”Gli episodi di violenza che vedono protagonisti ragazze e ragazzi non nascono dal nulla”

Gli episodi di violenza che vedono protagonisti ragazze e ragazzi non nascono dal nulla. Sono il segnale di una società che troppo spesso ha smesso di educare, ascoltare, comprendere e stare davvero accanto ai più giovani. I recenti fatti di cronaca, dalla professoressa accoltellata a Trescore Balneario (Bergamo) ad altri episodi gravissimi che coinvolgono giovanissimi, ci interrogano profondamente e non possono essere archiviati come casi isolati. C’è un disagio diffuso, e sempre più spesso si manifesta anche attraverso l’uso di armi.
Questo disagio, se lo osserviamo davvero, non è incomprensibile. I ragazzi non sono il problema. Sono la domanda. Una domanda che troppo spesso resta inascoltata.
Giovedì 26 marzo, presso l’auditorium Ungaretti, si è tenuto un confronto aperto promosso dall’Istituto Comprensivo Ungaretti Madre Teresa di Calcutta. Un momento che ha messo insieme voci diverse: Flavio Belvedere, docente e criminologo, Luigi Talienti, dirigente scolastico, Padre Franco Moscone, arcivescovo, Domenico La Marca, sindaco, Maria Grazia Tino, comandante della Polizia Locale. Insieme a loro, tanti docenti e un gruppo di ragazzi presenti. Una comunità scolastica che si interroga, che prova a fermarsi e ad ascoltare davvero.
È emersa con forza una verità semplice e disarmante: non si educa con la punizione, né con il controllo. I ragazzi possono essere sempre connessi, ma profondamente soli. E quando manca uno spazio autentico di ascolto, il disagio cresce in silenzio.
Se vogliamo prenderci cura delle cause e non limitarci a rincorrere i sintomi, dobbiamo avere il coraggio di scegliere strade diverse. Non servono metal detector né risposte esclusivamente punitive. Trasformare le scuole in luoghi sorvegliati non le rende più sicure, le rende solo più ostili. E un ragazzo fragile, in un ambiente che lo tratta come un potenziale nemico, non trova sostegno: si chiude ancora di più.
La vera prevenzione è un’altra. Significa costruire tavoli permanenti di confronto, riscoprire e rafforzare le alleanze educative, dare valore al ruolo di chi educa. Significa creare spazi di ascolto autentico per i giovani, dove possano sentirsi visti e riconosciuti. Significa investire in luoghi di aggregazione, nello sport, nella cultura, in tutte quelle esperienze che costruiscono appartenenza e futuro.
E quando si offre loro la parola, i ragazzi sanno restituire verità che spesso spiazzano: hanno bisogno di essere riconosciuti, non giudicati; accompagnati, non controllati. Hanno diritto di sognare. E noi abbiamo il dovere di non spegnere quei sogni.
Serve un impegno concreto per la scuola, per il sostegno educativo, per il welfare culturale e per il supporto alle famiglie. Offrire ai ragazzi modelli credibili, spazi reali e prospettive possibili è l’unico modo per contrastare davvero il disagio.
Questa è la strada della prevenzione. Il resto rischia di essere solo una risposta superficiale a problemi profondi.
ins. Michela Quitadamo


