Attualità Manfredonia

Simmetrie tra napoletano e sipontino

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Simmetrie tra napoletano e sipontino

Parlare di lingua napoletana non significa soltanto esplorare il cuore pulsante di una città, ma significa anche solcare i confini di un vasto patrimonio storico-linguistico. Riconosciuto dall’UNESCO come lingua e non come mero dialetto, il napoletano è l’idioma di riferimento dei dialetti meridionali intermedi, un’area che si estende ben oltre la Campania, abbracciando il Molise, la Basilicata, l’Abruzzo e il nord della Puglia, ovvero la storica terra di Capitanata.


Se si vuole comprendere l’incredibile vivacità e l’ironia nascosta dietro le parole di questa lingua, non si può non fare riferimento ad Amedeo Colella, scrittore, storico e insaziabile divulgatore della cultura partenopea.


Colella, con la sua celebre ironia racchiusa nel motto “Nisciuno nasce ‘mparato”, ricorda spesso come il napoletano sia un mosaico in cui risuonano il greco antico, il latino, lo spagnolo e il francese. Ma la genialità di questa lingua sta nella sua capacità di espandersi, influenzando e lasciandosi influenzare dai territori limitrofi attraverso scambi commerciali, storici e culturali.


Un esempio straordinario di questa osmosi linguistica si trova proprio nella Capitanata e, in modo del tutto peculiare, nel dialetto di Manfredonia. La nostra città condivide con il ceppo napoletano una forte matrice fonetica e lessicale, ereditata dal lungo legame con il Regno delle Due Sicilie.
Dal punto di vista della pronuncia, Manfredonia e Napoli si stringono la mano su uno dei fenomeni più tipici del Mezzogiorno: l’uso della vocale evanescente (la schwa), quel suono neutro alla fine delle parole che rende i due idiomi incredibilmente musicali e tronchi all’orecchio di chi viene dal Nord.


Anche il fenomeno del rotacismo (la trasformazione della “d” in “r”, per cui la parola napoletana madonna diventa maronna) trova forti sponde nei dialetti garganici e sipontini.
Sul piano del lessico, le corrispondenze sono ancora più affascinanti. Termini legati alla vita quotidiana, alla tavola e alla sfera emotiva mostrano radici identiche:

  • La fretta e la confusione a Napoli si descrivono con l’espressione ammuina, un concetto che a Manfredonia si traduce perfettamente nello spirito dell’accavallarsi disordinato di voci e azioni.
  • Il forte legame con il mare accomuna il pescatore di Mergellina a quello del Golfo di Manfredonia, portando alla condivisione di modi di dire veraci, legati alle correnti, alla sfortuna (‘a iettatura) o all’invocazione dei santi… “Sande Martine dalla France veniste, purtaste n’ome bunne e na femmena triste: dimme stanotte ‘u destine!”.

    Amedeo Colella ama far notare come l’espressività meridionale non sia mai casuale: persino il turpiloquio o le espressioni più colorite derivano da una precisa e colta necessità di “riempire la bocca” e dare corpo al pensiero.
    Quando a Manfredonia si usa un’espressione gergale o un’iperbole per descrivere un difetto fisico o una situazione storta, si sta attingendo allo stesso serbatoio antropologico che ha reso il napoletano una lingua universale, teatrale e immortale.

    A Manfredonia, lo spiritiello terribile notturno è lo Scazzamurrielo, a Napoli è il Munaciello: le parole sono diverse ma la sostanza è la stessa.
    In conclusione, la lingua napoletana e il dialetto sipontino non sono compartimenti stagni, ma rami dello stesso immenso ulivo linguistico meridionale.

    La cultura napoletana e quella sipontina, dalla cucina, alle tradizioni, alla parlata, sono due pagine della stessa medaglia laddove nella prima sono motivo di orgoglio e nella seconda sono cibo per ratti (a proposito a quando il recupero delle cinquecentine, e l’allestimento del fondo Castriotta, De Faudis, Di Lascia, Ferrara, Manganaro, Bellucci?).

    Studiando le convergenze tra Napoli e Manfredonia, si scopre che, al di là dei confini geografici, esiste una koinè culturale che unisce il Tirreno all’Adriatico sotto il segno dell’ironia, dell’accoglienza e di una musicalità che non ha eguali nel mondo.

Giovanni Ognissanti

tenuta santa lucia