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Dragon Ball Super Beerus: quando il remake diventa ridondante

Critica al recente annuncio del remake dell’anime Dragon Ball Super, con analisi dell’eccesso di prodotti ripetitivi.

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Il 25 gennaio 2026 al Genkidamatsuri tenutosi a Chiba è stato annunciato Dragon Ball Super: Beerus, una nuova versione potenziata (definita Enhanced) dell’arco narrativo introduttivo dell’anime Dragon Ball Super, prevista per l’autunno 2026.

Questo remake – pensato per celebrare il 40° anniversario del franchise – ripropone battaglie e momenti già storici di Super, in sostanza ridisegnando una storia che i fan hanno già visto più volte.

La notizia ha diviso la community: da un lato l’entusiasmo per un ritorno televisivo di Goku e compagni, dall’altro la perplessità per una scelta che sembra più un’operazione commerciale che un contributo creativo.

In un panorama in cui nuovi anime e videogiochi (come Dragon Ball New Game Project AGE 1000) vengono annunciati a gran ritmo, la scelta di rifare ciò che già esiste suona autoreferenziale.

È il momento di porre una domanda decisiva: fino a quando il franchise continuerà a tornare su se stesso invece di creare qualcosa di veramente nuovo?

Remake, remaster o déjà vu?

La conferma di Dragon Ball Super: Beerus è reale: si tratterebbe di una versione rielaborata del primo arco di Super, con nuove animazioni, tagli e una narrativa “ricostruita”.

Ma affrontiamo il nodo della questione: questo progetto non introduce una saga inedita né espande in modo significativo il canon. È un remake di episodi già visti, né più né meno.

Se torniamo indietro alla genesi di Dragon Ball Super (l’anime originale prodotta da Toei Animation tra il 2015 e il 2018), scopriamo che i primi episodi erano già adattamenti di racconti cinematografici come Battle of Gods e Resurrection F.

E ora, nel 2026, si intende rifare ancora quella parte iniziale, come se non bastassero le repliche, i film e le edizioni home video che già ci sono.

Il rischio concreto è che Dragon Ball stia diventando una macchina di ripetizioni, dove ogni “nuovo” annuncio non è che un’eco del passato. E questo nonostante esista materiale narrativo originale nei manga che i fan attendono da anni (come gli arretrati Galactic Patrol Prisoner o storie successive all’arco Moro).

Daima, Super e il ritorno di una formula già scritta

Negli ultimi anni il franchise ha tentato varie strade: dopo Dragon Ball Super originale, è arrivata Dragon Ball Daima (ambientata cronologicamente tra Z e Super), anch’essa sorpresa per molti e non esattamente un “capolavoro rivoluzionario”.

La decisione di ora è simile: prendere qualcosa di già noto e rivederlo sotto una luce leggermente diversa, chiamandolo remake o enhanced edition, come nel caso di Beerus.

Questo tipo di approccio può sembrare allettante per i fan nostalgici o per i nuovi spettatori, ma non sposta davvero l’ago narrativo. Non introduce nuove prospettive su personaggi già scolpiti nella memoria collettiva.

E se è innegabile l’apporto di Akira Toriyama nella creazione di Dragon Ball (anche nei suoi ultimi progetti narrativi), è altrettanto indiscutibile che la sua opera sia già stata ampiamente esplorata e celebrata in varie forme. Toriyama ha lasciato un’eredità smisurata, ma non ha bisogno che la sua storia venga replicata all’infinito; merita invece di essere ampliata in orizzonti realmente inediti.

Un franchise dal limbo creativo

Il remake annunciato (Dragon Ball Super: Beerus) non è un passo avanti: è una variazione sul tema che parla più di nostalgia che di innovazione. Ripetere un arco già visto non solo non soddisfa chi brama contenuti freschi, ma rischia di diluire l’impatto delle saghe future in favore di un passato riletto all’infinito.

Se Dragon Ball vuole davvero restare rilevante, dovrebbe osare oltre la rimasterizzazione di ciò che già conosciamo. C’è materiale ricchissimo nei manga e nelle storie che aspettano solo di essere animate e lì dovrebbe andare l’attenzione creativa e produttiva. Invece sembra che si preferisca ricamare sul già visto, come se il brand avesse paura di lasciare quella che pare essere una comfort zone.


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