Garlasco e la giustizia che non può permettersi l’assurdo

Garlasco e la giustizia che non può permettersi l’assurdo
Il caso Garlasco non è solo una tragedia privata. È diventato, col tempo, un simbolo pubblico: il punto in cui la legittima domanda di verità rischia di trasformarsi nel bisogno collettivo di “chiudere” comunque la storia. Ed è qui che le parole di Vittorio Feltri colpiscono duro: quando la giustizia smette di reggersi sulla solidità delle prove e comincia a reggersi sulla forza della narrazione, il sistema entra in una zona pericolosa.
Non scrivo per rifare un processo né per mancare di rispetto alla vittima e alla sua famiglia. Scrivo per difendere un principio che riguarda tutti: una condanna non può nascere da un mosaico montato a posteriori con tessere fragili, suggestioni, dettagli elevati a “prova”, interpretazioni psicologiche vendute come certezze. La giustizia moderna non è un romanzo: è un metodo.
E il suo cardine è uno solo: oltre ogni ragionevole dubbio.
La “giustizia dell’assurdo” è quella che pesa piccoli particolari come se fossero svolte decisive, rincorre indizi che non chiudono mai davvero il cerchio, e intanto lascia che il processo mediatico faccia il resto: tifoserie, semplificazioni, pressione sociale. È il meccanismo più pericoloso: quando una comunità è ferita, pretende una risposta; e quando la risposta è incerta, scatta la scorciatoia. Ma la scorciatoia, nel diritto, è una trappola.
Per questo la riforma della giustizia, quella vera, non lo slogan, deve partire da qui: centralità della prova, non della suggestione. Indagini di qualità, responsabilità quando si sbaglia, tempi certi, revisione effettiva. E soprattutto un principio che non può essere negoziato: se il dubbio resta, la giustizia deve saper dire “non lo so”. Non per debolezza, ma per rigore.
Uno Stato è credibile non quando condanna: è credibile quando condanna bene. E quando non può condannare bene, ha il dovere di non farlo.
Angelo Riccardi