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I Cavalieri dello Zodiaco: il fenomeno italiano

Dall’esordio su Odeon TV nel 1990 al'approdo su Italia 1, la storia italiana dell’anime I Cavalieri dello Zodiaco.

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L’arrivo de I Cavalieri dello Zodiaco in Italia non fu una semplice importazione di un anime di successo.
Fu un’irruzione, quasi un corto circuito culturale, dentro i pomeriggi di una generazione.
Il 26 marzo 1990, sulle frequenze di Odeon TV, comparve Pegasus e con lui un’idea di eroismo diversa, più tragica e più “adulta”.

Non era solo azione: c’erano sangue, sacrificio, amicizia assoluta, destino, miti antichi e un tono epico rarissimo per la tv dei ragazzi dell’epoca.
In poche settimane, l’opera di Masami Kurumada diventò un appuntamento quotidiano.

Eppure, proprio mentre l’Italia si innamorava dei Saint, accadde la cosa che ancora oggi i fan ricordano come una piccola “tortura televisiva”.
La serie, su Odeon, arrivava a un punto preciso e poi… tornava indietro.
Non una volta sola, ma ripetutamente, come se la storia fosse intrappolata in un anello temporale.

Quel blocco non fu solo un dettaglio di programmazione: contribuì a trasformare l’attesa in leggenda.
Quando poi la narrazione riprese su Italia 7, l’evento ebbe il sapore di una liberazione collettiva. Nel corso degli anni, Saint Seiya (titolo originale dell’anime) continua però a viaggiare per i palinsesti italiani, toccando Junior TV, Italia 1 e non solo!

Questo dossier ricostruisce, con taglio storico, il percorso italiano dell’anime classico e le ragioni della sua fortuna.
E prova a spiegare perché Seiya e compagni sono rimasti nella memoria molto più di tante mode anni ’90.

Kurumada e la nascita di un’epica pop

Quando Masami Masami Kurumada lancia Saint Seiya, l’operazione è limpida e ambiziosa: prendere la mitologia greca, innestarla su un impianto shōnen fatto di allenamento, competizione e amicizia virile, e vestirla con un’estetica immediatamente riconoscibile. L’anime, prodotto da Toei Animation, va in onda in Giappone tra 1986 e 1989 e conta 114 episodi: abbastanza per costruire un mondo narrativo vasto, stratificato, pieno di gerarchie, ordini e “leggi cosmiche”.

Quello che spesso si sottovaluta, guardando oggi la serie con occhio disincantato, è la sua forza simbolica: l’idea che il corpo possa essere distrutto ma la volontà no; che l’amicizia non sia un sentimento, ma un patto; che il dolore sia quasi un linguaggio iniziatico. Questo tipo di intensità, per un pubblico italiano abituato a cartoni più leggeri, più “avventurosi” o al massimo più da “botte da orbi” (le serie mecha ispirate alle opere di Go Nagai, Devilman, sempre di Nagai, o L’uomo Tigre), era una novità. E infatti l’impatto fu quasi immediato.

Il debutto su Odeon TV: date, fascia oraria e shock generazionale

La prima messa in onda italiana parte su Odeon TV il 26 marzo 1990. La programmazione dei primi 52 episodi viene collocata nel primo pomeriggio; le fonti più consolidate collocano il ciclo principale tra fine marzo e inizio giugno 1990, con repliche nelle settimane successive.

Odeon non era una rete “piccola” nel senso ingenuo del termine: era una rete privata con ambizioni, e soprattutto con una capacità reale di imporre appuntamenti quotidiani. Per molti ragazzi, I Cavalieri dello Zodiaco diventano il rito prima dei compiti: la sigla, l’armatura che si compone, lo scontro che non finisce mai, la promessa che “domani” succede qualcosa di decisivo.
È qui che nasce la prima, grande “italianizzazione emotiva” della saga. Non solo perché i nomi e le formule diventano familiari, ma perché l’anime viene percepito come qualcosa di più serio: una storia che non ti protegge, che non addolcisce, che a volte ti lascia con un finale amaro. È uno dei motivi per cui, ancora oggi, quando si parla di “anime che hanno cambiato l’Italia”, Saint Seiya torna sempre in cima.

Il blocco alla Casa del Leone: era davvero così?

Sì: l’idea che su Odeon la serie si fermasse “alla Casa di Ioria” e poi ripartisse dall’inizio non è un falso ricordo collettivo, ve lo garantiamo! È uno degli episodi più attestati della ricezione italiana. Diverse ricostruzioni storiche e memorialistiche indicano che Odeon trasmise solo il primo blocco di 52 episodi e che, una volta arrivati al punto di arresto, la serie venne riproposta dall’episodio 1, alimentando frustrazione e culto.

L’episodio 52 coincide con un momento che, narrativamente, è perfetto per diventare trauma televisivo: i protagonisti sono nel pieno della corsa delle Dodici Case e la tensione è altissima. Fermarsi lì significava interrompere un crescendo già “da finale”. È proprio questo che ha trasformato la sospensione in leggenda: non era un episodio qualsiasi, era una soglia.
Quanto al motivo, la spiegazione più ripetuta (e coerente con la logica delle acquisizioni dell’epoca) è semplice: Odeon avrebbe avuto in mano solo il primo pacchetto di episodi, senza i successivi pronti per la messa in onda, e quindi avrebbe tamponato con la ripartenza.

Eppure questa dinamica, che per i giovani telespettatori all’epoca poteva sembra alquanto fastidiosa, se non odiosa, non “danneggia” il mito, lo potenzia. Perché trasforma un’anomalia tecnica in un’esperienza emotiva condivisa. In altri termini: la tv, senza volerlo, costruisce la community.

Italia 7 e “Il ritorno dei Cavalieri”: la ripresa della storia

La svolta arriva nello stesso 1990: gli episodi successivi vengono trasmessi su Italia 7 a partire dal 6 novembre. Ed è qui che molti spettatori hanno la sensazione netta di “entrare nella seconda stagione della propria vita”: finalmente si scopre cosa succede dopo quel punto maledetto, e la saga assume un respiro più ampio, con un’evoluzione che rende ancora più complessa la mitologia interna.

Il passaggio a Italia 7 conta anche per un altro motivo: sancisce che I Cavalieri dello Zodiaco non sono una fiammata di Odeon, ma un bene televisivo che può circolare, essere riproposto, diventare rendita culturale. In quegli anni, l’anime giapponese non è ancora “normalizzato” come oggi: ogni grande titolo che sfonda crea strada per i successivi. E Saint Seiya contribuisce a farlo.

I Cavalieri dello Zodiaco: il ruolo del merchandising

Il successo televisivo di Saint Seiya si intreccia presto con la dimensione del prodotto fisico, soprattutto per la potenza iconica delle armature e per la natura “collezionabile” dell’universo. L’acquisto dei primi blocchi di episodi in Italia è legato anche a partnership e strategie commerciali correlate ai giocattoli dell’epoca.

Non serve esagerare: l’anime sarebbe esploso comunque, ma l’action figure, l’armatura, ha dato una spinta particolare alla permanenza del mito, perché permetteva ai bambini di “portare a casa” il racconto.

Junior TV, le repliche infinite e il cammino verso Italia 1

Dopo l’esperienza su Odeon TV e la ripresa narrativa garantita da Italia 7, I Cavalieri dello Zodiaco entrano in una fase nuova della loro vita italiana: non più solo “novità”, ma presenza costante, quasi carsica, nel palinsesto televisivo. È qui che la serie smette definitivamente di appartenere a una singola stagione e diventa un fenomeno generazionale esteso, capace di riemergere ciclicamente e di essere scoperto anche da chi era troppo piccolo nel 1990 o addirittura non era ancora nato.

Il passaggio su Junior TV segna un momento chiave in questo processo. Junior TV, emittente rivolta esplicitamente a un pubblico giovane ma meno rigida nelle logiche di fascia protetta rispetto alle grandi reti generaliste, diventa uno spazio ideale per la circolazione reiterata dell’anime. Qui Saint Seiya non è più l’evento eccezionale del pomeriggio, bensì un appuntamento che torna, si ripete, si consolida. Le repliche assumono un ruolo decisivo: consentono allo spettatore di ricostruire una narrazione complessa, fatta di archi lunghi e combattimenti dilatati, che alla prima visione spesso sfuggivano o risultavano frammentari.

Su Junior TV la serie viene proposta più volte nel corso degli anni Novanta, contribuendo a creare quella strana ma potentissima sovrapposizione generazionale per cui I Cavalieri dello Zodiaco diventano “il cartone dei fratelli maggiori” e, allo stesso tempo, una scoperta nuova per i più piccoli. È un meccanismo fondamentale per capire la longevità del mito in Italia: non c’è una sola generazione dei Cavalieri, ma almeno due, forse tre, che li incontrano in momenti diversi della propria crescita.

Le sigle e il doppiaggio italiano

La prima impronta emotiva, per molti, arriva dalle sigle italiane, che funzionano quasi come marcatori d’epoca. La fase Odeon TV e poi Italia 7 porta la firma di Massimo Dorati, autore e interprete della storica “I Cavalieri dello Zodiaco” per i primi 52 episodi e poi de “Il ritorno dei Cavalieri dello Zodiaco” per il prosieguo della serie nella sua circolazione italiana di quegli anni.

Quando la saga entra stabilmente nel circuito Mediaset, a partire dal 2000–2001, la sigla cambia tono e linguaggio pop: arriva la versione cantata da Giorgio Vanni, costruita nel solco delle sigle “Italia 1” di quel periodo e usata nelle trasmissioni Mediaset.

Stefano Bersola, per conto di Yamato, canta un’altra versione della sigla italiana, questa volta basata sull’opening originale dell’anime storico, Pegasus Fantasy. Con tale sigla, la serie va in onda in TV, nel corso dei primi anni 2000, su Italia 1, Gay TV e Fox Kids.

ll punto, però, non è solo musicale: ogni sigla ha fissato una “stagione mentale” diversa dei Cavalieri in Italia, e ha contribuito a rendere l’anime riconoscibile anche a distanza di decenni.

Sul versante del doppiaggio, l’Italia ha avuto una versione sonora potentissima, a tratti persino più epica del testo originale, ma anche segnata da cambi e assestamenti tipici delle lavorazioni seriali dell’epoca. Nella memoria collettiva restano soprattutto alcune voci-cardine: Ivo De Palma come Pegasus, Luigi Rosa come Crystal, Andrea De Nisco come Andromeda, Tony Fuochi come Phoenix e Marco Balzarotti come Sirio, con il corollario importante che alcuni ruoli subirono anche sostituzioni e alternanze nel corso degli episodi.

Il risultato finale è un paradosso molto italiano: un adattamento dialoghi spesso discutibile per scelte e “addomesticamenti”, ma un comparto interpretativo capace di imprimere ai personaggi una gravità e un carisma tali da diventare, per molti fan, la versione definitiva.

Il manga come seconda vita e come rivelazione

Parallelamente alla circolazione televisiva, il manga di Saint Seiya inizia a essere percepito come un’alternativa, e spesso come un completamento. Chi aveva conosciuto Seiya e compagni attraverso lo schermo scopre sulla carta una narrazione più coerente, più diretta, meno mediata. Il manga diventa lo strumento con cui “capire davvero” la storia, riempire i vuoti lasciati dalle programmazioni spezzate e dalle repliche discontinue.

In Italia, la diffusione del manga coincide anche con un momento di maturazione del pubblico: leggere I Cavalieri dello Zodiaco non è più solo un gesto infantile, ma un atto di appartenenza culturale. Si passa dalla fruizione passiva alla rilettura consapevole, dal combattimento spettacolare al sottotesto mitologico e simbolico. È qui che molti iniziano a cogliere la struttura quasi teologica dell’opera, fatta di ordini, gerarchie, sacrifici rituali e cicli di morte e rinascita.

Questa dimensione contribuisce a rendere Saint Seiya un unicum rispetto ad altri anime arrivati nello stesso periodo. Non è solo una storia di eroi, ma una mitologia moderna travestita da shōnen, capace di dialogare con immaginari antichi e con un’idea del sacro che, pur non essendo cristiana in senso stretto (Saori, reincarnazione di Atena che ama e si sacrifica per l’umanità, richiama comunque figure come Gesù o la Vergine Maria), risulta sorprendentemente familiare al pubblico italiano.

Il fandom prima di Internet: rituali, memoria e passaparola

Negli anni Novanta, il fandom dei Cavalieri dello Zodiaco si sviluppa in un contesto quasi pre-digitale. Non ci sono ancora forum strutturati, social network o piattaforme di streaming. Eppure la comunità esiste, eccome. Vive nei cortili delle scuole, nelle edicole, nelle fumetterie nascenti, nelle cassette VHS registrate dalla tv e scambiate come reliquie.

Le repliche su Junior TV (trasmessa in syndication su varie emittenti locali) diventano occasioni di confronto: chi ha visto un episodio “in più”, chi ricorda una scena mai più ritrasmessa, chi giura che “una volta era diverso”. Nasce così una mitologia parallela, fatta non solo di personaggi, ma di ricordi televisivi, di orari improbabili, di palinsesti ballerini. I Cavalieri dello Zodiaco non sono solo una storia: sono un’esperienza condivisa, spesso imprecisa, ma proprio per questo potentissima.

Verso Italia 1: il grande pubblico e la normalizzazione del mito

Tutto questo percorso prepara il terreno al passaggio forse più delicato: l’arrivo della serie su Italia 1 nel 2000. Quando I Cavalieri dello Zodiaco approdano su una rete generalista a copertura nazionale, il contesto è completamente cambiato. L’anime giapponese non è più una curiosità esotica: è un genere riconoscibile, già sdoganato da anni di programmazione.

Su Italia 1, però, Saint Seiya paga anche il prezzo della normalizzazione. La collocazione in palinsesto, le ulteriori censure e l’inquadramento come “cartone per ragazzi” tendono a smussarne gli aspetti più cupi e tragici. Eppure, paradossalmente, è proprio questa esposizione massiccia a sancirne definitivamente lo status di classico. Chi non li aveva mai visti li scopre; chi li conosceva li rivede con occhi diversi; chi li aveva amati da bambino si rende conto che, nonostante tutto, funzionano ancora.

È in questo momento che I Cavalieri dello Zodiaco diventano memoria collettiva nazionale, qualcosa che “tutti hanno visto almeno una volta”, anche solo di sfuggita. Non più culto ristretto, ma patrimonio popolare.

L’adattamento discutibile ma memorabile

Nella storia italiana de I Cavalieri dello Zodiaco l’adattamento non è un semplice passaggio linguistico, ma un vero processo di riscrittura culturale. A differenza di altri anime arrivati nello stesso periodo, Saint Seiya subisce un intervento profondo, coerente e sistematico, che non riguarda solo la violenza o la durata delle scene, ma il senso stesso dell’universo narrativo. Questo processo va letto tenendo insieme tre fattori: la televisione generalista, il pubblico infantile a cui si pensava di rivolgersi e il ruolo, tutt’altro che marginale e del merchandising legato alla Giochi Preziosi, che in quegli anni distribuiva in Italia le action figure e i modellini delle armature.

Il primo livello di trasformazione riguarda i nomi dei personaggi, che nella versione italiana perdono quasi del tutto il riferimento diretto ai protagonisti originali per diventare sinonimi fissi delle loro costellazioni. Seiya diventa definitivamente Pegasus, Hyōga è Crystal, Shun è Andromeda, Ikki è Phoenix, Shiryu viene ribattezzato Sirio. Questa scelta, apparentemente innocua, ha in realtà un peso enorme: il nome proprio, che nel manga e nell’anime giapponese distingue l’individuo dalla sua armatura, viene sacrificato a favore dell’identità simbolica. Il personaggio non è più un ragazzo che indossa un’armatura, ma l’armatura stessa che cammina e combatte.

Questa semplificazione risponde a una logica precisa: rendere i personaggi immediatamente riconoscibili, memorizzabili e, soprattutto, coerenti con il prodotto fisico venduto nei negozi. Il bambino non chiede “Seiya”, chiede “Pegasus”; non chiede “Ikki”, chiede “Phoenix”. L’anime, in questo senso, diventa una sorta di estensione narrativa del giocattolo, e il giocattolo un’estensione materiale del racconto. È un meccanismo tipico dell’industria dell’animazione anni Ottanta e Novanta, ma nel caso di Saint Seiya produce un effetto collaterale: schiaccia la complessità psicologica dei personaggi sotto un’etichetta mitologica rigida.

Il secondo livello, ancora più radicale, riguarda l’ambientazione e il contesto culturale. Nella versione italiana, Tokyo diventa Nuova Luxor, un nome artificiale, neutro, che cancella ogni riferimento geografico reale. È una scelta che oggi appare quasi surreale, ma che all’epoca rispondeva a una paura diffusa: che il riferimento esplicito al Giappone potesse risultare estraniante o poco comprensibile per il pubblico dei più piccoli. Il risultato, però, è una città fantasma, senza identità, sospesa in un altrove indefinito che non è più Oriente ma non è neppure Occidente.

Questa cancellazione sistematica della cultura orientale non si ferma all’ambientazione. Vengono attenuati o eliminati quasi tutti i riferimenti espliciti al Giappone, alla spiritualità asiatica e alla filosofia buddhista. È qui che l’adattamento italiano compie il passo più discutibile e, allo stesso tempo, più rivelatore del clima culturale dell’epoca.

Il caso emblematico è quello di Shaka della Vergine. Nel materiale originale, Shaka è un personaggio profondamente legato al buddhismo: medita, cita il Buddha, parla di illuminazione, di ciclo delle rinascite, di distacco dal mondo materiale. Nella versione italiana, questi riferimenti diventano progressivamente evanescenti. Il Buddha scompare come figura nominata, trasformandosi in un generico “oblio”, in una vaga entità astratta che perde ogni radice religiosa precisa. Shaka non è più un cavaliere che incarna una tradizione spirituale millenaria, ma una sorta di asceta indefinito, quasi new age, privato della sua origine.

Questa scelta non è casuale. L’adattamento italiano sembra evitare con attenzione qualsiasi riferimento religioso non riconducibile a un orizzonte occidentale o comunque “neutro”. Il paradosso è evidente: un anime costruito su dèi greci, reincarnazioni, inferni e giudizi cosmici viene depurato proprio degli elementi spirituali orientali, come se fossero più problematici di una dea Atena che, come Gesù Cristo, si reincarna in un essere umano per la salvezza dell’umanità. È un segno dei tempi, ma anche di una certa difficoltà del sistema mediatico italiano nel maneggiare l’alterità culturale senza addomesticarla.

Il risultato complessivo è un Saint Seiya profondamente diverso da quello pensato da Masami Kurumada. Non un tradimento totale, ma una traslazione: l’opera viene riplasmata per diventare compatibile con un immaginario infantile occidentale, più lineare, più rassicurante, più vendibile. In questo processo, la violenza viene attenuata, la spiritualità resa vaga, la geografia dissolta, e i personaggi trasformati in icone.

Il punto più critico, e allo stesso tempo più rivelatore, dell’adattamento italiano de I Cavalieri dello Zodiaco riguarda proprio il precitato personaggio di Shaka (da noi semplicemente Virgo) e il suo effettivo “curriculum vitae” nella storia. Qui l’intervento non è solo linguistico o semplificatorio, ma diventa una vera distorsione concettuale, che altera il ruolo del personaggio sia dal punto di vista “professionale” che “spirituale”.

Come già detto, nell’opera originale di Masami Kurumada, Shaka è il Cavaliere più intimamente legato al buddhismo. Le sue tecniche, il suo linguaggio, il suo atteggiamento ascetico sono costruiti attorno all’idea dei sei sentieri dell’esistenza, cardine della dottrina buddhista, che rappresentano i diversi stati di reincarnazione dell’anima. La sua tecnica più celebre, nel testo originale, non è un’arma distruttiva in senso classico, ma un percorso di annullamento dell’io, una prova spirituale prima ancora che fisica.

Nella versione italiana dell’anime classico, questo impianto viene completamente rimosso. La tecnica dei sei sentieri viene ribattezzata Volta di Minosse, un nome che sposta improvvisamente l’asse simbolico dal buddhismo alla mitologia greco-pagana dell’oltretomba. I sei sentieri non sono più stadi dell’esistenza e della reincarnazione, ma diventano esplicitamente gironi dell’aldilà, evocando un’idea di inferno punitivo del tutto estranea al personaggio. È una trasformazione profonda: da guida spirituale, Shaka viene reinterpretato come giudice ultraterreno.

Questo slittamento produce uno degli errori più macroscopici dell’adattamento italiano: Shaka viene presentato, in modo del tutto improprio, non solo come cavaliere d’oro al servizio di Atena, ma anche come guardiano dell’Ade, un ruolo che non gli appartiene né nel manga né nell’anime originale. La sua funzione narrativa viene così avvicinata a quella di una sentinella infernale, quando in realtà Shaka è, per concezione, un essere che trascende la dicotomia bene/male e vita/morte, muovendosi su un piano di illuminazione e distacco. Non a caso viene definito nel manga l’uomo più vicino agli dei.

L’origine di questa distorsione va ricercata nella stessa logica che aveva già portato alla cancellazione dei riferimenti al Buddha. Ma invece di sostituire la figura di Gautama e la sua filosofia con un sistema simbolico coerente, lo rimpiazza con un sincretismo confuso, mescolando inferni pagani, giudizi ultraterreni e nomi mitologici usati più per suggestione che per precisione.

Il risultato è uno Shaka profondamente diverso da quello concepito da Kurumada: meno filosofo, meno “bonzo”, più “misterioso” in senso generico, quasi esoterico. Una figura affascinante, certo, ma privata della sua radice culturale. Ancora una volta, l’adattamento italiano non distrugge il personaggio, ma lo svuota di significato specifico, trasformandolo in un’icona ambigua e decontestualizzata.

Questi errori e fraintendimenti non resteranno però definitivi. Con l’arrivo in Italia di Saint Seiya: Hades nel 2008, la situazione cambia radicalmente. Il nuovo adattamento italiano, più attento e più rispettoso dell’opera originale, corregge le distorsioni storiche: Shaka torna a essere ciò che è sempre stato, un cavaliere legato alla spiritualità buddhista, e le sue tecniche riacquistano il loro significato originario. Il Cavaliere viene finalmente riavvicinato alla sua natura filosofica e religiosa, cancellando definitivamente il ruolo (tutto italiano) di guardiano dell’Ade.

Questa “rettifica tardiva” ha un valore simbolico importante. Segna il momento in cui anche il pubblico italiano, ormai cresciuto e più consapevole, è pronto ad accogliere Saint Seiya nella sua complessità culturale, senza bisogno di filtri infantilizzanti. E dimostra, retrospettivamente, quanto l’adattamento degli anni Novanta fosse figlio di un’epoca in cui l’animazione giapponese veniva ancora percepita come qualcosa da semplificare, normalizzare, rendere innocua.

Eppure, ed è qui il punto cruciale, questo adattamento non distrugge il mito. Lo trasforma. Il pubblico italiano cresce con una versione “altra” dei Cavalieri, meno fedele ma più sedimentata, che lascia spazio, negli anni successivi, a una riscoperta critica. Quando molti fan incontreranno il manga o le versioni integrali, avranno la sensazione di scoprire un’opera più adulta, più stratificata, quasi segreta. E proprio questo scarto tra versione televisiva e originale diventerà uno dei motori principali della longevità culturale di Saint Seiya in Italia.

In altre parole, l’adattamento italiano, con tutte le sue scelte discutibili e talvolta infantili, ha funzionato come un filtro iniziatico: ha permesso l’ingresso di massa del mito, rimandando a un secondo tempo la comprensione piena della sua profondità. Un compromesso imperfetto, ma storicamente decisivo.

Un ulteriore livello di “traduzione culturale” dell’anime passa attraverso l’uso, nella versione italiana, di citazioni e rielaborazioni letterarie tratte dalla grande tradizione poetica nazionale. In più punti, soprattutto nei momenti di maggiore tensione drammatica, i dialoghi dei Cavalieri vengono arricchiti – o alterati – con richiami a Dante, Leopardi e Ugo Foscolo, assenti nel testo originale giapponese. È una scelta singolare, che oggi può apparire arbitraria, ma che va letta nel contesto di una televisione che cercava di nobilitare il linguaggio dei cartoni animati, elevandoli a racconto “formativo”.

Così Seiya, Sirio e Phoenix si esprimono talvolta con un registro solenne che riecheggia la Divina Commedia, (“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuol” cit. Seiya); in altri casi emergono toni più lirici e malinconici, riconducibili a Leopardi (“Tra quest’immensità s’annega il pensier mio” cit. sempre di Seiya); non mancano infine suggestioni foscoliane, legate all’onore, alla memoria e alla gloria che sopravvive alla morte. Queste citazioni sono esplicite e, al contempo, funzionano come eco colta, spesso adattata o semplificata, che trasforma i Cavalieri (seppur la storia sia ambientata negli anni ’80) in eroi antichi, mitologici, epici e tragici, più vicini all’epica letteraria greca e italiana, che allo shōnen giapponese.

Il risultato è ambivalente. Da un lato, l’operazione snatura il tono originale dell’opera, innestando una retorica estranea alla sensibilità di Kurumada; dall’altro, contribuisce a rendere I Cavalieri dello Zodiaco un unicum nel panorama dell’animazione televisiva italiana, un anime che parla con parole “alte”, che cita i classici e che sembra chiedere allo spettatore di prendere sul serio il dolore e la scelta morale. Ancora una volta, l’adattamento non si limita a tradurre, ma rifonda, costruendo una versione italiana che, pur infedele, ha lasciato un’impronta profonda nell’immaginario di chi l’ha conosciuta da bambino.

Il mito e l’eredità

Quando I Cavalieri dello Zodiaco superano definitivamente la dimensione del “cartone animato” e si depositano nella memoria collettiva italiana, accade qualcosa di raro: l’opera inizia a essere letta, anche retroattivamente, come mitologia moderna. Non più solo una storia di combattimenti e armature scintillanti, ma un sistema simbolico capace di dialogare con il sacro, con la filosofia e con l’idea stessa di destino. È in questa fase, maturata negli anni Duemila, che il pubblico italiano comincia davvero a interrogarsi sul senso profondo dell’universo creato da Masami Kurumada.

Il cuore di questo universo non è la vittoria, ma il sacrificio. Seiya non combatte per trionfare, combatte per resistere; non per dominare, ma per rialzarsi. Questo tratto ha avuto un impatto culturale fortissimo in Italia, dove il personaggio è stato spesso percepito come un eroe “sofferente”, lontano dal modello invincibile di altri protagonisti dell’animazione. Seiya perde, sanguina, cade, eppure continua. È una figura che incarna un’etica quasi cristiana del dolore, pur muovendosi in un contesto mitologico greco e cosmico.

Ed è proprio qui che nasce una delle letture più affascinanti e più “nerd” dell’opera: la convivenza, nell’universo di Saint Seiya, di sistemi religiosi differenti. Kurumada costruisce un mondo in cui gli dèi dell’Olimpo esistono realmente, combattono, muoiono e rinascono. Atena non è un simbolo: è una presenza concreta, incarnata, vulnerabile. Ade governa l’oltretomba, Poseidone i mari, Zeus incombe come entità superiore. Eppure, questo politeismo non cancella del tutto l’orizzonte monoteista occidentale.

Nel manga e nei materiali collegati, il Dio cristiano e la figura di Gesù non vengono mai messi al centro, ma nemmeno esclusi. Esistono come sfondo culturale implicito, come parte di un mondo umano che convive con quello degli dèi antichi. È una scelta significativa: Kurumada non costruisce un universo chiuso, ma uno spazio narrativo poroso, in cui le religioni non si escludono a vicenda, bensì coesistono su piani diversi. Gli dèi greci sono potenti, ma non assoluti; governano cicli, non l’eternità. Non a caso, in questo “pot pourry religioso” esistono anche il Buddha e gli dei norreni (vedi la Saga di Asgard).

Questa impostazione ha permesso al pubblico italiano, cresciuto in un contesto profondamente cattolico, di riconoscere in Saint Seiya un racconto straniero ma non alieno. Il sacrificio di Atena, la sofferenza redentrice dei Cavalieri, la centralità del libero arbitrio sono elementi che dialogano, consapevolmente o meno, con l’immaginario cristiano. Non è un caso che molti spettatori abbiano percepito la saga come “spiritualmente intensa”, anche quando non ne comprendevano pienamente le radici orientali o classiche.

Con il tempo, questa densità simbolica ha trasformato I Cavalieri dello Zodiaco in un oggetto di culto nerd nel senso più nobile del termine. Non solo nostalgia, ma analisi, confronto, studio. Forum, saggi amatoriali, video-analisi hanno iniziato a esplorare le gerarchie cosmiche, il significato delle armature, il ruolo del Cosmo come energia spirituale che nasce dall’interno e non dall’esterno. Il Cosmo non è magia: è volontà, fede in sé stessi, spinta interiore. Un concetto che ha parlato fortissimo a una generazione cresciuta tra incertezze e cambiamenti.

In questo contesto, la figura di Kurumada assume un rilievo nuovo. Spesso criticato per uno stile grafico ripetitivo e per una narrazione ciclica, l’autore giapponese viene progressivamente rivalutato come costruttore di miti, più che come semplice narratore seriale. La sua ossessione per la ripetizione non è povertà creativa, ma coerenza tematica: ogni guerra sacra è diversa e identica alle altre, perché il destino degli uomini e degli dèi è quello di scontrarsi eternamente.

Questa visione trova una prosecuzione diretta in Next Dimension, opera che Kurumada porta avanti per anni come seguito e allo stesso tempo prequel della saga classica. Concluso nel 2024, Next Dimension non è solo un sequel, ma una riflessione sul tempo, sul ritorno, sulla possibilità di cambiare ciò che sembra già scritto. È un’opera più lenta, più dialogata, spesso controversa, ma profondamente coerente con l’idea di Saint Seiya come mito ciclico. Un qualcosa che si vede raramente nei fumetti, tranne qualche sublime eccezione tipo Sandman di Neil Gaiman.

La notizia che, dopo Next Dimension, Kurumada stia lavorando anche a un nuovo sequel conferma un dato essenziale: l’universo dei Cavalieri non è pensato per chiudersi definitivamente. Finché esiste il conflitto tra umano e divino, finché esiste il dubbio sul destino, la storia può continuare. Non per nostalgia, ma per necessità narrativa.

Guardando oggi al percorso italiano de I Cavalieri dello Zodiaco, emerge un paradosso affascinante. Un adattamento imperfetto, a tratti ingenuo, a tratti distorsivo, ha permesso a un’opera complessa di entrare nelle case e nell’immaginario di milioni di spettatori. Col tempo, quelle stesse imperfezioni hanno spinto alla riscoperta dell’originale, alla correzione degli errori, a una comprensione più profonda.

Saint Seiya in Italia ha funzionato perché non è mai stato completamente “capito” subito. È cresciuto insieme al suo pubblico, mostrando nuovi significati man mano che chi lo guardava diventava più grande. E questo è il segno più chiaro di un mito riuscito: non finisce quando termina la trasmissione, ma quando smette di fare domande. I Cavalieri dello Zodiaco, nel bene e nel male, quelle domande continuano a farle.

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