Fede e religione

Omelia Messa Crismale dell’Arcivescovo, Padre Franco Moscone

Amato Popolo Santo di Dio e cari fratelli nel Presbiterato della Chiesa che è in Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo,

che il Signore Crocifisso e Risorto vi faccia abbondare della sua Pace e vi renda sui missionari fino agli “estremi confini della Terra” che ci ha affidato da custodire e trasfigurare!

Abbiamo vissuto con ansia e responsabilità due anni di pandemia, che resta ancora in agguato, ed ora siamo sconvolti da quasi due mesi di guerra tornata a tuonare e minacciare nel cuore dell’Europa. Una guerra che ha creato un esodo, dalle dimensioni impensabili, di profughi che bussano alle nostre città: si tratta soprattutto di giovani mamme con i loro figli minorenni. Una guerra, però, che testimonia anche il grande e generoso sforzo di accoglienza della nostra gente garganica per fare spazio a queste sorelle e fratelli aggrediti dalla violenza, per procurare loro sollievo e speranza di vita e futuro. Siamo testimoni di come la “cultura cristiana” abbia veramente fermentato il nostro territorio e popolo: la solidarietà è veramente capillare ed abbondante, segno che esistono tra noi tanti discepoli del Signore, molti in forma anonima e senza sapere che si stanno comportando da autentici discepoli che accolgono Gesù perseguitato nelle loro case.

A queste sfide stiamo rispondendo oltre che con la carità operosa e creativa, anche attraverso l’esercizio del percorso sinodale, che ci aiuta a discerne il volto della Chiesa per questo nostro tempo tribolato da continue emergenze. Il vero volto della Chiesa è quello espresso dalle Beatitudinibeati i miti … beati quanti hanno fame e sete di giustizia … beati gli operatori di pace …  (Mt 5, 3-12). E’ questo il solo volto capace di illuminare tanto la vita pastorale delle nostre comunità credenti, che il territorio e popolo che siamo chiamati a TRASFIGURARE.

Guardando al cammino sinodale ed ai tre obiettivi che si propone (= crescere in comunionepartecipazione missione), vorrei da prima dare uno sguardo ai tratti sfigurati del volto della Chiesa a cui dover dire dei “no” ed indicare possibili modalità di correzione. Successivamente vorrei lasciare a noi Presbiteri tre semplici consigli, che provengono dalla Parola di Dio, e che ci rendono capaci di unzione, esplicitata dai sacri Oli che tra poco benediremo.

A. I tratti sfigurati nel volto della Chiesa e la terapia per curarli

  1. Il primo tratto sfigurato del volto della Chiesa è il clericalismo: diciamo “no” ad una Chiesa clericale.

Il male più grande della Chiesa, ce lo ha ricordato Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, è la mondanità spirituale, che fa crescere la cultura dell’indifferenza e rafforza il vizio del clericalismo. E’ un virus presente in molti consacrati che si atteggiano “monsignori”, magari non ancora svezzati eppure già avvezzi al potere; ma, purtroppo, ha infettato anche tanti laici che si sentono investiti di potere dentro le nostre Chiese: questo clericalismo laicale è addirittura peggiore di quello dei preti. Il clericalismo è pericoloso perchè genera rigidità, non solo personali, ma anche ideologiche, e queste tendono a sostituirsi subdolamente all’annuncio del Vangelo, che è sempre gratuità e disinteresse. Si inocula il vaccino contro il clericalismo tornando al centro dell’annuncio cristiano: “il Verbo si è fatto carne ed abita tra noi” (cf. Gv 1, 14). Toccare il povero e sentire l’odore delle sue miserie, coinvolgersi nella vita dell’altro, accogliere i profughi causati dalle guerre ed i migranti climatici, soffrire coi bambini abbandonati ed abusati, farsi carico della Madre Terra sempre più maltrattata, riconoscere a ciascuno il diritto a ricevere il perdono dopo l’errore riconosciuto, coltivare buone amicizie dentro e fuori dai propri ambienti di vita, sviluppare il senso dell’umorismo nelle relazioni, pregare col desiderio e la certezza d’essere sotto lo sguardo di Dio: tutto questo dice il “centro dell’annuncio”, tocca il Verbo fatto carne e presente qui ed ora tra di noi. Solo allora ci sarà facile contrastare il clericalismo e dire no ad una Chiesa “pretocentrica o episcopocentrica”, e dire “sì” a una Chiesa che fa maturare il “sensum fidelium”, quindi Chiesa cristocentrica, espressione di un “Popolo santo” che cammina e genera figli alla fede con l’operare la carità che trasforma il mondo. Solo questo è il futuro della Chiesa di Cristo: non temere, ma esaltare lo scandalo della Croce del Verbo che si è fatto carne; perché non c’è Chiesa senza la carne di Cristo.

Stiamo facendo esperienza che Chiesa e Sinodo sono sinonimi, che il cammino sinodale sviluppa la comunione e combatte le diverse forme della mondanità spirituale e ci fa sentire “una sola carne” in Cristo. Sviluppiamo la pastorale di strada sulla strada (= la lezione pastorale del buon Samaritano: Lc 10, 25-37), da autentica “Chiesa in uscita” che ascolta tutto e tutti e non si blinda nei propri spazi istituzionali come in fortini che si sentono sicuri perché murati.

  1. Il secondo tratto sfigurato del volto della Chiesa è il patriarcalismo: diciamo “no” ad una Chiesa patriarcale.

E’ da considerarsi patriarcale quello stile di conduzione della vita comunitaria e delle attività pastorali, che lascia tutto alla “testa” di una sola persona: questa diventa leader indiscusso, dimenticando che l’unico Leader è il Signore Gesù (Mt 23, 8-12). Il patriarcalismo è una forma di rigidismo, una patologia pastorale che pretende di rispondere ad ogni situazione con la presunta “sicurezza” che si basa sulla “legge” fatta dall’uomo, oppure con l’appoggio di una “tradizione” che ha gli occhi dietro. E’ malattia di visione, una forma di miopia capace solo di guardare al passato con nostalgia, che porta con sé il rischio di depressione psico-spirituale, perchè il passato è destinato solo a farsi sempre più lontano ed a sparire con gli occhi annebbiati di chi lo fissa con ossessione!

Curiamo questa forma di miopia, che sfigura il volto della Chiesa, con l’apertura continua al dialogo e il favorire la partecipazione di tutti i battezzati. Prendiamo il coraggio di allontanare ogni manifestazione di tradizionalismo che nega e capovolge la vera tradizione: questa apre al futuro e non chiude soffocando il respiro con le ceneri del passato. Le “parrocchie” siano “riconquistate” dal “Popolo santo di Dio” che assume le proprie responsabilità facendosi guidare dal fiuto della fede. Citando il Servo di Dio don Tonino Bello auguriamoci che “la parrocchia – ed ogni comunità credente in Cristo – non sia il luogo dove una bella liturgia ti fa dimenticare i problemi della vita. La parrocchia – ed ogni comunità credente in Cristo – deve essere luogo pericoloso dove si fa memoria eversiva della Parola di Dio”.

  1. Il terzo tratto del volto sfigurato della Chiesa è l’autoreferenzialismo, lo stare in difensiva: diciamo “no” ad una Chiesa in difensiva autoreferenziale.

L’atteggiamento difensivo e autoreferenziale è proprio di chi piange continuamente su sè stesso, che soffre del complesso di “inferiorità”, che trova gusto nel “vittimismo”. E’ un atteggiamento pericoloso perchè solo capace di accusare e puntare il dito, ti fa sentire sempre soggetto a persecuzione, ti fa vivere nel dubbio ed ammalare di sospetto: il nuovo che avanza ti opprime ed il futuro lo vedi solo come portatore di rischio e incognite, mentre ti chiama a crescere, non a alzare mura di contenimento e falsa protezione! Stare in difensiva diventa una costruzione di documenti e programmazioni che si focalizzano e concentrano sul “dover essere” e dimenticano l’”essere”, la realtà concreta: si finisce col trasformare l’evangelizzazione in lotta per un’ideologia disincarnata! Ho trovato interessante un post su Facebook dell’08 marzo scorso di Nicolò Mazzaprete gesuita e docente, scrive così: “Gli uomini di religione, e quelli che giocano col potere della religione, mi hanno stufato! La manipolazione dei simboli religiosi mi ha stufato. L’uso senza criterio dei libri religiosi mi ha stufato. L’imbarazzante contrasto tra le conquiste della scienza e le resistenze della religione mi ha stufato. La lotta contro l’amore per ragioni religiose mi ha stufato. L’uso del linguaggio religioso per ferire, colpire, uccidere, marginalizzare, escludere… mi ha stufato. La religione mi ha stufato!!” Tali atteggiamenti stufano non solo i “devoti”, ma la gente tutta e frenano l’annuncio del Vangelo! Come ho cercato di descrivere nella lettera Con Cristo Trasfigurati, dobbiamo superare una forma di pastorale da “accanimento terapeutico”, dove si continua sulle abitudini e modalità del passato, ormai diventate obsolete e fallimentari … abbiamo bisogno di una “rivoluzione copernicana”: al centro è da porre la “missione-annuncio” e non la sola  strutturazione di una pastorale diventata “calendarizzazione” dei sacramenti sulla falsariga del percorso scolastico dei bambini e ragazzi.

Si cura la patologia dell’autoreferenzialità difensiva con la forza creativa della missione,con la logica di cuori capaci di discernere aprirsi al nuovo: il Vangelo è novità, affidiamoci al Vangelo secondo il Vangelo (cf. Ernesto Olivero).

Torniamo alla novità del Vangelo. Ascoltiamo come tra la nostra gente e nel “Popolo santo di Dio” c’è fame di comunione, di partecipazione e di missione. Alimentiamo questa triplice “fame” e saremo Chiesa Madre di cuori che generano relazioni d’amore e fecondano la Terra di Vangelo contribuendone alla sua trasfigurazione.

B. Tre consigli, tratti dalla Scrittura, a noi costituiti Presbiteri per il Popolo santo.

  1. “La tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58, 8). Il primo consiglio ci chiedere di riconoscere la ferita da rimarginare, e di farlo con una certa premura: la ferita è la solitudine. Quanta solitudine è emersa durante il tempo di pandemia, quanta ne scopriamo come tentazione che ci fa abbandonare relazioni, fa crescere sfiducia, paure, addirittura egoismi smodati. Riconosciamo il dolore e fetore di questa ferita e curiamola cercando ad ogni costo l’incontro con l’Altro e gli altri, la prossimità perl’Altro e per gli altri: ungiamoci e massaggiamoci con l’olio degli Infermi!
  2. “Io piego le ginocchia davanti al Padre dal quale prende origine ogni discendenza in cielo e sulla terra” (Ef 3, 14-15). Il secondo consiglio è la riscoperta del limite, non come mancanza, ma come dono e condizione per una vita sana e sicura. Abbiamo necessità di distinguere tanto logicamente che psicologicamente tra “pretesa/e” e “preghiera/e”. L’esperienza della pandemia sembra averci fatto crescere ed arrabbiare in “pretese”, più che in vere “preghiere”: ricordiamoci che “preghiera” etimologicamente deriva da “precarietà”, e ci permette di portare la “precarietà” nostra e altrui al cuore del Padre. Come Presbiteri siamo chiamati ad essere esperti e maestri di “preghiera”. Pieghiamo le ginocchia danti al Padre e saremo veri “preti”, testimoni nella nostra carne e in quella dei fratelli e delle sorelle di “precarietà” e la renderemo profumata di “preghiera”: spalmiamoci incessantemente con l’olio dei Catecumeni!
  3. “Che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”: si tratta della richiesta inevasa del “giovane ricco” (Mt 19, 16). A noi Presbiteri tocca mantenere viva nel cuore, prima ancora che della mente e della volontà, questa domanda di “eternità”: la dobbiamo mantenere viva per noi e per il Prossimo che ci è affidato. Chi ci incontra deve accorgersi che portiamo domande vere e collaboriamo a trovare risposte responsabili. E’ il mistero dell’annuncio evangelico che sostiene tutto, compreso la richiesta di senso (espressa dalla dottrina che predichiamo) ed il bisogno di etica (testimoniata da uno stile di vita eloquente): profumiamoci versandoci sul capo e sulle mani il santo Crisma!

A compendio aggiungo sette domande, a modo di esame di coscienza, liberamente tratte dall’opuscolo di Mons. Gualtiero Sigismondi Passioni del Prete, Tentazioni del Vescovo. Eccole: 1a. Che ne è della mia vita di preghiera? 2a. Faccio gli esercizi spirituali tutti gli anni? 3a. Da quanto tempo non mi confesso? 4a. Quando salgo all’altare credo fermamente di “astare coram Dei”? 5a. Nel predicare sono consapevole che devo credere in ciò che proclamo e insegnare ciò che ho appreso? 6a. Partecipo alla comunità del Presbiterio come alla famiglia dei miei fratelli? 7a. Sono povero e per questo libero?

Seguendo i tre consigli e sollecitati dalle sette domande sconfiggeremo la tentazione di essere “principi di un Territorio” che riteniamo assegnatoci, per vivere da “servi e martiri” di un Popolo a cui siamo stati mandati da custodire e curare donando la nostra vita come cibo da consumare. Non solo celebreremo, ma saremo veramente “Eucaristia”, pane spezzato per ogni fratello e sorella che incontriamo ed accompagniamo. Si compiranno anche per noi le parole dell’ultima pagina del diario di Hetty Hillesum: “ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati e da tanto tempo”!

Amen.

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Redazione

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