Manfredonia: dallo spettacolo alla logistica dell’essere

Manfredonia: dallo spettacolo alla logistica dell’essere
Manfredonia vive intrappolata in una dissonanza cognitiva, un’illusione ottica che dura da decenni. La narrazione egemonica locale ha eretto il “Turismo” a religione secolare, un monolite intoccabile presentato come unica via di salvezza. Ma se osserviamo la realtà attraverso la lente critica, appare evidente che la produzione incessante di feste, sagre ed eventi estivi non è strategia economica: è un Simulacro.
È una propaganda che mira alla stasi: distrae l’attenzione dalle infrastrutture marce per concentrarla sulle luci del palcoscenico. Mentre ci si perde nell’effimero, la realtà ontologica della città grida il suo degrado: dalle biblioteche inaccessibili invase dai volatili ai trasporti locali inesistenti, fino a una disoccupazione strutturale che svuota i quartieri. Questo ciclo di panem et circenses serve a riprodurre una classe dirigente che gestisce l’esistente non attraverso una visione, ma tramite “undici variazioni di bilancio” e annunci settimanali. È la gestione del declino spacciata per amministrazione.
Manfredonia non è un villaggio vacanze; la sua identità storica e geografica è, per vocazione, un Gate Logistico Naturale. Possediamo il Porto Alti Fondali, un’infrastruttura imponente capace di accogliere navi di grosso tonnellaggio, eppure ci scontriamo con un paradosso epistemologico: la rottura di carico. Le merci arrivano, ma il “tubo” si intasa. Il collegamento con l’hub industriale di Borgo Incoronata è demandato quasi esclusivamente alla gomma, creando colli di bottiglia e costi insostenibili. Inseguire un fantasmagorico “Fronte Mare”, sconnesso dal resto della pianificazione urbana e industriale, significa continuare a lucidare l’argenteria mentre la casa brucia.
La chiave di volta per sbloccare non solo la logistica, ma l’intero ecosistema produttivo, è anche il nodo ferroviario di Frattarolo. Riattivare il raccordo Porto – Frattarolo – Incoronata (“Cura del Ferro”) è la precondizione fisica per far respirare tre polmoni economici oggi soffocati.
La logistica non è fine a se stessa; è il sistema nervoso che deve servire un corpo produttivo vivo. Manfredonia non è solo un punto di transito, ma un Polo di trasformazione fondato su pilastri storici che attendono di essere industrializzati:
- La Blue Economy Integrata: Il settore ittico non può limitarsi alla pesca estrattiva. Il futuro è nella filiera corta della trasformazione e commercializzazione: dal pesce fresco ai prodotti lavorati, fino agli allevamenti d’eccellenza di mitili e molluschi. Un porto efficiente e connesso su ferro permette a questi prodotti deperibili di raggiungere i mercati europei in tempi rapidi, trasformando il mare da risorsa di sussistenza a industria dell’export.
- L’Agroindustria d’Eccellenza: L’entroterra non è solo granaio, ma giacimento di valore. L’agroalimentare di qualità necessita di sbocchi logistici per competere globalmente. Il porto diventa così la porta d’uscita per le eccellenze del Tavoliere, liberandole dalla schiavitù del trasporto su gomma.
- La Cantieristica Navale: È il naturale corollario di una città di mare. Un porto industriale richiama la manutenzione, la costruzione e l’alta ingegneria navale, ricreando quel tessuto di operai specializzati e ingegneri che costituisce la spina dorsale di una classe media produttiva.
La “Logistica dell’Essere” non sposta solo merci; deve attrarre intelligenza. Un Hub moderno non può prescindere da una dimensione cognitiva. È imperativo costruire un Polo di Ricerca in Biologia Marina e Biotecnologie, frutto di una sinergia strutturale tra Università e settori economici. Non parliamo di laboratori isolati, ma di un centro dove la scienza si applica all’industria: dalla sostenibilità degli allevamenti ittici allo studio dei nuovi materiali per la nautica, fino alle biotecnologie marine. Questo significa smettere di esportare cervelli per iniziare a importare ricercatori.
Per comprendere la gravità del bivio storico, dobbiamo mettere a confronto due vere e proprie antropologie urbane.
Da un lato c’è il Modello della “Città-Sagra”, quello attuale. È un sistema che si fonda su asset effimeri, generando un’identità puramente illusoria, un simulacro da cartolina. Le conseguenze sono devastanti: l’occupazione è precaria e stagionale, i diritti non sono esigibili ma concessi come “favori”.
Dall’altro lato c’è il Modello della “Città-Hub Logistico integrato”, la proposta per il presente. Qui l’identità recupera la sua dimensione ontologica. Gli asset sono infrastrutture permanenti (Porto, Ferrovia, Polo di Ricerca). Il lavoro si trasforma da stagionale a industriale e scientifico. È solo attraverso questa solidità economica, sostenuta da BAF e Ferro, che lo sviluppo diventa, secondo la lezione di Amartya Sen, una reale espansione delle Capabilities: un sistema dove il benessere finanzia i diritti di tutti, nessuno escluso, rendendoli strutturali.
È tempo che le persone “libere e forti” rompano l’incantesimo del turismo come monocultura. Non serve inventare nulla: i binari ci sono, il porto c’è, il mare e la terra producono. Serve una classe dirigente che smetta di cantare effimeri fraseggi retorici e inizi a mettere a terra l’impianto costituzionale, industriale e scientifico del territorio.
Francesco Salvemini