Mattinata

Le sculture indigene della Daunia della collezione “Sansone” di Mattinata

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LE SCULTURE INDIGENE DELLA DAUNIA DELLA COLLEZIONE “SANSONE” DI MATTINATA.

Alcuni giorni fa abbiamo affrontato l’argomento delle Stele Daunie collegandole alla cultura megalitica mediterranea. Ne è emerso un quadro intrigante che vogliamo arricchire con un ulteriore studio fatto da Maria Luisa Nava (Scuola di Specializzazione in Archeologia, Università Luigi Vanvitelli, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) sulle sculture indigene conservate nella Collezione “Sansone” di Mattinata.

Nel silenzio pietroso della Daunia preromana, tra il Gargano e il Tavoliere, prende forma uno dei fenomeni più enigmatici dell’archeologia italiana: quello delle stele indigene, monumenti funerari scolpiti nella pietra locale, testimoni di una civiltà che sapeva parlare attraverso le immagini più che con le parole.

Come dicevamo, il lavoro di Maria Luisa Nava si concentra su un nucleo specifico e straordinario: la Collezione “Sansone” di Mattinata, una raccolta cresciuta nel tempo quasi per caso, alimentata da ritrovamenti fortuiti nei campi e durante lavori edilizi. Non una scoperta sistematica, ma una stratificazione di memorie emerse dalla terra, fino a raggiungere un totale di circa 2695 reperti, tra cui 164 sculture, provenienti soprattutto da Monte Saraceno e dalla piana di Siponto.

È proprio Monte Saraceno a rivelarsi uno dei nodi centrali: qui, nelle aree sepolcrali, emergono sculture che anticipano cronologicamente altre produzioni dell’area adriatica, suggerendo che la cultura daunica non fosse periferica, ma piuttosto generatrice di modelli. Alcuni frammenti, come torsetti maschili e femminili, sembrano raccontare un’umanità già strutturata simbolicamente, dove il corpo scolpito è ponte tra vita e aldilà.

La maggior parte delle stele della collezione appartiene al Tavoliere e si distingue per la ricchezza degli ornamenti: decorazioni geometriche, simboli, elementi ripetuti che costruiscono un linguaggio visivo codificato. Più rare sono invece le stele con armi, e rarissime quelle chiaramente femminili, a conferma di una rappresentazione selettiva e probabilmente gerarchica della società.

Ma è nell’iconografia che queste pietre prendono vita.

Su alcune stele compaiono figure ibride, creature teriomorfe, come quella interpretata come una lamia indigena, segno di un immaginario mitologico complesso e radicato. Altrove si sviluppano scene articolate: uomini a cavallo armati di lancia, animali come cervi e volatili, sequenze narrative che sembrano raccontare cacce, viaggi o rituali.

Un frammento in particolare mostra una composizione dinamica: sotto una figura armata si muove un cavaliere rivolto verso un cervo, mentre attorno si dispongono uccelli e simboli, quasi a costruire un cosmo ordinato, dove ogni elemento ha un ruolo preciso. Non è una semplice decorazione: è un racconto, è una visione del mondo.

Le stele non erano semplici segnacoli funerari, ma veri e propri dispositivi simbolici. Attraverso le immagini si esprimeva una concezione dell’aldilà, una struttura sociale, forse anche una forma di narrazione mitica condivisa. Il defunto non veniva solo ricordato: veniva inscritto in un sistema di segni che lo collocava nell’universo culturale della comunità.

Interessante è anche il lavoro di ricomposizione dei frammenti: molte stele oggi sono il risultato di un paziente riassemblaggio, che ha permesso di restituire unità a scene precedentemente frammentarie. Questo processo non è solo tecnico, ma interpretativo: ogni ricostruzione modifica la lettura dell’immagine e quindi del significato.

Dal punto di vista stilistico, emergono diverse “fabbriche” o atelier, come quella di Siponto o di Teanum, riconoscibili per tratti distintivi: modalità di incisione, schemi decorativi, presenza di motivi specifici come la piovra. Questo suggerisce una produzione organizzata, con centri attivi e forse maestranze specializzate.

Nel complesso, la Collezione “Sansone” rappresenta un tassello fondamentale per comprendere non solo la produzione artistica, ma l’intero universo simbolico dei Dauni. Le stele diventano così chiavi di accesso a una dimensione più profonda: quella del pensiero, della religione, della percezione della morte.

E proprio nella morte, paradossalmente, queste pietre trovano la loro voce più viva.

Perché ogni incisione, ogni figura, ogni animale scolpito non è solo decorazione, ma traccia di un racconto antico. Un racconto che non è mai stato scritto, ma che continua a emergere, frammento dopo frammento, dalla terra del Gargano e della Daunia.

Archivio di Giovanni BARRELLA

Fonte e fotografie: M. L. Nava, “Il complesso delle sculture indigene della Daunia dalla collezione Sansone di Mattinata”, San Severo, 2021

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