Fede e religione

Meditazione dell’arcivescovo Angelo Spina, al clero di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo: “Che sia estate di meditazione”

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Meditazione dell’arcivescovo Angelo Spina, al clero di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo: “Che sia estate di meditazione”

Meditazione al clero di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo

Giornata di santificazione sacerdotale 12 giugno 2026

Don Antonio Spalatro, faro, luce per la nostra spiritualità

+Angelo Spina, Arcivescovo – Metropolita di Ancona-Osimo

Carissimi,

sono onorato di essere qui con voi, in questo suggestivo santuario di San Michele Arcangelo, per la giornata di santificazione sacerdotale, sulla scia luminosa tracciata dal servo di Dio don Antonio Spalatro.

Il mio vivo ringraziamento va all’arcivescovo monsignor Franco Moscone per l’invito, la fraternità e la cordialità. Permettetemi un ringraziamento particolare a don Antonio Baldi, compagno di seminario a Benevento, un’amicizia sincera, che il tempo ha reso più forte, mi ha invitato più volte a Vieste per riflettere sul servo di Dio, don Antonio Spalatro.

La vita di don Antonio è nota a tutti voi. Una vita breve, ma intensa segnata dall’offerta di sé al Signore.

Proprio pochi giorni prima dell’ordinazione annotava nel diario: “Sarà un’ispirazione? Sarà un invito del Signore? Da qualche giorno sento di dover chiedere nella Prima Messa, come grazia che Gesù concede necessariamente al suo nuovo sacerdote, quella di dover soffrire, soffrire molto per poter convertire le anime. Ma non so, a volte mi manca la forza di chiederla questa grazia. Soffrire! Soffrire molto! L’umanità ha paura … sì, confesso di aver paura. Ma … debbo chiederla questa grazia”. Ebbene, la sofferenza prima morale e poi fisica sarà d’ora in poi la fedele compagna della sua vita.

Lo ripeteva spesso sia durante gli anni di seminario che durante i pochi anni in cui ha potuto essere il prete della gente: “Signore, insegnami ad essere un seme che sa nascondersi, sa marcire, sa morire”.

La sua vita si concludeva all’età di 28 anni e cinque di sacerdozio. Vita breve ma intensa, ricca di umanità, di sacerdozio, di sofferenza e di santità.

Sono questi quattro punti su cui vorrei soffermarmi a riflettere con voi questa mattina.

Umanità

La nostra vita è segnata da un primo respiro e l’ultimo sospiro. Vita breve quella dell’uomo come dice il salmo 89-90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via”.

La vita allora è un dono prezioso, un dono che non ci siamo dati noi, ma che abbiamo ricevuto da Dio per mezzo dei nostri genitori. Se un figlio chiede alla mamma e al papà che lo hanno generato: “Come hai fatto a farmi degli occhi così belli e vivi?”, i genitori per avendo generato la vita non sanno rispondere, perché loro, la vita, la generano ma non la creano, trasmettono la vita ma non sono i padroni della vita e di fronte alla morte non hanno potere. Noi abbiamo la vita, ma non siamo la vita. Per questo dovremmo ogni giorno benedire per questo dono. “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici” (Salmo 103).

Vocazione

Ricevendo il dono della vita, chiamati alla vita, il Signore ci ha donato con il battesimo una vita nuova, non una vita solo naturale, ma una vita che viene da sopra “soprannaturale”, siamo rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo. Il Signore Gesù unendoci alla sua morte e risurrezione con il battesimo ci ha spalancato le porte del paradiso, siamo fatti per la vita eterna, per la risurrezione. Per una vita oltre, per una vita altra, che solo Dio può donare.

Il Signore ci ha chiamati all’amicizia con Lui e con il battesimo siamo chiamati ad essere santi, tutti, con le diverse vocazioni.

Nel dialogo del Signore risorto con il suo amico Simon Pietro, la grande domanda era: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16). In altre parole: mi vuoi come amico? La missione che Pietro riceve di prendersi cura delle sue pecore e degli agnelli sarà sempre in relazione a questo amore gratuito, a questo amore di amicizia.

Perché «la vita che Gesù ci dona è una storia d’amore, una storia di vita che desidera mescolarsi con la nostra e mettere radici nella terra di ognuno. Quella vita non è una salvezza appesa “nella nuvola” in attesa di venire scaricata, né una nuova “applicazione” da scoprire o un esercizio mentale frutto di tecniche di crescita personale. Neppure la vita che Dio ci offre è un tutorial con cui apprendere l’ultima novità. La salvezza che Dio ci dona è un invito a far parte di una storia d’amore che si intreccia con le nostre storie; che vive e vuole nascere tra noi perché possiamo dare frutto lì dove siamo, come siamo e con chi siamo. Lì viene il Signore a piantare e a piantarsi» (Papa Francesco Panama 26 gennaio 2019).

Così è la vocazione al matrimonio e al sacerdozio. Essere del Signore amando gli altri. Uno si sposa per amare la moglie e il marito, la famiglia. Uno è chiamato dal Signore ad essere sacerdote per amare gli altri, la Chiesa del Signore, in modo particolare gli ultimi.

La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri. Non si tratta solo di fare delle cose, ma di farle con un significato, con un orientamento.

Don Antonio, ha sentito forte la sua vocazione sin da ragazzo di essere sacerdote, essere tutto per il Signore e per gli altri.

Negli anni in cui studiava teologia così scriveva nel suo diario spirituale: “Oggi il popolo vuole che il prete sia difatti alter Cristus. Vuole il prete santo e niente più. E lo segue quando veramente è santo. Ma l’essenziale è questo oggi per il prete: rassomigliare in tutto a Cristo …”.

Il sacerdozio è un dono e un mistero, dono perché viene da una chiamata, da una vocazione che il Signore rivolge, come fu per i primi discepoli: “Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».  E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. (mc 1,16-18).

Il sacerdozio è un mistero perché è un dono tanto grande che si capisce solo in paradiso.

Il nostro ministero oggi è attraversato da momenti non facili. Si avvertono le frustrazioni per le tante energie profuse nel ministero e i pochi risultati. Quanto impegno per la catechesi dei bambini e dei ragazzi e poi il vuoto. Si dà tanto e si riceve poco. L’incalzare degli impegni, il calo numerico delle vocazioni, le strutture da mantenere, e poi il tema degli abusi nella Chiesa, che hanno una gravità enorme e gettano ombre sul ministero. Vorremmo vivere la fraternità sacerdotale, il cammino sinodale ci ha dato una forte spinta in questo senso, ma poi spuntano piccole gelosie, incomprensioni e ci chiudiamo a riccio nel nostro io. A volte si sentiamo come la poesia di Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”.

A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi, a questa Chiesa locale di Manfredonia- Vieste- San Giovani Rotondo, ricordati di ravvivare il dono di Dio! Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale. E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024). Anche per la nostra vita e per il cammino pastorale delle nostre chiese possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo.

Essere prete non è essere eroi.

Se noi siamo stati chiamati alla vita, se con il battesimo siamo stati chiamati alla santità, tutti, è nella nostra vita che si riflette la luce di Dio.

Quale è la differenza tra un santo e un eroe? L’eroe è tale per le opere da lui compiute, il santo è tale perché ha permesso a Dio di operare in lui.

La santità la vorrei esprimere con un’immagine. Tutti noi, dopo un temporale, alla prima schiarita abbiamo guardato il cielo e siamo rimasti a bocca aperta vedendo l’arcobaleno. Una meraviglia che sorprende grandi e bambini. Cosa è un arcobaleno? Sono tante goccioline di acqua, leggere, ancora sospese che si lasciano attraversare dalla luce del sole e così prendono i diversi colori. Se ciascuno di noi si lascia attraversare dall’amore di Dio, Dio colora la nostra vita, con colori diversi, il rosso quello dei martiri (il loro sangue versato), il bianco quello delle vergini (la castità per il regno dei cieli), il verde quello degli sposi (come edera legati l’uno all’altro), il violetto quello dei sofferenti e potremmo continuare.

La santità non è per qualcuno, ma per tutti, nello stato di vita che ognuno vive.

Papa Francesco nell’udienza generale del 19 novembre 2014 ha detto: “Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questa la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la testimonianza nel ministero di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi”.

Per questo le beatificazioni e le canonizzazioni sono eventi di alta spiritualità cristiana e di indiscussa evangelizzazione. Sono le splendide vetrine nelle quali la Chiesa espone alla contemplazione e all’imitazione del mondo intero alcuni suoi figli, che hanno vissuto la loro esistenza per rimanere fedeli al loro battesimo. Per questo siamo tutti santi, ma santi da fare!

Quindi non santo subito, ma santo sicuro.

La sofferenza

La chiamata alla vita, al sacerdozio, alla santità in don Antonio ha preso il colore della sofferenza. Proprio pochi giorni prima dell’ordinazione annotava nel diario: “Sarà un’ispirazione? Sarà un invito del Signore? Da qualche giorno sento di dover chiedere nella Prima Messa, come grazia che Gesù concede necessariamente al suo nuovo sacerdote, quella di dover soffrire, soffrire molto per poter convertire le anime. Ma non so, a volte mi manca la forza di chiederla questa grazia. Soffrire! Soffrire molto! L’umanità ha paura … sì, confesso di aver paura. Ma … debbo chiederla questa grazia”.

Ebbene, la sofferenza prima morale e poi fisica sarà d’ora in poi la fedele compagna della sua vita.

Noi purtroppo la sofferenza la guardiamo in un modo sbagliato, la vediamo in senso doloristico.  Soffrire per il soffrire. Ma Gesù non ha detto: “Non c’è dolore più grande che dare la vita”, ma “Non c’è amore più grande che dare la vita” (Cf. Gv15,13).

Don Antonio diceva spesso e scriveva: “Signore, insegnami ad essere un seme che sa nascondersi, sa marcire, sa morire”. L’immagine del seme evocata nel Vangelo da Gesù stesso ci fa capire che Lui, il Signore, è il seme che dal cielo è caduto in terra, si è abbassato fino a noi per amore, è lui che sulla croce ha attraversato la via della sofferenza e per amore ha dato la vita per la nostra salvezza. Ma non è rimasto prigioniero della morte, è risorto, è il vivente, è il Signore. Dà la vita a tutti noi. Gesù, con la sua morte sulla croce, ha portato nel mondo una speranza nuova e lo ha fatto alla maniera del “seme”. Si è fatto piccolo, come un chicco di grano: ha lasciato la sua gloria celeste per venire tra noi, è “caduto in terra”. Ma non bastava ancora. Per portare frutto Gesù ha vissuto l’amore fino in fondo, lasciandosi spezzare dalla morte come un seme si lascia spezzare sotto terra. Proprio lì, nel punto più estremo del suo abbassamento, che è il punto più alto dell’amore, è germogliata la speranza.

La croce è fatta di due assi una verticale e l’altra orizzontale. Vanno tenute insieme. L’amore a Dio e l’amore al prossimo. Oggi purtroppo scomponiamo la croce. O solo l’asse verticale, spiritualismo vuoto. Oppure solo l’asse orizzontale filantropia senza radice, nebbia che si dissolve. La croce va presa nella sua interezza.

Molti anni fa facemmo un incontro a scuola con tanti studenti, venne invitata Claudia Kol, poco tempo dopo la sua conversione.  Doveva intervistarla un giornalista della Rai, ma ebbe un contrattempo e non potè essere presente. Allora conducevo qualche trasmissione su una emittente privata, mi venne chiesto di sostituirlo. Mi trovai a disagio. Feci alcune domande a Claudia e una in particolare: “Cosa è la bellezza per te?”. Silenzio in aula, dopo poco rispose: “La bellezza è il Crocifisso”. Tutti i giovani ammutoliti di fronte a una simile risposta. Lei riprese: “Sì perché il Crocifisso è lo splendore della verità e lo splendore della verità è l’amore. Il Crocifisso è l’amore, perché non c’è amore più grande che dare la vita e Gesù la sua vita l’ha data per la salvezza di tutti”. Noi simo abituati a guardare il Crocifisso. Ma se lo guardiamo con intensità e nel silenzio ci parla. Dice a me e a te: “Ti amo da morire”. (aneddoto dei due sposi anziani)

La Croce è per noi necessaria ed essenziale. Lo è anche per chi non è credente, perché su quella croce muore un giusto che non fa violenza, che non odia, che non ha risentimento ma che perdona, dona pace e parole di conforto a chi sta morendo accanto a lui. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza.  Solo la croce pone fine a ogni vendetta, a ogni odio, a ogni violenza.

Nella croce risplende la bellezza dell’amore e dell’amare. È una cattedra da cui tutti dobbiamo prendere insegnamento, ancor più in questo momento difficile della storia di tutta l’umanità. Dalla croce Gesù abbraccia le nostre imperfezioni, trasforma le nostre fragilità. Noi non dobbiamo scoraggiarci quando vediamo i nostri limiti, i nostri peccati, le nostre debolezze: Dio è lì vicino, Gesù è in croce per guarirci.  Questo è l’amore di Dio. Guardare il crocifisso e dire dentro di noi: “Dio mi ama”. Non dimentichiamo mai questo: <<Dio è più grande delle nostre debolezze, delle nostre infedeltà, dei nostri peccati>> (Papa Francesco).

“Se vedi la Carità, vedi la Trinità”, scriveva sant’Agostino. Guardando la croce vedi la Trinità, il Padre, l’amante del Figlio che lo dona, il Figlio, l’amato che si dona al Padre con il suo sacrificio santificante, lo Spirito Santo è l’amore che Gesù consegna dopo aver reclinato il campo. Sant’Agostino che trova in questa sintesi una delle più belle spiegazioni della Trinità: L’Amante, l’Amato e l’Amore. Questo è Dio, ed è così che il Vangelo ci racconta di Dio.Dio prima di essere Creatore, Potente, Onnisciente… è Amore.

La sofferenza è la via della croce, la via dell’amore, per questo san Paolo nella lettera ai Colossesi (Col 1,24) annota: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa”.

E nella lettera ai Romani (8,28): “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno”.

La sofferenza vista con la luce cristiana ha altro significato rispetto a quello doloristico con la convinzione che, quando tutte le cose cadono, solo la Croce resta in piedi, perché l’amore non può essere vinto nemmeno dalla morte, perché l’ultima parola non è la morte, ma la vita, la risurrezione di Cristo.

Mi ha sempre colpito una pagina dello scrittore Italo Calvino. È il 1953. Si vota. Viene mandato come scrutatore alla Piccola Casa della Provvidenza, voluta da don Giseppe Cottolengo. Amerigo Omega, alter ego dell’autore, è un intellettuale comunista che farà lo scrutatore per il partito comunista del seggio allestito al Cottolengo. Dovrà vigilare che suore e frati e preti non inducano a votare i ricoverati Democrazia cristiana. In quella situazione nasce una domanda: Quali sono i confini dell’umanità? Cosa c’è di un essere umano incapace di intendere e di volere, magari di vedere, di sentire, di parlare? Alla fine Calvino intuisce che “l’umano arriva dove arriva l’amore; e che l’amore non ha confini se non quelli che gli diamo noi”. E’ l’amore che rende nuove e belle le cose. È l’amore che salva.

Scriveva sant’Agostino: <<La gloria non è altro che la bellezza; la bellezza non è altro che l’amore; l’amore non è altro che la vita. Quindi, se vuoi vivere, ama. Se ami, sei bello. Se questa bellezza ti manca, allora tu non vivi, hai solo l’apparenza della vita, ma non vivi dentro di te>>.

“L’amore è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo…l’amore è, per così dire, lo “stile” di Dio e dell’uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all’amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo… Gesù è l’Amore incarnato. Questo Amore ci è rivelato pienamente nel Cristo crocifisso”. (Benedetto XVI 31 gennaio 2010).

La carità non sono le opere che noi compiamo, ma le opere che Dio compie attraverso di noi se lo lasciamo agire. La prima carità è a Dio, amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze e amare il prossimo come se stessi.

Nella vita di don Antonio la carità è stato un fuoco ardente.

«Ho l’ansia di fare, di agire, di far vedere che non sto fermo. Lo sento diffuso in me questo senso» (Diario15 dicembre 1949).

Il 26 novembre 1950 anche per lui si apre la porta sulla vigna del Signore, una parrocchia nascente, un campo ricco di lavoro: la parrocchia del SS. Sacramento. «Vorrei diventare un piccolo Curato D’Ars in miniatura» (Diario 26 maggio 1950).

Diventare u piccolo Curato D’Ars. Sappiamo che quando san Giovanni Maria Vianney venne mandato ad Ars, parrocchia isolata di circa 230 anime, andavano di moda tre “B” bettole, balli, bestie. Arrivò ad Ars a piedi, ignorato dalla popolazione che non andò ad accoglierlo, ma rispose con la preghiera. Il villaggio era segnato da forte secolarizzazione, scarsa frequentazione della messa e abitudini di paese giudicate dannose. Dedicò la sua vita alla confessione (fino a 16-18 ore al giorno), al catechismo, all’adorazione eucaristica e all’assistenza agli orfani con l’istituto “Provvidenza”. Ars divenne in pochi anni un noto centro di pellegrinaggio internazionale, descritto come “il grande ospedale delle anime”.

I santi sono coloro che camminano sulla terra guardando il cielo.

La santità

Tutto il cammino della nostra vita è per portarci alla Gioia della Pasqua. Siamo fatti per la Gioia! Non cadiamo nella tentazione di cui parlava papa Francesco: “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”. Chi può aiutarci a cogliere questo cammino sono “tre” personaggi che troviamo all’alba più bella della storia, quella della Resurrezione. “triade”, presentataci dal capitolo 20 di Giovanni, rimando ad una profonda meditazione del Cardinale Timothy (Radcliffe7: Timothy Radcliffe, La sorpresa della speranza, Meditazioni su una Chiesa in cammino, LEV 2026, pp. 24-31)

Noi siamo Maria Maddalena e il Discepolo Amato e Simon Pietro, persone attraversate dal dolore della croce, e solo insieme troveremo il Signore Risorto che ci sta aspettando. Diamo un’occhiata a ciascuno di questi cercatori, per scoprire che cosa hanno da insegnarci su come raggiungere i ricercatori del nostro tempo. A condurre là Maria Maddalena è un amore tenero: concreto, fisico, fatto di carne e sangue. Desidera prendersi cura del corpo del suo amato signore. … Pensate anche ai milioni di persone che non conoscono Cristo, tuttavia sono animate dalla compassione per i sofferenti. Come Maria Maddalena vanno in cerca dei corpi dei feriti. Il mondo è pieno di pianto. Maria Maddalena è la patrona di coloro che piangono. Poi Maria sente pronunciare il suo nome: “Maria”; “Rabbuni!”. È appropriato che colei la cui vita è guidata da un amore compassionevole e tenero, si sia vista riempire il suo vuoto con il proprio nome. Cercava un cadavere, ma trovò più di quanto avrebbe potuto sognare: l’amore che è vivo per sempre. Il nostro Dio ci chiama sempre per nome. “Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele non temere perché io ti ho riscattato. Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1). Il richiamo del suo nome simboleggia un incontro, la presenza del Signore. La prima cosa che accade al battesimo è la richiesta del nome proprio: “Qual è il tuo nome?” o “Che nome date al vostro bambino?”. Il nome non è solo un’etichetta applicata ai neonati per distinguere l’uno dall’altro. Il nostro nome è segno che siamo apprezzati da Dio nella nostra unicità. L’amore tenero di Maddalena ha bisogno di guarigione e purificazione. Gesù comanda “Non mi trattenere”. Gesù sta dicendo che lei non può impossessarsi di lui, che non può tenere soltanto per lei la sua presenza. La risurrezione è la nascita della sua comunità. Il popolo di Dio non è mai la somma dei battezzati, ma è il “noi” della Chiesa. “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al padre mio e padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Per la prima volta nel Vangelo di Giovanni Gesù chiama fratelli i discepoli, fratelli tutti! Maria deve affrancare il suo amore da ogni pretesa di esclusività e allora sarà pronta a predicare la buona novella ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e la sfida che attende anche noi, quella di non aggrapparmi al mio Gesù, ma al Signore nel quale siamo tutti fratelli e sorelle.

Poi c’è il discepolo che il Signore amava. Anche lui ha il suo modo di amare e il suo vuoto, la luce che si è estinta nella sua vita. Lascia che l’anziano Pietro, trafelato e ansimante, entri per primo nella tomba buia, ma lui vede lo spazio vuoto tra gli angeli e crede. Questo è l’amore che dà la vista. Ubi amor, ibi oculus (Riccardo di San Vittore). Dove c’è amore c’è vista. Poiché lui guarda con gli occhi dell’amore, vede la vittoria dell’amore. Il suo vangelo è quello dell’aquila, di cui si credeva che i suoi occhi potessero fissare direttamente la luce del sole senza restarne accecati. La sua ricerca è sommamente teologica.

E poi c’è Simon Pietro. Il suo vuoto è il più pesante di tutti, perché reca il fardello del fallimento. Ha rinnegato il suo amico. Di sicuro desidera ardentemente quelle parole di guarigione che alla fine verranno pronunciate sulla riva del lago. Allo stesso modo anche la nostra missione pastorale ci conduce accanto a tutti coloro che sono gravati dal fallimento e dal peccato, per condividere con loro il perdono che abbiamo ricevuto, la nostra scoperta della straordinaria grazia di colui che «ha salvato un miserabile come me, un tempo ero perduto, ma ora sono ritrovato ero cieco, ma ora ci vedo». La nostra missione è quella di nominare il misericordioso di cui noi stessi abbiamo bisogno, come fece Pietro. E così in questa scena, vediamo come il Signore risponde a tre forme di ricerca corrispondenti a tre vuoti nelle nostre vite: l’amore tenero che cerca la presenza; la ricerca di senso e di luce; e quella del perdono. Ogni cercatore ha bisogno dell’altro. Senza Maria non sarebbero venuti alla tomba. Lei dichiara che il Signore è presente. Senza il discepolo amato, non avrebbero compreso il vuoto della tomba come la vittoria della resurrezione; senza Pietro non avrebbero capito che la Resurrezione è il trionfo della misericordia.

La Carità della Maddalena, la Fede del Discepolo, la Speranza di Pietro.

Il Risorto comunica alla sua Chiesa lo Spirito Santo nella Pentecoste che infonde forza e coraggio. All’assemblea della CEI del maggio scorso Papa Leone ci ha detto: “Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025). Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41).

Ora di don Antonio Spalatro sono state riconosciute le virtù eroiche. Ora il cammino della Chiesa e in modo particolare della vostra Chiesa continua perché ci sia un miracolo per poterlo proclamare beato e successivamente un altro miracolo per poterlo proclamare santo.

Questo a noi richiede costante preghiera, santità di vita, perché se il Signore ha fatto un dono così grande a questa bella Arcidiocesi, tutti siamo chiamati a mettere in pratica i suoi insegnamenti.

L’invito del Signore è sempre attuale: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19, 2).

E Gesù nel Vangelo “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt, 5,48).

Non dimentichiamo che la santità è il volto più bello della Chiesa.

Auguri di santità a tutti.

Grazie.

fonte: Diocesi Manfredonia