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L’eterno ritorno del Coriandolo. Elogio del Carnevale (quello vero) tra monumenti e “mea culpa”

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L’eterno ritorno del Coriandolo
Elogio del Carnevale (quello vero) tra monumenti e “mea culpa”

L’eterno ritorno del Coriandolo

Elogio del Carnevale (quello vero) tra monumenti e “mea culpa”

C’è un errore metodologico che commettiamo ogni anno, con la precisione svizzera di chi però ha l’orologio regolato sul fuso orario di Piazza del Popolo: pensare che il Carnevale di Manfredonia sia una festa. 

Non lo è. È uno stato mentale, una stratificazione geologica di cartapesta, un’istituzione che meriterebbe il vincolo della Sovrintendenza alle Belle Arti, o almeno un esorcismo collettivo che ci liberi dalla pigrizia di ridurlo a tre sfilate e qualche quintale di coriandoli calpestati.

Il Monumento senza il marmo

Smettiamola di chiamarlo “evento”. Un evento è una sagra della salsiccia che nasce e muore in un weekend di pioggia. La manifestazione sipontina è un monumento. Solo che, a differenza del Castello o di Santa Maria di Siponto, non è fatto di pietra, ma di un materiale ben più resistente alle intemperie della storia: l’ostinazione.

Ridurre tutto a quei pochi giorni di sfilata è come andare al Louvre, dare una pacca sulla spalla alla Gioconda e scappare via dopo trenta secondi. È un’offesa all’intelligenza e alla memoria. Perché il Carnevale non si “fa”: il Carnevale “accade” nell’animo dei sipontini da millenni, molto prima che i social media decidessero che un vestito da Fatina fosse più rilevante di un’allegoria politica di alto rango.

Il grande mea culpa: questione di nome

E qui arriva il momento dell’autoflagellazione pubblica, il meaculpa che risuona tra le navate della coscienza cittadina. Abbiamo peccato di provincialismo linguistico. Chiamarlo “Carnevale di Manfredonia” è stato un atto di timidezza. Dovremmo tornare con orgoglio a definirlo Carnevale Dauno.

Perché? Perché il Carnevale non finisce al molo di levante. È un’identità territoriale, un’egemonia culturale che abbiamo lasciato sbiadire per pigrizia amministrativa o per mancanza di visione (fior di esperti al capezzale dell’Istituzione e dell’Agenzia del Turismo). Rivendicare il nome “Dauno” non è un atto di superbia, ma di verità storica: è restituire al monumento la sua piazza d’onore.

I Dialoghi oltre Ze Peppe

Mentre il mondo si affanna a cercare di capire chi brucerà quest’anno sotto le sembianze di Ze Peppe (figura onesta, intoccabile per carità, ma ormai vittima di uno storytelling più ripetitivo di una soap opera anni ’80), c’è chi ha deciso di sedersi a un tavolo e riflettere sul serio.

L’Associazione Internazionale Re Manfredi, guidata dal piglio comunicativo dell’avv. Antonio Castriotta (uno che saprebbe vendere il ghiaccio agli eschimesi, o meglio, la cartapesta ai viareggini) e dalla raffinata dottoressa Margherita Granatiero, ha lanciato i “Dialoghi sul Carnevale”. Non è un convegno noioso, ma una “riflessione tra amici” che ha il sapore di una face to face collettivo per risvegliare il genio della città.

Un parterre di custodi del fuoco

Se il Carnevale fosse una religione, quelli riuniti per i “Dialoghi” sarebbero il Gran Concilio. Vediamoli:

• Dina Valente: Colei che ha dato voce e volto ai “Venti minuti del tuo Carnevale”. 

• Michele Apollonio: Il pioniere. Insieme al Prof. Adabbo, ebbe l’ardire di costruire il primo vero carro in cartapesta. Erano i tempi in cui non esistevano i tutorial su YouTube, ma solo la colla di farina e una fantasia che oggi definiremmo “visionaria”.

• Francesco Granatiero: Il custode delle ombre e delle luci. Noto disegnatore e vignettista satirico italiano (al pari del concittadino Manganaro) Il suo compito è impreziosire la platea con i ricordi di quelle personalità che hanno reso il Carnevale grande.

• Rossella Prato: la figlia del grande animatore della kermesse sipontina, Gigetto Prato, che ci parlerà delle tante iniziative di suo padre. Gigetto amava dire che al posto del sangue aveva i coriandoli… quei coriandoli che ci hanno consegnato una testimonianza della famiglia Prato.

• Monica Mantovano: Il tocco di modernità necessaria, concentrandosi sull’inclusività. Perché il Carnevale, per sua natura ancestrale, è il momento in cui ogni barriera cade: non ci sono ricchi o poveri, sani o malati, ma solo maschere che livellano l’umanità.

L’Archeologia del sorriso: la Banda dei Monelli

Non si può guardare al futuro senza versare una lacrima (ironica, s’intende) sulla storia. Pensate al Direttore Didattico Antonio Valente. Più di settanta anni fa, mentre l’Italia cercava di capire come ricostruirsi, lui capì che bisognava partire dai bambini. Inventò la Banda dei Monelli e i ragazzi delle scuole elementari e medie sfilarono per le strade cittadine.

Oggi la diamo per scontata, ma all’epoca fu un atto di anarchia pedagogica: portare la scuola in strada, trasformare l’educazione in spettacolo. 

Se oggi Manfredonia è “la città delle meraviglie”, lo dobbiamo anche a chi ebbe il coraggio di vedere nei “mocciosi” di allora i custodi di una tradizione millenaria, e a chi caparbiamente trasformò l’impegno di alunni, maestre e docenti in un riconoscimento ufficiale con la “Sfilata delle Meraviglie” grazie all’intuizione di Gigetto Prato.

Il Carnevale come terapia d’urto

Il problema è che il Carnevale sipontino soffre della sindrome del “Natale a fine ottobre”: ci si sveglia solo a ridosso dell’evento. Ma un monumento non si restaura una settimana prima dell’inaugurazione. Ha bisogno di cure costanti, di una programmazione che duri 365 giorni l’anno.

Il rilancio non passa solo per un ospite televisivo, ma per la consapevolezza che siamo seduti su una miniera d’oro di creatività, sartoria, ingegneria cartapestosa e spirito critico. Il Carnevale è l’unica occasione in cui il sipontino, solitamente critico verso tutto e tutti, ritrova il senso di comunità. È il nostro “contratto sociale”, scritto col gesso e colorato con la tempera.

Meno Coriandoli, più dialoghi

In conclusione, se volete la “storiella”, compratevi un opuscolo turistico di quelli economici. Se volete il Carnevale, quello vero, quello che puzza di colla e di ambizione, seguite i Dialoghi giovedì 12 Febbraio alle ore 18.30 presso l’Auditorium Serricchioin Corso Manfredi.

Riappropriamoci del nome Carnevale Dauno. Onoriamo i pionieri non con una targa polverosa, ma rendendo le loro intuizioni moderne e competitive. E soprattutto, smettiamo di trattarlo come una festa di paese. È un monumento. E ai monumenti, a Manfredonia, dobbiamo imparare a toglierci il cappello (o la maschera), prima che il vento di scirocco si porti via anche l’ultimo brandello di cartapesta.

Giovanni Ognissanti

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