Carnevale, ‘Non “venite a vederci”, ma “lasciateci essere”‘

Non “venite a vederci”, ma “lasciateci essere”
Contro la Reificazione della Polis: perché la cultura è un’infrastruttura dell’anima, non un cartellone pubblicitario.
Esiste una patologia sottile che affligge molte città del Sud, ricche di storia e bellezza ma povere di autostima: il narcisismo territoriale. La città smette di esistere in sé e per sé stessa e inizia a performare per un pubblico immaginario. È la sindrome del “venite a vederci”, la smania di trasformare ogni pietra, ogni rito e ogni tradizione in un mero “attrattore turistico”.
È tempo di ribaltare questo paradigma con un imperativo nuovo, radicale e necessario: “Lasciateci essere”.
Per decenni ci hanno raccontato che i siti archeologici, i beni artistici e le tradizioni immateriali vanno curati affinché i turisti vengano a visitarli. Questo bias logico inverte l’effetto con la causa. La verità è che l’infrastruttura culturale deve servire, in primo luogo ed esclusivamente, alla cittadinanza.
Un sito archeologico non è una scenografia per i selfie di chi è di passaggio; è un luogo della memoria dove la comunità riattiva le connessioni con le proprie radici. La cultura è un’infrastruttura diffusa, essenziale quanto le strade o la rete idrica, ma con una funzione diversa: non trasporta merci, ma identità. Serve a definire e ridefinire chi siamo, a elevare lo spirito individuale e collettivo, a curare il senso di appartenenza. Se un cittadino non vive i suoi luoghi storici, se non li usa per la propria crescita interiore, quei luoghi sono morti, indipendentemente da quanti biglietti stacchino all’ingresso.
Questa proiezione verso l’esterno maschera spesso una fragilità economica strutturale. Come evidenziato dai dati, la monocultura del turismo è una “chimera”: un’economia a basso valore aggiunto, che genera occupazione fragile e povera, ben lontana dalla stabilità e dai livelli salariali dell’industria avanzata o dell’economia della conoscenza.
Ancor peggio, è un modello che socializza i costi e privatizza i profitti. L’intera popolazione paga il prezzo della “vetrina”: i costi di pulizia, manutenzione, sicurezza, igiene urbana e congestione ricadono sulla fiscalità generale dei residenti. La città si consuma per offrirsi ad altri, impoverendo la qualità della vita di chi la abita stabilmente per compiacere chi la attraversa fugacemente.
L’esemplificazione più lampante di tale deriva si ravvisa nella gestione del Carnevale. Si registra una tendenza ossessiva a dislocare l’evento oltre i confini della comunità, invocando l’attenzione di emittenti televisive e figure mediatiche nazionali, nell’auspicio di una legittimazione esogena. Si persegue la trasmutazione del rito in spettacolo, operando una reificazione: la riduzione di una pratica simbolica vivente a res, mercanzia inerte da alienare sul mercato delle immagini.
Tuttavia, un’analisi rigorosa dell’ontologia carnevalesca rivela l’insostenibilità di tale operazione. Il Carnevale non è, e non può essere ridotto a, mero spectaculum (letteralmente: “ciò che si offre alla vista”). Esso si configura strutturalmente come un rito di rifondazione cosmica o, secondo la lezione di Émile Durkheim, come momento di «effervescenza collettiva». In esso, la comunità non “recita” una parte, ma attua una sospensione epocale del Chronos, il tempo lineare, produttivo e profano, per immergersi nel Kairos, il tempo mitico e rigenerativo.
La comunità, abolendo le distanze sociali, entra in una condizione psichica sovra-individuale in cui il gruppo, fondendosi in un corpo unico, “adora” se stesso e rinnova il proprio patto sociale. Il Carnevale è la riattualizzazione del «caos primordiale»: un ritorno temporaneo all’indistinto che consente, dialetticamente, la rigenerazione dell’ordine sociale (Cosmos). La maschera, in questo contesto, assolve a una funzione opposta al travestimento teatrale: non è finzione scenica, bensì strumento di Aletheia (disvelamento). Attraverso il rovesciamento gerarchico, essa rivela l’essenza pulsionale e autentica dell’uomo, momentaneamente affrancata dalle sovrastrutture. È un circuito chiuso: la “bocca” della comunità parla alla comunità stessa. Se l’adorazione è un parlare “verso di sé” (ad-orare), la presenza del turista rompe questo cerchio: l’attenzione prioritaria verso il suo sguardo trasforma il rito in ex-ibizione (tenere fuori), mentre l’adorazione è comunicazione interna.
Tale processo catartico, per essere efficace, esige l’immanenza: deve consumarsi all’interno del Temenos. Con questo termine, l’antichità designava lo spazio «tagliato via» (temnein) dal suolo comune, quotidiano, e consacrato alla divinità. È esclusivamente all’interno di questo recinto simbolico, che il cittadino può elaborare le tensioni sociali e abitare quella «liminalità» necessaria a ricostituire il corpo sociale indiviso.
Nel momento in cui trasformiamo questa liturgia endogena in una performance scopica a beneficio esclusivo di una telecamera o di un visitatore passivo, compiamo un atto di profanazione nel senso etimologico più rigoroso: trasciniamo il sacro fuori dal suo recinto. Esporre il rito collettivo significa ucciderne la funzione coesiva per farne merce visiva. Il Carnevale cessa così di essere esperienza vissuta e intrasferibile (Erlebnis) per decadere a simulacro; diviene un guscio vuoto, una finzione barocca che ha smarrito la sua entelechia, il principio vitale interno che ne giustificava l’esistenza. È imperativo, in tal senso, dissipare l’equivoco moderno che confonde il «sacro» con il devozionale. La festa carnevalesca non è l’antitesi del sacro, bensì una sua manifestazione primordiale. Se la vita ordinaria è regolata da limiti e divieti (il lavoro, la gerarchia, il risparmio), il Carnevale è il momento in cui il divieto viene sospeso ritualmente per permettere alla vita di rigenerarsi. Non si tratta di mero divertimento (dal latino de-vertere, volgere altrove, distrarsi), ma di una rifondazione cosmologica.
Questo processo di anabasi culturale, di Risalita verso l’Essenziale, impone una precondizione improcrastinabile, un passaggio obbligato: la necessità di una classe politica consapevole e responsabile, che abbia la capacità di comprendere la funzione sociale del proprio ruolo. Non è possibile “ritornare ad essere” se chi ha la responsabilità della res publica ignora la grammatica profonda della civiltà che è chiamato ad amministrare. Serve una leadership che non sia mero gestore di bilanci, ma custode di senso; una guida consapevole che la cultura locale non è un orpello folcloristico, ma una declinazione particolare della cultura dell’umanità tutta. Possedere l’ardire morale di ergersi a difesa del valore intrinseco della cultura, proteggendola dalle logiche effimere del consumo rapido e del consenso immediato. Il suo compito storico è quello di sottrarre il patrimonio simbolico alla banalizzazione per restituirlo, intatto e fulgido, nelle mani della cittadinanza, affinché torni ad essere lo strumento principe della sua elevazione spirituale e civile.
E tornare a “essere” non significa chiudersi, ma smettere di svendersi. Il paradosso del turismo è che il visitatore attento cerca l’autenticità, ma la “turisticizzazione” distrugge proprio ciò che egli cerca. Se Manfredonia, o qualsiasi altra città, iniziasse a curare la propria cultura, i propri scavi e i propri riti per se stessa, per nutrire le radici profonde dei suoi figli e l’elevazione culturale dei suoi abitanti, accadrebbe un miracolo: diventerebbe immensamente attraente.
L’effetto turistico deve essere solo una conseguenza involontaria di un benessere interno. Non dobbiamo chiedere al mondo di venire, dobbiamo pretendere il diritto di essere, di coltivare la nostra identità nel silenzio operoso della cura e nella gioia intima del rito. Solo allora, forse, chi verrà a trovarci non vedrà una vetrina allestita, ma sentirà il battito di una città viva.
Di Francesco Salvemini
Fonte: https://pharosoutlook.com/2026/01/21/non-venite-a-vederci-ma-lasciateci-essere/