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Con Pezzella e Pizzulli, ritorna il derby del Golfo

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CON PEZZELLA E PIZZULLI, RITORNA IL DERBY DEL GOLFO

Scrivo di sbieco, ché la scapola ha deciso di scioperare nel più tristo pomeriggio d’estate, in un becero Bed, dove m’hanno rifilato per “matrimoniale” un materasso alla franzosa, molle come budino svedese e traditore come un’ala sinistra ubriaca.
Così, mentre cerco di ricomporre l’osso con le tecniche del fachiro, ecco che il buon Ignazio – indomito spirito guascone – mi sorprende con l’invito a “battere” qualche riga sul mio vetusto pc, roba anni Novanta, per caricare l’ambiente in vista di un derby che derby non era, ma derby è diventato: quello con i barlettani. Nella vita si nasce incendiari e si muore pompieri, e dato che mi sto avvicinando velocemente all’idrante provo a scrivere qualcosa su una partita che non è una gara ma una messa laica di vecchie origini. Nel 1932 i barlettani furono tra i primi avversari dei Calciatori Liberi sipontini: maglia bianca, pantaloni di jeans blu e pancia al vento. Ma per i sacri annali della footbologia, la miccia di questa disfida minore si accese solo nel 1997, Coppa Italia dilettanti, non certo il Maracanà ma neppure un torneo di bocce al lido.
Da un lato i Dazegliani in Eccellenza, dall’altro i Sipontini appena arrivati, relegati per due anni in Promozione da una lega pugliese che pareva ispirarsi al codice savoiardo dopo averci fatto giocare uno spareggio inutile contro il modesto Calimera: noi avevamo organico da Serie D con i vari Ciminiello, Brigida, D’Arienzo, Sventurato, eppure fummo costretti a scaldarci le ginocchia nelle categorie basse.
Loro (i barlettani), signora squadra col giovane Dino Bitetto a tirare le redini. Noi, una banda baldanzosa, fiera, convinta che il pallone fosse cosa seria quanto la processione del Santo Patrono.
Il giorno memorando fu l’11 novembre del 1997, e già la data pare una trappola astrologica. In campo scese gente con pedigree da cronache strapopolari: il mitico Pascazio, il giovane Zito con gli occhi pieni di futuro, e poi Zagaria, Corbo, Loseto. I barlettani la spuntarono uno a zero, e tuttavia i loro stessi tifosi si scatenarono contro l’ineffabile Borrelli, bersaglio d’invettive da mercato del pesce.
Al ritorno, il Manfredonia prese fuoco come un trabucco sotto maestrale. Vinse due a uno, e sfiorò l’impresa. Ma ci pensò Loseto, barese di stirpe, a spegnere le illusioni sipontine, con la precisione di un chirurgo di provincia. Nel frattempo, due cartellini rossi – Borrelli e Zagaria, futuri compagni nel 2000 a Manfredonia – accesero la miccia di una rivalità inedita. Rivalità che, in realtà, aveva radici più antiche: stagione 1952/53, quando Paolillo e soci vinsero a tavolino per una presunta invasione di campo al Miramare. Roba che i pochi superstiti giurano non sia mai avvenuta. Da lì il declino del Manfredonia e l’apoteosi barlettana: parabole che il destino si diverte a intrecciare col gusto maligno di un romanziere d’osteria.
Eppure, non sempre fu guerra. Negli anni settanta l’ottimo Cisternino dovette soccombere ad una sconfitta in casa e pure ad una retrocessione, tenendo a basa il proprio istinto. Negli anni Ottanta e Novanta i rapporti tra le due società furono di cordialità da mercato rionale (tanto caro quello di via Scaloria ai commercianti della provincia dell’Ofanto). I Presidenti Di Cosola e Sdanga si scambiavano calciatori come figurine: Trigiani, Gerundini, Merafina, Aroldi, Binetti, poi ancora Vaccariello, Di Noia, Borgia, Stea, Piccolo. Insomma, un traffico di talenti che oggi parrebbe fantascienza.
Ma il derby, signori miei, resta sempre il parmigiano sui maccheroni: rende tutto più sapido, più popolare, più da chiacchiera di barbiere. Barletta e Manfredonia: due città simili eppur diverse. A Barletta il porto di Levante è un braccio sinistro che s’allunga sul mare, a Manfredonia invece è destro, come a voler specchiare un gemello capriccioso. Barletta vanta il Castello di Carlo Quinto, Manfredonia risponde con gli Angioini. Persino l’Eraclio, colosso bronzeo, ebbe a subire razzie sipontine: le gambe fuse per campane, suono che ancora rimbomba a San Domenico in plaza del pueblo.
E le saline, poi: quelle di Siponto diventate in parte di Margherita di Savoia, sale imbarcato a tonnellate nel porto barlettano. E le due ciminiere – cementificio da una parte, arsenico dall’altra – che sputavano veleno in un balletto industriale che la salute degli abitanti pagò a caro prezzo. Due città vicine e lontane, legate da una strada che più che via di unione è un tratturo di divisione, mai curato da politici indifferenti, con conseguenze che l’asfalto ancora piange. Se ci fosse un’autostrada del mare sarebbe una linea retta, loro a delimitare la parte meridionale del golfo, e Pugnochiuso quella settentrionale.
E così, eccoci oggi: Pezzella e Pizzulli, nomi che paiono rima baciata, hanno l’onere e l’onore di riscrivere il copione. Un derby che per i barlettani è forse routine, ma che a Manfredonia ha il sapore di una disfida antica, roba da piazzale d’armi e trombe squillanti. Qui non si tratta solo di pallone: qui si gioca la fierezza di due comunità che si guardano allo specchio e vi trovano rughe diverse, ma sangue uguale.
E allora, il mio invito è semplice: andiamo allo stadio. Gli spalti della vetusta cava non possono restare muti come un convento di clausura. La Manfredonia ha bisogno di noi e noi di lei. Perché la Manfredonia non è solo tifo: è storia, aneddoti, passione, risate, bestemmie e soprattutto stare insieme. È la nostra comunità che si fa coro, tamburo, bandiera. E se vinceremo o perderemo, poco importa: quel che conta è esserci, perché il pallone – mi ricorda spesso il buon Saverio Castriotta – è la vita stessa, in quella sua forma più crudele e più magnifica fatta di gioie effimere e dolori eterni. Tutto il resto, signori, è già romanzo.

Giovanni Ognissanti
…biancoazzurro di nascita!