
Manfredonia, dietro le porte del Miramare
Ci sono fotografie che non si guardano soltanto. Si respirano. Ti prendono per mano e ti riportano lì, al Miramare, dietro la porta, attaccato alla retina, con il ferro freddo sotto le dita e la polvere negli occhi. Questa è una di quelle immagini che accendono ricordi capaci di attraversarti la pelle.
Chi è cresciuto tifando Manfredonia lo sa. La domenica non era una domenica qualunque. Era un rito. Si arrivava al campo con il cuore già in corsa, e da piccoli bisognava quasi conquistarselo quell’ingresso. A volte eri costretto a trovarti un padre nuovo, uno rassicurante, uno a cui appoggiare la mano per passare, mentre l’altra sentiva il freddo del varco che portava dentro il Miramare. Non era sempre scontato entrare. E quando ce la facevi, sembrava già una vittoria.
Poi cominciava la partita, e dietro quella porta c’era il nostro mondo. La fossa, la polvere, la rete, le urla, gli occhi spalancati. Ogni azione sembrava poter cambiare la vita. Ogni pallone in area faceva tremare il petto. Ma il momento più grande era il rigore.
Quando l’arbitro indicava il dischetto, partiva una corsa che ancora oggi sembra di sentire nelle gambe. Si correva da una porta all’altra per guardare da vicino il rigore, per non perdersi niente, per stare attaccati alla rete proprio lì, dove il pallone poteva diventare gioia o dolore. Si correva senza pensare, con il fiato corto, le scarpe nella polvere, il cuore davanti a tutti. Perché da quella posizione privilegiata volevamo vedere il gol o la parata della nostra squadra del cuore: il Manfredonia.
In quella corsa c’erano sogni, speranze, illusioni. C’era l’infanzia intera. C’era il desiderio di essere parte di qualcosa di più grande. E spesso quella corsa finiva per essere l’ultima della partita, perché poi restavi lì, aggrappato alla retina, ad aspettare il triplice fischio finale, con il cuore sospeso e gli occhi fissi sul campo.
Come dimenticare le parate del mitico Isidoro Gerundini, quei voli che sembravano fermare il tempo. Come dimenticare i gol del bomber Valerio D’Errico, capaci di far esplodere il Miramare e di trasformare la polvere in festa. Bastava un pallone in rete e diventavamo tutti una cosa sola: bambini, padri, nonni, ragazzi, uomini sconosciuti che per novanta minuti parlavano la stessa lingua.
Quella retina sapeva di ruggine e di freddo, ma per noi era calda come un abbraccio. Non divideva il campo dai tifosi: li univa. Da lì passavano le nostre voci, le nostre paure, le nostre domeniche migliori. Da lì passavano i cuori di noi adolescenti, che sognavamo ogni volta come se il Manfredonia dovesse portarci via, oltre quella rete, dentro una felicità semplice e immensa.
Oggi questa foto è piena di segni, di pieghe, di tempo. Ma forse è proprio per questo che commuove. Perché dentro quei graffi ci siamo noi. Ci sono le corse da una porta all’altra, le mani appoggiate alla rete, i rigori guardati col respiro fermo, le urla dopo un gol, i silenzi dopo un’occasione mancata.
Si cresce, si cambia, la vita porta lontano. Ma chi ha vissuto il Miramare così lo sa: una parte di noi è rimasta lì, dietro quella porta, attaccata alla retina, con gli occhi pieni di campo e il cuore che aspetta ancora un gol del Manfredonia.
Angelo Riccardi
foto gentilemnte concessa da Giovanni Ognissanti


