targa nuova, lucida come un decreto appena stampato, e quel quadrato a scacchi, il QR, apriva un varco. Da lì, la voce del Re attraversava l’aria come vento di scirocco:
«Io sono Manfredi… e questa città…»
Il Barbagianni Re, che aveva conquistato Sipontia con una miscela di promesse, amministrazione e distrazione collettiva, rimase in ascolto dietro le persiane del Palazzo delle Delibere. Non si mosse finché non sentì la parola che temeva più del dissenso.
Fondazione.
Fu allora che l’aria cambiò.
Non si trattava più di un “esperimento culturale”. Era un richiamo. E nel Regno di Sipontia i richiami, quando sono veri, non li spegni con un comunicato.
Il Barbagianni entrò nel Salone dei Consiglieri senza convocazione, come un’ombra che ha diritto di precedenza. Lo seguivano due guardie dal passo educato e dagli occhi vuoti: i Custodi del Protocollo.
Al centro del tavolo, già pronti, c’erano i suoi soliti interpreti della realtà, ognuno con la propria maschera e il proprio mestiere: il Gran Maestro dei Codici, che traduceva qualunque problema in “tema”; lo Scriba delle Cose Belle, che faceva brillare le frasi finché non diventavano innocue; il Notaio delle Etichette, capace di cambiare nome alle cose senza toccarne la sostanza; la Dama delle Inquadrature, che trasformava ogni cosa in “esperienza”.
Il Barbagianni posò sul tavolo un foglio, non un decreto, ma qualcosa di più raro: una domanda.
«Chi ha autorizzato la statua a parlare?»
Il Gran Maestro dei Codici schiarì la gola. «Maestà, non è la statua. È il contenuto digitale. È un audio. Una narrazione attivata da QR…»
«Non mi interessa come», lo interruppe il Barbagianni. «Mi interessa perché. E soprattutto da chi.»
La Dama delle Inquadrature sorrise con quell’ottimismo che si usa quando si teme la verità. «È un progetto sperimentale. Una targa. La gente si ferma, ascolta, si incuriosisce. Valorizzazione…»
Il Barbagianni abbassò lo sguardo, e in quello sguardo c’era Sipontia intera: promesse fatte e mai ritirate, inaugurazioni senza conseguenze, frasi che durano un giorno e impegni che muoiono prima di nascere.
«Valorizzazione», ripeté piano. «È una parola comoda. Sembra un regalo e invece è una porta.»
Lo Scriba delle Cose Belle, ansioso di salvare l’incanto con l’eloquenza, si affrettò a intervenire.
«Maestà, il Sindaco delle Inaugurazioni è stato il primo a provarla. Un gesto simbolico. Un modo elegante per dire che la città…»
Poi, come chi confessa un merito per ottenere indulgenza, aggiunse con un orgoglio che odorava di calce fresca e di cancellature.
«E Maestà, abbiamo fatto anche la cosa più importante: cancellare la storia. Dalle foto, con cura, abbiamo evitato accuratamente che si leggesse il nome di quel malavitoso che, con un atto oscuro e interessato, fece tornare per sempre Manfredi in città. Nessuna traccia. Nessuna firma. Nessuna memoria.»
Il silenzio cadde sul tavolo come una sentenza.
Il Barbagianni alzò lentamente gli occhi. Non erano occhi: erano due chiodi.
«Avete cancellato?» disse.
Lo Scriba annuì, convinto di aver portato una buona notizia. «Sì, Maestà. Abbiamo ripulito l’immagine. Abbiamo evitato che la gente leggesse ciò che non deve leggere.»
Il Barbagianni appoggiò le zampe sul tavolo, senza alzare la voce. E proprio per questo, la frase fece più paura.
«Voi credete che la storia si cancelli dalle foto. Io vi dico che la storia si attacca alle pietre. E quando torna a parlare, ricorda anche ciò che avete provato a far sparire.»
Poi tagliò netto: «La città cosa?»
Nessuno rispose.
Perché tutti avevano capito: se la gente ascolta la propria storia, ricomincia a confrontare. E quando la gente confronta, smette di essere docile. Non perché diventa cattiva. Perché diventa sveglia.
Il Barbagianni si alzò e fece cenno ai Custodi del Protocollo.
«Portatemi la targa.»
Non la fotografia. Non la relazione. La targa.
Quella notte stessa, due uomini la svitarono in silenzio, come si rimuove un indizio. La portarono al Palazzo e la posero sul tavolo, sotto una lampada.
Il Barbagianni la osservò a lungo. Le lettere erano pulite, il metallo nuovo. Il QR perfetto.
Poi lo vide.
Un dettaglio minuscolo, quasi un insulto alla fretta: sul bordo interno, dove la luce non cadeva bene, c’era un segno inciso a mano, un simbolo antico che in Sipontia non si usava più da anni.
Una piccola civetta.
Non una decorazione. Un marchio.
Il Barbagianni respirò lentamente, come fanno i predatori quando capiscono che non stanno più cacciando, ma vengono osservati.
«No…» mormorò.
Il Notaio delle Etichette, che aveva studiato sigilli e stemmi, impallidì. «Maestà… quello è il simbolo della…»
Il Barbagianni alzò una zampa, imponendo silenzio. Non voleva sentirlo detto ad alta voce. In Sipontia, nominare certe figure era già mezzo atto politico.
Eppure la parola prese forma nella stanza, come nebbia che entra senza bussare.
La Civetta Mercenaria.
Creatura di confine: non apparteneva al Palazzo e non apparteneva alla piazza. Custodiva un archivio che nessuno amava ricordare: l’elenco delle promesse fatte ai cittadini, con date, firme e conseguenze mancate. Una memoria tollerata solo perché la si credeva inoffensiva. Un uccello che scrive, in Sipontia, è sempre stato considerato meno pericoloso di un uccello che comanda.
Ma la Civetta Mercenaria era peggio: scriveva e vendeva. Conservava e scambiava. E la sua fedeltà aveva un prezzo.
Il Barbagianni fissò il simbolo. E d’un tratto capì: quel QR non era soltanto tecnologia. Era un grimaldello narrativo. Un modo semplice, quotidiano, irresistibile per far entrare la Storia nelle tasche della gente. E non solo la storia “bella”, ripulita, valorizzata: anche quella che qualcuno aveva provato a cancellare dalle foto.
«Se la Civetta ha messo quel codice…» disse a voce bassa, «non vuole far parlare Manfredi. Vuole far parlare Sipontia. Vuole far parlare le promesse. Vuole far parlare i nomi che avete nascosto.»
La Dama delle Inquadrature sussurrò: «Maestà, magari è solo una firma dell’artigiano…»
Il Barbagianni si voltò lentamente. «Nessun artigiano firma con la promessa. E nessuna promessa si firma senza volerla far valere.»
Ordinò che la targa venisse collegata al sistema in segreto, che il QR venisse aperto in presenza, come si apre una lettera sospetta. Il Gran Maestro dei Codici eseguì: scansionò.
La voce di Manfredi partì, solenne e calda. Ma questa volta, perché la stanza era silenziosa e perché il Barbagianni ascoltava con l’ossessione di chi teme, si notò una cosa che in piazza sfuggiva.
In mezzo al racconto, tra un elogio e un ricordo, c’era una frase breve, quasi innocente:
«…e ricordate: ogni fondazione è una promessa, e ogni promessa chiede conto.»
Il Barbagianni scattò. «Fermate!»
Lo Scriba delle Cose Belle balbettò: «È poetico, Maestà. È cultura…»
«È un avviso», ringhiò il Barbagianni. «È una convocazione.»
Si avvicinò alla targa e passò la zampa sul simbolo della civetta. Lo sentì sotto le unghie: non era un graffio casuale. Era un gesto intenzionale, paziente. Da archivista. Da ricattatrice. Da mercenaria.
In quel momento, come se l’aria avesse memoria, una piuma piccola cadde dal soffitto, lenta. Non era del Barbagianni. Era più chiara, più fine.
Una piuma di civetta.
Il Notaio delle Etichette, con voce tremante: «Maestà… questo significa che lei è entrata nel Palazzo.»
Il Barbagianni non rispose. Guardava la piuma come si guarda una prova che non si può cancellare.
Poi disse una frase che nessuno si aspettava da lui, perché era priva di sarcasmo e piena di paura vera.
«Se la Mercenaria ha deciso di svegliare Manfredi, non lo fa per nostalgia. Lo fa per rendere esigibile ciò che abbiamo sempre rimandato. E per far riemergere ciò che avete provato a nascondere.»
Si voltò verso i consiglieri. «Ora ascoltatemi bene. In Sipontia, quando una promessa torna a parlare, qualcuno perde il sonno. E io non ho intenzione di perderlo da solo.»
Fece un passo verso la finestra. Da fuori arrivavano le voci della piazza: risate, curiosità, telefoni alzati, gente che ascoltava una statua come si ascolta un nonno che finalmente racconta tutta la verità, anche quella che qualcuno voleva tagliare via.
Il Barbagianni serrò le ali.
«Trovatemi la Civetta», ordinò. «E prima che lei scriva il prossimo codice, voglio sapere dove tiene il suo archivio. E chi le paga l’inchiostro.»
Una pausa.
«Perché se la Storia diventa interattiva…» sussurrò, «la promessa smette di essere un ornamento. Diventa un debito. E il debito, prima o poi, presenta il conto. Anche a chi pensava di cancellarlo dalle foto.»
E mentre lo diceva, nel cuore della notte, da qualche parte tra i vicoli e il mare, una civetta vigilava su un registro invisibile. Non faceva rumore. Non annunciava nulla.
Custodiva.
E, aspettando il momento giusto, preparava un altro QR. Non per far parlare una statua.
Ma per far parlare ciò che Sipontia aveva imparato a tacere.
Palombella Rossa – Angelo Riccardi