
Omicidio Sadam, “La Marca solito cantastorie”
Le prime risultanze dell’autopsia e la pista dell’intermediazione dei braccianti complicano un quadro che il sindaco di Manfredonia aveva invece presentato come già chiuso. Non per questo la vittima va trasformata in un criminale: ma la narrazione diffusa da Domenico La Marca prima ancora degli accertamenti si è rivelata imprudente, cosa che si ripente puntualmente.
Davanti a un corpo senza vita, il primo dovere di un rappresentante istituzionale è distinguere i fatti dalle supposizioni. Il cordoglio può essere immediato; cause della morte, movente e responsabilità penali no. Nel caso di Sadam Houssain è successo il contrario: La Marca ha riempito i vuoti dell’indagine con una storia già completa, il viaggio della speranza, il debito di famiglia, il lavoro sottopagato, la baraccopoli, lo sfruttamento, la morte per mano criminale, costruita quando l’autopsia non era ancora stata eseguita.
Oggi qualcosa in più si sa, anche se non tutto. Secondo le prime risultanze medico-legali, Sadam sarebbe stato percosso e poi colpito con un’arma da taglio; il corpo del trentaduenne pachistano, scomparso il 4 agosto, è stato trovato il 22 agosto nel bagagliaio della sua auto, vicino all’insediamento di Borgo Mezzanone. Gli accertamenti istologici dovranno completare il quadro, ma l’ipotesi omicidiaria ha già un primo riscontro.
L’autopsia dice come Sadam potrebbe essere stato ucciso, non perché. Ed è sul movente che la vicenda si complica. Le indagini si concentrano ora sui rapporti di Sadam con il sistema di reclutamento dei lavoratori agricoli: secondo appunti consegnati ai carabinieri dal fratello Nazim, il trentaduenne non si sarebbe limitato a lavorare nei campi, ma avrebbe accompagnato con la propria auto gruppi di braccianti, soprattutto bengalesi, verso le aziende agricole, mantenendo rapporti con alcuni imprenditori e occupandosi del pagamento delle giornate. Gli inquirenti verificano se questa attività di intermediazione lo abbia messo in contrasto con interessi già radicati nel caporalato.
Sono ipotesi investigative, non sentenze: trasportare lavoratori o gestire le paghe non basta a definire Sadam un caporale. Resta da capire come funzionassero quei rapporti, se comportassero sfruttamento, se agisse autonomamente o sotto il controllo di altri. Poteva essere insieme vittima e ingranaggio di un sistema opaco, oppure bersaglio di interessi criminali proprio per il ruolo assunto nel trasporto dei braccianti. Sono gli investigatori a doverlo accertare.
Una cosa però è già chiara: la sua posizione non può essere ridotta alla figura passiva del bracciante rinchiuso nel ghetto e costretto ad accettare tutto per il debito del viaggio. Era una delle ricostruzioni possibili; il sindaco l’ha spacciata per certezza.
Nel suo post “Giustizia e verità per Sadam”, La Marca scriveva che il giovane avrebbe dovuto “sicuramente” restituire il denaro raccolto dalla famiglia, che avrebbe “accettato di tutto” per estinguere quel debito, e che la baraccopoli sarebbe stata prima la sua prigione e poi la sua tomba, pur ammettendo che le cause della morte erano ancora da accertare, definiva già Sadam “ucciso da una mano criminale”. La contraddizione è evidente: non si può dire che tutto è da accertare e, poche righe dopo, offrire una ricostruzione biografica e criminale già compiuta, con un “sicuramente” che non poggia su fonti verificabili, arrivando a immaginare persino quante volte Sadam avrebbe pianto durante il viaggio.
Un sindaco non è un romanziere del dolore: non deve inventare pensieri e sentimenti della vittima per sostenere una narrazione politica, ma attenersi alle informazioni disponibili, tanto più a indagine appena aperta.
Anche sulla residenza di Sadam le versioni divergono: il sindaco lo dice residente stabile nel ghetto, ma un amico ha raccontato a Fanpage che il giovane viveva a Ippocampo con altri connazionali e frequentava Borgo Mezzanone solo per lavoro. Una divergenza che da sola avrebbe consigliato più prudenza.
Ancora più pesante è un’altra frase attribuita al sindaco: «Quando un bracciante sbaglia, paga con la vita». Che errore avrebbe commesso Sadam? Avrebbe invaso il territorio di altri intermediari, sottratto lavoratori a qualcuno, rifiutato certe condizioni? Il sindaco possiede informazioni non ancora pubbliche, o sta solo interpretando? Una frase così, pronunciata da un’istituzione, non chiarisce: allude a un codice punitivo del caporalato e lascia intendere che Sadam sia stato “giustiziato” per aver violato una regola. Se ha elementi concreti, dovrebbe riferirli agli inquirenti; se non li ha, dovrebbe evitare di ipotizzare moventi con frasi a effetto.
Il punto non è sostituire alla santificazione di Sadam una sua criminalizzazione: sarebbe un errore speculare. Anche se venisse accertato un suo ruolo nell’intermediazione, nulla attenuerebbe la gravità del pestaggio, delle coltellate, dell’occultamento del corpo in un bagagliaio. Difendere la sua dignità non significa costruirgli un’aureola, ma riconoscergli il diritto a una verità completa, anche se più scomoda e contraddittoria della storia diffusa sui social.
Nel messaggio il sindaco ha inserito anche un riferimento all’incontro romano e al percorso quinquennale per il superamento del ghetto: un passaggio che trasforma il cordoglio in rivendicazione amministrativa, usando la morte di Sadam come sfondo per accreditare l’operato della giunta.
Anche qui servirebbe più concretezza. Manfredonia era destinataria di oltre 53,6 milioni di euro per il superamento degli insediamenti abusivi; a febbraio 2026 la Corte dei conti aveva giudicato «del tutto insufficiente» la gestione degli interventi pugliesi, indicando proprio Manfredonia come caso emblematico, con il progetto fermo alla fase istruttoria e i posti letto drasticamente ridotti. Nel frattempo, è partito un diverso progetto da 13,7 milioni per la riconversione dell’ex Cara, finanziato dal POC Legalità: un intervento importante, che però non cancella il tempo perduto né le responsabilità accumulate.
Le colpe attraversano più governi e amministrazioni, e sarebbe scorretto scaricarle tutte sull’attuale sindaco. Ma chi oggi governa Manfredonia ha il dovere di dire con trasparenza cosa è stato fatto, cosa non si è riusciti a realizzare e cosa resta una promessa, non di usare un omicidio per sostituire le risposte con l’emozione.
Le domande a cui il Comune dovrebbe rispondere restano concrete: che conoscenza ha delle reti che ogni giorno trasportano i lavoratori da Ippocampo e Borgo Mezzanone verso le campagne? Cosa è stato fatto per garantire trasporti regolari e sottrarre i braccianti agli intermediari? Quali controlli, servizi e progetti di integrazione sono davvero attivi? Che collaborazione esiste con aziende, sindacati, forze dell’ordine e comunità straniere?
Non si chiede al sindaco di risolvere un omicidio. Gli si chiede di non liquidarlo con un post.
Sadam Houssain merita giustizia indipendentemente dal ruolo avuto nel sistema del lavoro agricolo: che si individuino i colpevoli, si ricostruisca il movente, si chiariscano i rapporti che potrebbero averlo condotto alla morte. Ma merita anche di non essere trasformato, secondo la convenienza del momento, prima in martire perfetto e poi in presunto criminale. Giustizia e verità non sono parole da scrivere in maiuscolo per rendere più efficace un post: sono un metodo. Giustizia vuol dire lasciare lavorare magistratura e investigatori; verità vuol dire avere l’umiltà di distinguere ciò che si sa da ciò che si suppone. Proprio questa cautela, nella comunicazione del sindaco di Manfredonia continua a mancare.
Palombella Rossa Angelo Riccardi


