Tra fede e marketing: un contributo critico sul “Cristo del Gargano” a cura del filosofo Flavio L. Belvedere

Tra fede e marketing: un contributo critico sul “Cristo del Gargano” a cura del filosofo Flavio L. Belvedere. Serve davvero un monumento imponente, o sarebbe più significativo celebrare esempi concreti di coraggio e responsabilità civile?
L’11 aprile l’Auditorium Cristanziano Serricchio ospiterà un convegno dedicato al progetto del “Cristo del Gargano”, la statua monumentale di Cristo, ideata dall’ingegnere Michelangelo De Meo. La struttura in acciaio alta 22 metri, prevede un ascensore panoramico al suo interno e scale a chiocciola di sicurezza, che permetterebbero l’accesso a due balconi circolari in vetro, con vista panoramica. La collocazione ipotizzata è in area Belvedere, frazione Montagna, a circa 550 metri di quota.
Il filosofo e docente Flavio L. Belvedere con la sua riflessione intitolata Il peso del simbolo e la scommessa della memoria invita a guardare oltre la monumentalità e suggerisce alternative, capaci, a suo dire, di ispirare e unire la comunità.
Simbolo universale o iconografia divisiva?
Il dibattito sollevato intorno alla proposta del “Cristo del Gargano” ha il merito indiscutibile di aver riportato al centro dell’attenzione pubblica un tema fondamentale: la necessità, per il nostro territorio, di riconoscersi in simboli capaci di generare coesione e visione. Partecipare a questa discussione, ritiene, non significhi solo valutare la fattibilità di un’opera, ma interrogarsi profondamente su quale eredità culturale e civile si intenda consegnare alle generazioni future. È partendo da un’adesione sincera alla volontà di “pensare in grande” che appare opportuno analizzare con estrema cura alcune premesse del progetto. Contribuire attivamente alla discussione richiede lo sforzo di andare oltre l’entusiasmo del simbolo per esaminarne le fondamenta storiche, le implicazioni etiche e, soprattutto, la reale capacità di interpretare le istanze di una comunità che, almeno in teoria, dovrebbe essere moderna e pluralista. L’obiettivo, precisa l’autore, non è alimentare una contrapposizione, ma offrire uno spunto di riflessione. Attraverso un’analisi trasparente e rigorosa dei modelli cui ci ispiriamo e dei valori che intendiamo promuovere, si può garantire che un’opera monumentale non resti un segno isolato, ma diventi il riflesso di una coscienza collettiva viva e soprattutto consapevole. Il recente appello a favore della realizzazione del “Cristo del Gargano”, sostiene ancora, per quanto latore di buone intenzioni, rischia di conferire alla proposta un’aura di partecipazione democratica forse eccessiva, facendo leva su esempi storici che meriterebbero una lettura più approfondita. Per deformazione professionale, l’autore riprende alcuni degli esempi storici citati a favore dell’opera. Sostenere che il Duomo di Milano sia nato dalla libertà di scelta dei cittadini, ritiene, ignora secoli di storia medievale: nel 1387 le elargizioni alla Veneranda Fabbrica non erano crowdfunding moderno, ma il risultato di una struttura sociale dove potere politico e religioso erano fusi, e dove contribuire era spesso l’unico modo per negoziare la propria posizione sociale o la salvezza dell’anima. Traslare quel modello nel 2026, aggiunge, appare anacronistico. Ma la vera questione, osserva, non è contabile, quanto di visione. Definire il Cristo “simbolo universale”, muove inevitabilmente riflessioni: se l’obiettivo fosse celebrare l’uomo che accoglie e l’uomo che soffre e l’orizzonte della pace, perché rivolgersi a un’iconografia confessionale e divisiva? Se si vuole un simbolo di responsabilità condivisa e coraggio, perché non guardare a figure storiche scolpite nei fatti e non nel dogma? A questo proposito, suggerisce alcune alternative: dedicare un monumento a Gino Strada, che l’accoglienza l’ha tradotta nella concretezza della cura; a Rita Levi Montalcini, simbolo di resilienza intellettuale e fede laica nella conoscenza; a Maria Montessori, che ha rivoluzionato il concetto stesso di umanità, partendo dall’infanzia; o a Falcone e Borsellino, simboli di resistenza etica e civile di cui questa terra martoriata dalle infiltrazioni criminali avrebbe un bisogno disperato e concreto; o ancora a Tommaso Fiore, Antonietta De Pace, i fratelli Biondi, che hanno nutrito l’identità pugliese con pensiero e azione. Certo, ammette l’autore, queste figure non hanno la pervasività dell’archetipo del Cristo, né il suo primato semantico millenario, ma per ovviare alla lacuna si potrebbero considerare figure come Socrate o Gandhi, che incarnano gli stessi valori di pace, giustizia e sacrificio, rendendoli forse ancor più (e davvero) universali.
La spiritualità non ha bisogno di colossi
L’ennesima statua del Cristo rischia, avverte, di ripiegare su una rassicurante consuetudine iconografica, anteponendo l’impatto visivo immediato alla profondità della riflessione culturale. Così, la monumentalità si fa rassicurante e il simbolo noto prevale su una vera etica civile condivisa. È facile raccogliere fondi su un’archetipo millenario, osserva ancora, ma questo non sostituisce l’educazione della comunità al valore civile e laico. Se il simbolo non diventa investimento sulle intelligenze vive e sulla responsabilità quotidiana, rischia di cristallizzare il presente in una sterile devozione. Il Gargano non può più permettersi di confondere identità con marketing. Se l’iniziativa risponde alla volontà di potenziare una specifica attrattività del territorio, ricalcando percorsi economici già tracciati, tale scelta meriterebbe di essere discussa per ciò che è, ovvero una pianificazione d’indotto territoriale con fini attrattivi e turistici, che non dovrebbe però essere confusa con una missione etica e/o universale È lecito, a questo punto, ipotizzare che attraverso la monumentalità dell’opera si cerchi un ritorno in termini di flussi turistici; in tal caso, il dibattito guadagnerebbe in chiarezza. Inserendo il progetto nel solco di una redditività già sperimentata con figure come Padre Pio e San Michele, diverrebbe più proficuo contestualizzarlo come una scelta d’impresa, evitando di sovraccaricarlo di significati che rischiano di apparire strumentali. Chiude, sostenendo che la vitalità di un territorio si misura sulla sua capacità di generare idee nuove, non sulla propensione a erigere mausolei che rischiano di ridursi a un palliativo, atto a colmare un vuoto di visione anziché nutrire lo spirito di una comunità. La spiritualità vera non ha bisogno di colossi, ma di coerenza e esempi viventi, capaci di parlare senza altezze vertiginose.


