Assolti dall’accusa di violenza sessuale, “Impegno Donna”: “Non possiamo considerare questa vicenda chiusa”

In questi giorni si è consumato un passaggio difficile. Una giovane donna che ha denunciato una violenza sessuale ha visto pronunciare una sentenza di assoluzione piena, “perché il fatto non sussiste”. È la verità processuale che oggi viene affermata, ma non coincide con la verità dei fatti che la donna ha avuto il coraggio di raccontare, né con la realtà del suo vissuto.
Non possiamo considerare questa vicenda chiusa. Non lo è per la donna coinvolta, né per chi ogni giorno lavora per contrastare la violenza di genere. Ogni donna che denuncia espone la propria intimità e la propria credibilità, e quando la sua parola non trova riconoscimento, alla sofferenza si aggiunge la ferita del sentirsi messa in discussione e isolata.
A questo dolore si è aggiunto qualcosa di ancora più grave. Subito dopo la sentenza, alcune persone hanno cercato spazio sui giornali e sui social, trasformando una vicenda drammatica in un’occasione di visibilità personale. Si è tentato – direttamente o indirettamente – di rendere riconoscibile la donna, esponendola al giudizio pubblico e alimentando una vera e propria gogna mediatica. Fatti di questa gravità non dovrebbero mai essere usati per ottenere attenzione o consenso. Non dovrebbero uscire dalle aule di giustizia per diventare spettacolo. E non si può fare i “leoni da tastiera” senza conoscere i fatti, senza comprendere la complessità di un processo, senza pensare alle conseguenze sulle persone coinvolte. Ogni parola superficiale pesa. E ferisce.
Ci addolora che la narrazione processuale e quella pubblica abbiano finito per rappresentare la giovane donna non come possibile vittima, ma come soggetto consenziente o manipolatore. È una dinamica che conosciamo: lo sguardo si sposta dalla condotta degli imputati alla vita e alla personalità della donna, e in questo spostamento il suo dolore scompare.
Questa non è solo una sentenza. È un passaggio culturale che riguarda tutte e tutti. Ogni volta che una donna viene delegittimata, la ferita non è mai individuale: attraversa l’intera comunità femminile, raggiunge chi ha denunciato e chi teme di non essere creduta.
A chi oggi si sente scoraggiata diciamo che non è sola. Continueremo a esserci, a sostenere le donne che denunciano, a chiedere una cultura dell’ascolto e del rispetto. La lotta contro la violenza di genere non si esaurisce nelle aule di tribunale: è un impegno quotidiano, politico e sociale.
Oggi siamo ferite. Ma non arretriamo. Continuiamo a costruire protezione, responsabilità e vicinanza. Continuiamo a stare dalla parte delle donne.
Le operatrici del centro antiviolenza Telefono Donna e degli sportelli dell’Ambito di san Marco in Lamis