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Angelo Riccardi: “Caro Governo, sulle carceri ascolta il tuo amico Alemanno”

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Angelo Riccardi: “Caro Governo, sulle carceri ascolta il tuo amico Alemanno”

Ho letto con attenzione i tuoi Diari dal carcere.

Li ho letti senza spirito morboso, senza compiacimento e senza pregiudizio.

Li ho letti come si leggono le parole di chi è costretto al silenzio fisico ma tenta, attraverso la scrittura, di restare dentro la comunità umana e civile. La prima cosa che colpisce, leggendo le tue pagine da Rebibbia, non è la denuncia, che pure c’è, ma il cambio di prospettiva.

Non parli più da sopra, come spesso accade a chi ha esercitato ruoli di potere; parli da dentro. E questo, nel bene e nel male, è un punto di non ritorno. Il carcere, così come lo racconti, non appare come un luogo di giustizia compiuta, ma come uno spazio sospeso: dove la pena spesso smette di essere strumento di responsabilizzazione e diventa logoramento, attesa, riduzione della persona a pratica amministrativa.

Freddo, sovraffollamento, tempi morti, burocrazia cieca, sanità incerta: non sono dettagli narrativi, ma indici strutturali di un sistema che fatica a riconoscere la dignità come valore non negoziabile.

Ed è qui che la tua testimonianza assume un significato che va oltre la tua vicenda personale. Perché il punto non è, e non può essere, chiedere indulgenza. Chi ha governato, chi ha rappresentato istituzioni, sa che la responsabilità è parte della funzione. Il punto è un altro: lo Stato non può mai permettersi di disumanizzare, nemmeno quando punisce.

Anzi, proprio lì si misura la sua forza morale. I tuoi Diari ci ricordano una verità scomoda: la qualità della giustizia non si valuta solo dalle sentenze, ma dal modo in cui lo Stato tratta chi ha sbagliato. Il carcere che emerge dalle tue parole non sempre educa, non sempre ricostruisce, non sempre prepara al ritorno nella società. Talvolta consuma.

E uno Stato che consuma le persone, invece di rieducarle, produce insicurezza futura, non ordine. C’è poi un aspetto più profondo, che rende i tuoi scritti politicamente rilevanti anche per chi non ha mai condiviso le tue idee: la scoperta tardiva della vulnerabilità. Il carcere livella, spoglia, riduce.

Ti costringe a misurarti con ciò che resta quando il ruolo, il nome, la protezione sociale svaniscono. Ed è proprio qui che i tuoi Diari diventano una domanda rivolta a tutti noi: che tipo di pena vogliamo, come società? una pena che umilia o una pena che responsabilizza? una pena che isola o una pena che prepara il ritorno? Se le tue parole resteranno solo un racconto di sofferenza personale, rischieranno di essere archiviate come una parentesi.

Se invece diventeranno occasione per una riflessione pubblica seria, trasversale, laica, allora potranno avere un valore che supera la contingenza. Per questo, permettimi un invito franco: continua a scrivere, ma non limitarti alla denuncia.

Usa questa esperienza per dire ciò che spesso non si ha il coraggio di dire quando si è liberi: che la giustizia senza umanità è solo amministrazione della pena, non costruzione dell’ordine democratico. Il carcere non deve essere un buco nero della Repubblica. Deve restare parte della sua coscienza. Se i tuoi Diari serviranno a ricordarlo, allora non saranno stati inutili.

Palombella Rossa – Angelo Riccardi

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