Spettacolo Italia

Morto Rupert Sciamenna: attore del surrealismo comico italiano

Rupert Sciamenna, nome d'arte di Franco Mari, prese parte a numerosi corti comici assieme a Maccio Capatonda.

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È morto Rupert Sciamenna, nome d’arte di Franco Mari. Con lui se ne va un modo irripetibile di far ridere: sottile, surreale, malinconico. Nato a Milano da padre svizzero e madre italiana, era cresciuto tra il rigore del Nord e la leggerezza lombarda, imparando presto che la vita può essere una commedia involontaria. Prima di diventare attore era stato PR negli hotel di lusso, dove imparò la teatralità dei gesti, la maschera del sorriso e la recita quotidiana dell’eleganza.

Chi era Rupert Sciamenna

Negli anni Ottanta le sue notti milanesi erano un film ininterrotto di bicchieri pieni e promesse vuote. Poi, per caso, incontrò Maccio Capatonda. Da quella scintilla nacque Rupert Sciamenna, un personaggio impossibile da catalogare, sospeso tra genio e parodia, follia e lucidità. L’uomo che rideva in maniera ironicamente diabolica, che parlava con la “r moscia”, al pari di un sigillo aristocratico su una risata già assurda di suo. Ogni sua battuta era un graffio, ogni smorfia un’espressione che valeva più di mille parole. Rupert non imitava nessuno: era la caricatura di quell’Italia benestante, vanitosa ma allo stesso tempo fragile, piena di uomini che si prendono troppo sul serio. Nei suoi sketch, la risata arrivava in ritardo, come una rivelazione. Era comico e tragico insieme, elegante e sgraziato, raffinato e scomposto. Con Capatonda aveva trovato la sua casa naturale. In Mai dire… e poi nei film come Italiano medio, Sciamenna diventò un’icona di culto. La sua presenza scenica, il suo linguaggio storto, le pause interminabili, trasformavano ogni apparizione in un piccolo teatro dell’assurdo. Non recitava: esisteva. E in quell’esistenza c’era tutto: l’ironia, la stanchezza, la malinconia di chi ride per non piangere. Dietro la maschera c’era l’uomo. Franco Mari aveva raccontato di essere stato in collegio a Lucerna, poi alla scuola alberghiera di Losanna, “una delle migliori del mondo”. Un percorso elegante, quasi svizzero nella precisione, che lui però aveva scardinato con il disordine creativo della comicità. Diceva spesso: «Non so recitare». Eppure recitava la parte più difficile di tutte, quella dell’umanità che si riflette nello specchio dell’ironia. Oggi che non c’è più, resta un vuoto. Ma anche una lezione: che la risata, quando è vera, può essere filosofia. Che il grottesco è solo un modo più onesto di raccontare la realtà. Che anche la parodia, se fatta con grazia, diventa memoria collettiva. Rupert Sciamenna era tutto questo e di più: una maschera moderna, un poeta della smorfia, un gentiluomo della risata. Lo salutiamo così, con un sorriso che fa male ma sa di gratitudine.

La Vieste en Rose