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Il Miramare, la conca di pietra!

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Il Miramare, la conca di pietra!
Ecco perché la Siponto pedatoria ruggisce da novant’anni

di Giovanni Ognissanti

Il buon Angelo Riccardi mi ha teso un grazioso agguato. Avendo egli steso una prosa di rara efficacia sul vecchio, glorioso Miramare, ha scatenato una ridda di quesiti tra i molti Amici Sportivi e i devoti della Siponto calcistica che fu e che è.
Ora, sia ben chiaro: quantunque la città delle seppie vanti una scuola pubblicistica di cospicuo spessore, il sottoscritto – grato per tanta considerazione – si reputa l’ultimo dei carneadi, atti a fornirvi responsi dotti.


Non sono avvezzo, io, a impolverarmi le falangi negli archivi del tempo che fu. Ma poiché voi insistete con commovente pervicacia, mettetevi comodi: vi offro la mia veridica versione.
Oggi vi invito a un viaggio a ritroso nella memoria, fatto di ruvidi incontri, franche strette di mano, passione terragna e quel profumo di salmastro che soltanto il Golfo nostrano sa spandere nell’aere. Quante volte avete udito i viandanti della pedata battezzare il Comunale “Miramare” con un nome che mette i brividi ai polpacci di qualsiasi ospite? Parlo della Fossa dei Leoni.


Taluni epigoni, scarsi di memoria storica, ritengono si tratti di un’invenzione del football moderno, magari legata alle alterne fortune della Terza Serie o alle scenografie dei giovani e gloriosi ultras. Niente affatto, cari amici. Questa è una fola magnifica che affonda le radici in un calcio in bianco e nero, un calcio pionieristico e romantico che data ben prima della Seconda Guerra Grande. Parliamo di quasi novant’anni orsono!
Per rintracciare la prima scintilla d’Eupalla dobbiamo risalire alla stagione 1936-37, campionato di Serie C. Immaginate l’atmosfera: va in scena il caldissimo cimento tra Manfredonia e Foggia. In tribuna, taccuino d’ordinanza e sigaretta accesa a consumarsi tra le dita, siede Mario Taronna, scriba di vaglia. Nel vergare le sue note, il Taronna adotta un’espressione destinata a rimanere scolpita nella pietra, definendo quel rettangolo marrone la “Fossa dei Leoni”. L’intuizione, invero, era stata del collega Gaetano Valente su Cine-Sport, firma sipontina che divideva la pagnotta giornalistica con la Gazzetta del Mezzogiorno.


Ne parlai un tempo con il suo fraterno amico, il dottor Mimmo Cainazzo, allora corrispondente del Littoriale (oggi Corriere dello Sport); mi raccontava di come sul settimanale Il Satanello si spendessero frizzi e lazzi tra il Taronna (di sponda rossonera) e Oripo, arguto antagonista degli sparlotti molfettesi. Se cercate gli originali di quelle carte, rassegnatevi: non ne troverete.
Le copie in possesso del sottoscritto, unitamente a foto e all’emeroteca dell’Archivio Storico Sipontino, sono state sacrificate alle pubbliche discariche; financo i manoscritti di mio padre, compresa la preziosa trascrizione dell’opera dello Spinelli sulle Memorie Storiche dell’antica e moderna Siponto, son finiti al macero. Un delitto di lesa cultura.


Ma perché, di grazia, proprio “Fossa”? La spiegazione è geomorfologica, direi visiva. Il Miramare, all’epoca, era effettivamente una conca, un catino rustico scavato nella roccia viva, a due passi dal bagnasciuga. Il giornalista, con felice e visionaria fantasia, paragonò quell’impianto alle fosse africane: quegli anfratti impervi dove i vecchi leoni, avvertendo il sopraggiungere della fine, andavano a cercare un isolamento solenne per spirare in pace. Un’immagine epica, fustigatrice, che ben si attagliava alla foga agonistica dei fanti sipontini.
Ove mai taluno nutrisse ancora dubbi sull’antica genesi del mito, la storia ci offre prove schiaccianti nei primi anni Cinquanta, quando l’Associazione Sportiva Manfredonia si ricostituisce (stagione 1950-51) sulle ceneri della Libertas.


Custodisco ancora una fotografia d’epoca, splendida nella sua ruvida testimonianza, scattata durante una battaglia di fango e sudore contro il Trani, vinta dagli ospiti per una rete a zero, autore del punto un tal Emiliano (padre del futuro Governatore di Puglia). Ebbene, sullo sfondo si staglia nitido il muro di contenimento di Via San Giovanni Bosco. Su di esso spiccava, a grandi lettere tracciate dalla mano di Peppino “Ciummariello” Scarano, un monito: “Oggi non è più la squadra di ieri. Sono tornati i leoni nella fossa”. Segno evidente che già prima del conflitto mondiale, la mentalità della Fossa era dogma vivo nel petto dei tifosi.


Quel nome, nato all’ombra del Gargano, era però destinato a valicare i confini della provincia. Balziamo alla stagione 1957-58. Una delle testate più lette della penisola era l’Intrepido, settimanale d’avventure e di sport.


Le cronache nazionali presero a interessarsi a un giovane centravanti livornese, poi passato al Bari, che faceva tremare i portieri indigeni con la casacca del Manfredonia: il mitico Cappa. Quel fustellatore d’aree era d’una bravura tale da meritarsi la chiamata nella nazionale maggiore. L’Intrepido gli dedicò un paginone in occasione del suo sbarco a San Siro, scrivendo testualmente che il bomber era stato acquistato dal Manfredonia, ove era cresciuto e si era svezzato proprio nella cosiddetta Fossa dei Leoni. Fu il definitivo battesimo davanti all’Italia intera.


Ecco svelato l’arcano, amici miei. Non è una moda d’importazione, né un prestito gergale rubato alle tifoserie metropolitane. La Fossa dei Leoni di Manfredonia è storia pura, cavata dalla pietra garganica, nata dall’estro d’una penna d’altri tempi e dal ruggito di un popolo che non ha mai smesso di battersi su ogni pallone.


E quando varcate i cancelli del Miramare, fate un piccolo inchino di reverenza: state entrando in un “Tempio Laico”, state calpestando novant’anni di autentica, rutilante leggenda del football.

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