Manfredonia

L’epopea dimenticata di Tito Serra

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L’epopea dimenticata di Tito Serra

La toponomastica di una città non è mai un mero esercizio di catalogazione stradale; essa costituisce la stratificazione tangibile della sua memoria storica, l’ordito su cui si intrecciano le aspirazioni e le disillusioni di una comunità.
Eppure, talvolta, la mappa urbana si fa sorprendente, suscitando nel viandante e nel cittadino una legittima perplessità. Ci si imbatte in un singolare «assiemaggio» di nomi privi di declinazione, un mosaico disorganico che sembra smarrire la bussola dell’identità e della coerenza storica.


Ma l’enigma più profondo, che assume quasi i contorni di un’ironia sofoclea, risiede nella persistente dicitura di «viale Manfredonia» nel cuore stesso dell’abitato, a Scoppa, nella circoscrizione Croce-Di Vittorio-Siponto.
Sorge spontaneo l’interrogativo: vi è forse il bisogno di ricordare a qualche ipotetico «smemorato» che ci si trova proprio a Manfredonia?


Ed è mai possibile che la complessa e gloriosa eredità della città sipontina debba essere racchiusa e ribadita dal toponimo di un solo viale, quasi come un cartello di confine dimenticato all’interno delle proprie mura?
Dietro l’apparente bizzarria dei nomi si cela il ricordo di antiche battaglie civili, di occasioni perdute e di uomini specchiati che spesero la vita e la reputazione per sottrarre il Mezzogiorno all’isolamento.


Trattando di questa problematica mappa della memoria, il pensiero corre alla figura — oggi ingiustamente sfumata — dell’onorevole Tito Serra (Foggia 27.6.1835 – Napoli 23.3.1890), deputato nella sedicesima legislatura del Regno d’Italia. Vorrei ricordare ai novelli cultori della cultura, che egli incarnò quella schiera di politici meridionali capaci di guardare al progresso materiale come precondizione assoluta per il riscatto sociale e civile delle proprie terre.
Per comprendere appieno la portata della sua opera, occorre riavvolgere il nastro della storia ferroviaria, un filone che in Italia fu sin dall’inizio segnato da feroci asimmetrie geografiche.


Ancor prima della celebre linea Napoli-Portici, era stato progettato il collegamento Napoli-Manfredonia, come attesta la relativa documentazione d’archivio. Quella tratta strategica fu caldeggiata dal sipontino Francesco Paolo Bozzelli, ministro degli Interni nel turbolento biennio 1848-49. Ma il Bozzelli, meridionalista rigoroso, divenne presto inviso alle oscillazioni della corte borbonica e, in seguito, ai funzionari sabaudi; il suo progetto rimase così lettera morta, un’utopia spezzata dalle miopie dinastiche.
Nel mentre, la geografia del ferro prendeva altre direzioni: si costruiva la linea Napoli-Foggia, col prolungamento verso Barletta, tagliando brutalmente fuori Manfredonia dai grandi flussi del traffico nazionale. Per decenni la comunità visse nel limbo dell’attesa; l’attività del porto subì un crollo verticale, l’economia languì e la vita sociale scivolò verso il collasso.


Gli atti consiliari del primo ventennio del Regno unitario sono un dolente bollettino di queste infauste notizie, una cronaca di quotidiana decadenza che oggi non possiamo fare a meno di leggere come l’ennesimo capitolo di corsi e ricorsi storici.


Solo all’inizio del 1879 questa spirale di abbandono parve spezzarsi. Grazie all’interessamento di Tito Serra, giunse la notizia della concessione ministeriale per la ferrovia Foggia-Manfredonia. Il consiglio comunale, il 19 maggio 1879, indirizzò al deputato un solenne ringraziamento. Il 19 dicembre, all’avvio dei lavori di movimentazione della terra, gli decretò la cittadinanza onoraria con parole che restituiscono la statura morale dell’uomo e la commozione di un popolo:
«L’onorevole sig. Serra Tito vide lo squallore e l’inerzia d’un popolo laborioso, studiò i mezzi per farlo risorgere e coimestò tali mezzi, col voto di tutti. Egli operava senza millantarsi, senza dire ciò che faceva, e quando noi negammo a noi stessi il dritto di sperare, Egli ci fa vedere che si può mettere mano ai lavori della ferrovia, e ch’è deliberato anche la sistemazione del nostro porto… Ha dunque dritto alla nostra riconoscenza».


Il Consiglio, «com’un sol uomo», offriva la cittadinanza a un benemerito cittadino. Un’altra personalità, verrebbe da dire, e un’altra idea della rappresentanza politica, fondata sul silenzio operoso e sul rifiuto di ogni sterile millanteria. Alla sua morte, nel 1890, il sindaco Barone Michele Cessa e il consigliere Carlo Borgia dichiararono che la sua efficace cooperazione sarebbe rimasta «incancellabilmente scolpita nel cuore di ogni manfredoniano».


Cosa resta oggi di quell’epopea di ferro, di mare e di speranze? Il presente appare drammaticamente immutato nella sua criticità: la ferrovia e il porto languono in uno stato di cronica spossatezza, e con essi l’intero corpo sociale della città.
I binari che Serra volle con ostinazione appaiono oggi come le vene interrotte di un organismo stanco.
In questo torpore, le incongruenze della toponomastica cessano di essere semplici curiosità stradali per farsi metafora di un’identità smarrita.


Quel viale Manfredonia a Manfredonia, è il simbolo di una memoria interna che rischia di sfaldarsi, un monito silenzioso che ci interroga sul destino di una comunità che deve ritrovare la forza del proprio passato per non ridursi a un mero nome senza declinazione.

Giovanni Ognissanti