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Manfredonia, la proposta per il monumento equestre di Re Manfredi

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Manfredonia, la proposta per il monumento equestre di Re Manfredi

Ieri passeggiavo sul lungomare di Manfredonia quando mi sono ritrovato davanti al monumento equestre di Re Manfredi. E lì mi è successa una cosa strana: non mi ha fatto quell’effetto che i grandi monumenti equestri fanno da secoli, quell’urto silenzioso che ti prende allo stomaco e ti dice: qui c’è un re, un fondatore, un potere che ha preso forma.

Perché un monumento equestre, nella nostra tradizione occidentale, non è mai una semplice statua. È una macchina simbolica. È costruito secondo una precisa grammatica monumentale: il cavallo è la forza, l’uomo è l’eroe, il basamento è la distanza dal popolo. Senza quella distanza, senza quello scarto verticale che ti obbliga a guardare in su, il re smette di essere mito e diventa semplice figura. Quasi arredo urbano.

E allora mi sono fermato lì, davanti a Manfredi, e ho capito dov’era il problema. Non nella scultura, che è fatta bene, corretta, dignitosa. Il problema è sotto. Nel basamento. O meglio: nella sua assenza. Perché lì, a Manfredonia, il cavallo è quasi all’altezza degli occhi, le zampe poggiano praticamente sul piano dei passanti, il piedistallo è poco più di un marciapiede un po’ allargato. E questo produce un corto circuito potentissimo, anche se nessuno lo formula a parole.

Tu non guardi Manfredi dal basso verso l’alto. Lo guardi da pari. E questo, in termini di linguaggio monumentale, è devastante. È come se un re, invece di salire sul trono, si sedesse su una sedia qualunque in mezzo alla piazza.

Se pensiamo ai grandi equestri della storia, la cosa diventa chiara. Marco Aurelio sul Campidoglio, Gattamelata a Padova, Colleoni a Venezia, Vittorio Emanuele II a Roma: tutti stanno su basamenti enormi, con scalinate, terrazze, piattaforme che ti costringono fisicamente a sollevare lo sguardo. Perché l’equestre non è una statua come le altre. È una teofania laica: non ti racconta solo un uomo, ti mette davanti a una figura che domina lo spazio e lo fonda.

A Manfredonia, invece, è stata fatta una scelta modernista. Si è trattato Manfredi come un “personaggio storico nel paesaggio”, non come “il fondatore che sovrasta e ordina la città”. Si è applicata la logica dell’accessibilità, della continuità col suolo, della democrazia dello spazio. Ma questa logica, che funziona benissimo per una fontana, su un monumento equestre è un errore concettuale.

Un monumento equestre non deve essere democratico. Deve essere verticale, gerarchico, distante. Deve imporre una relazione di asimmetria tra chi guarda e chi è guardato.

Ed è per questo che l’effetto psicologico reale è quello che tutti, senza saperlo, provano: la statua “sembra strana”, “non impone”, “appare piccola”, “non fa scena”. Non perché Manfredi sia piccolo, ma perché manca il dispositivo che lo rende re.

Così, alla fine, lì sul lungomare, quello che dovrebbe essere un sovrano che fonda una città sul mare non regna: passeggia. È un uomo a cavallo messo sul marciapiede. Come scultura funziona, ma come monumento urbano è sabotato proprio da ciò che avrebbe dovuto consacrarlo.

Basterebbe un solo intervento, concreto e misurabile: rialzare la statua, darle una piattaforma che la rimetta in relazione con lo spazio della città e con l’orizzonte del mare. Non per decorarla, ma per restituirle un ruolo urbano chiaro. Così Manfredi tornerebbe a essere non una figura nel paesaggio, ma il punto da cui quel paesaggio prende senso.

Arch. Ciro Romano

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