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Guerra Iran, farmaci a rischio: cosa può succedere in Italia nelle prossime settimane

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La guerra in Iran non riguarda solo energia e geopolitica. Il conflitto in corso nel Golfo Persico rischia di avere conseguenze dirette anche sulla disponibilità di farmaci in Europa e in Italia, mettendo sotto pressione una filiera già fragile.

Il punto critico è lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi commerciali globali, oggi fortemente condizionato dalle tensioni militari. Da qui passa una quota rilevante non solo di petrolio, ma anche delle materie prime necessarie alla produzione farmaceutica.

Il legame tra petrolio e farmaci

La connessione tra guerra e medicinali non è immediata, ma è strutturale. Gran parte dei farmaci moderni dipende infatti da derivati petrolchimici: dal paracetamolo agli antibiotici, fino ai farmaci per il diabete e alle terapie oncologiche.

Le molecole di base e i solventi utilizzati nei processi produttivi derivano da petrolio e gas naturale. Se queste materie prime rallentano o diventano più costose, l’intera catena produttiva entra in difficoltà.

Il blocco o la riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz, già osservato nelle ultime settimane, sta quindi creando una pressione crescente sull’industria farmaceutica globale.

Una filiera globale e fragile

Il problema non riguarda solo il Medio Oriente. La produzione dei farmaci è oggi distribuita su scala globale: principi attivi prodotti in Asia, lavorazioni intermedie in altri Paesi, confezionamento e distribuzione in Europa.

In particolare, India e Cina giocano un ruolo centrale nella produzione di principi attivi farmaceutici. Tuttavia, anche queste economie dipendono a loro volta da materie prime energetiche e chimiche che transitano dal Golfo Persico.

Questo significa che una crisi localizzata può trasformarsi rapidamente in un problema globale. I primi segnali si vedono già nei costi: alcune materie prime hanno registrato aumenti significativi nelle ultime settimane, con ripercussioni a catena su tutta la filiera.

Scorte limitate: quanto può reggere il sistema

Al momento non si registrano carenze diffuse in Italia, ma il sistema si regge su un equilibrio temporaneo. Le scorte di sicurezza, infatti, sono generalmente comprese tra due e tre mesi.

Se il conflitto dovesse protrarsi, il rischio è che questo margine si esaurisca rapidamente. A quel punto potrebbero emergere difficoltà nella disponibilità di alcuni farmaci, soprattutto quelli più complessi da produrre o con filiere più lunghe.

Già prima della crisi, il tema della carenza di medicinali era presente in Europa, con centinaia di prodotti difficili da reperire a seconda dei Paesi. La guerra rischia di aggravare una vulnerabilità già nota.

Logistica e trasporti sotto pressione

Oltre alla produzione, anche la distribuzione è sotto stress. Le rotte aeree e marittime tra Europa e Asia stanno subendo deviazioni e rallentamenti, con un aumento dei costi di trasporto e delle assicurazioni.

Per i farmaci più delicati, come quelli che richiedono una catena del freddo, questi ritardi rappresentano un ulteriore fattore di rischio. Le aziende stanno cercando soluzioni alternative, ma con costi più elevati e tempi più lunghi.

L’Italia tra dipendenza estera e produzione interna

L’Italia è tra i principali produttori europei di farmaci finiti, ma resta fortemente dipendente dall’estero per quanto riguarda i principi attivi. Una debolezza emersa già durante la pandemia e che oggi torna centrale.

Il rischio, in caso di crisi prolungata, è quello di non riuscire a compensare rapidamente eventuali interruzioni nella catena di approvvigionamento.

Uno scenario legato alla durata del conflitto

Al momento, il sistema regge grazie a una riorganizzazione logistica e all’utilizzo delle scorte. Tuttavia, la variabile decisiva resta il tempo: più il conflitto si prolunga, maggiore sarà la pressione sulla filiera.

Se la situazione nello Stretto di Hormuz non dovesse stabilizzarsi, la crisi potrebbe trasformarsi da emergenza temporanea a problema strutturale, con effetti concreti su ospedali, farmacie e pazienti.

Per ora l’impatto è indiretto. Ma il rischio è che, nel giro di poche settimane, le conseguenze della guerra inizino a farsi sentire anche nella quotidianità sanitaria europea.

tenuta santa lucia