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Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz, piange per le vittime dell’Ucraina

Edith Bruck, nella vita, ha sempre scritto e testimoniato l’orrore di Aushwitz. Novant’anni, Edith è nata nel 1931, in un piccolo villaggio ungherese ai confini della Slovacchia. A 13 anni, nel 1944, venne deportata ad Auschwitz e poi in tanti altri campi tedeschi. Verrà liberata, assieme alla sorella, nell’aprile del 1945. 

La sua vita, da quell’anno in poi, si è legata a doppio filo al nostro Paese. Edith Bruck, infatti, è una delle scrittrici più importanti dell’Italia. I suoi libri, fra prosa e poesia, hanno raccontato l’orrore dei campi di sterminio del potere nazifascista. In molti casi, Edith ha scritto che “nascere per caso, nascere donna, nascere povera, nascere ebrea è troppo in una vita sola”. Il suo ultimo libro, “Il pane perduto” (La Nave di Teseo), l’anno scorso ha vinto il Premio Strega Giovani. In quelle pagine Edith raccontava del pane preparato da sua madre poco prima della deportazione della sua famiglia nei vari campi di sterminio che attraversò. 

Oggi, dopo anni e anni di testimonianze contro l’odio e la guerra, Edith parla ed è preoccupata per il conflitto in Ucraina. Intervistata oggi da Repubblica, la scrittrice ha dichiarato che questa non è una guerra, ma una barbarie. Edith piange con la sua collaboratrice ucraina che ha figli e nipoti a Leopoli per le vittime di questo conflitto. 

“Mi tocca vedere cose che ho già visto. Anche se io le ho vissute dall’interno della guerra. Io ad Auschwitz dormivo con i morti accanto, oggi osservo la tragedia da casa mia. Ma è proprio per quel mio vissuto che mi identifico con le vittime. Sento l’orrore sulla mia pelle, la morte che mi arriva improvvisa, i corpi violati e torturati”. 

La scrittrice, amica intima di Primo Levi, scrive ancora e testimonia per ostacolare la pervasività del negazionismo che, anche in questo conflitto, serpeggia rumorosamente nel dibattito pubblico. “I massacri di Bucha – continua la scrittrice – mi feriscono nel profondo. La notte non dormo. E mi fa male il negazionismo che è diventata una malattia universale”. 

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