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La storia d’amore fra Paolo Borsellino e Agnese, sua moglie. “Ti racconterò tutte le storie che potrò”

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Prima della morte, come sempre e per tutti, c’è stata la vita. Anche per Paolo Borsellino, come per Giovanni Falcone, i due magistrati uccisi trent’anni fa dalla mano mafiosa, prima delle stagioni della paura e del terrore c’era stata la vita. Una vita condizionata, sicuramente influenzata e plasmata dalla pura, ma una vita comunque piena di emozioni, di amore, di gioia, di lievità. 

Per Borsellino nella sua vita c’era stato un grande amore, quello per sua moglie Agnese. La famiglia, per il magistrato palermitano, era il suo centro, il fulcro della sua esistenza. Sua moglie e i suoi tre figli: Manfredi, Lucia e Fiammetta. I figli, dopo la morte del padre, hanno sempre centellinato il ricordo pubblico di Borsellino, come a voler conservare un’ultima traccia intima della storia di un uomo così amato e così pubblico. Chi ha rotto questo patto è stata proprio Agnese, sua moglie, che ha raccontato la loro storia d’amore d’altri tempi in un libro, “Ti racconterò tutte le storie che potrò”. 

In quelle pagine, scritte assieme al giornalista Salvo Palazzolo, questa donna forte e coraggiosa, morta ventuno anni dopo l’attentato a suo marito, ha raccontato la loro vita e il loro amore così semplice e genuino. Il titolo del libro non è casuale, infatti prende spunto da una frase utilizzata dallo stesso Borsellino per spiegare a sua moglie l’origine del loro amore. “Alle feste – scriveva Agnese – guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al televisore e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? perché io ti racconto la lieta novella. La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io virò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco”.

Agnese, che si è sempre battuta per la verità e la giustizia per la morte di suo marito, in quelle pagine ha raccontato anche i giorni successivi a quel maledetto 19 luglio 1992. Prima le attenzioni e poi il vuoto. “In quei giorni ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni. Mi sussurravano domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano mi sembrava come se mi stessero osservando, anche se facevano altro. Ora so. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapessi, se mi avesse confidato qualcosa nei giorni precedenti la sua morte. e allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime”.

Un particolare, fra i tanti, lascia il lettore sorpreso. Si tratta del racconto della chiamata dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, autore poco prima di morire di una telefonata inquietante. “Mi disse – scrive ancora Agnese Borsellino – Via D’Amelio è stata da colpo di Stato. E mise giù il telefono. Un mese dopo, Cossiga morì. Come volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so. Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai”. 

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