Attualità Capitanata

31 marzo 1995: a Foggia l’omicidio Marcone

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Ventisette anni fa, a Foggia, veniva ucciso dalla mafia Francesco Marcone, una delle tante vittime innocenti colpite dalla criminalità organizzata. Marcone, persona integerrima e una delle tante vittime del dovere, era il direttore dell’ufficio del registro di Foggia. Fu freddato con due colpi di pistola Calibro 38 prima di rientrare a casa, al numero 17 di una traversa centralissima di Corso Roma, Via Figliolia

L’omicidio Marcone, che dopo quasi trent’anni grida ancora giustizia e verità, è uno dei nodi centrali per spiegare e comprendere l’evoluzione della mafia in Capitanata. Marcone, che esaminava gli atti per la riscossione delle rendite di terreni e fabbricati, di canoni e delle entrate derivanti dalle vendite dei beni mobili, fu ucciso perché aveva cominciato a denunciare illegalità nel mondo delle professioni a Foggia. 

Francesco Marcone, considerato da molti l’Ambrosoli del Sud, fu ucciso per aver denunciato la corruzione presente a Foggia. Dopo il suo delitto, il silenzio avvolse quella storia. Nelle carte del processo Marcone, il magistrato Lucia Navazio ha scritto che la parte sana della città non volle collaborare. 

La lettura degli atti delle indagini, ha determinato nel GIP il convincimento che un concreto contributo alle indagini poteva essere dato anche in prima battuta da soggetti inseriti nel circuito sano della società civile, chiaramente venuti meno a quel dovere civico di collaborazione, che riguarda ogni cittadino“, scrisse il GIP Navazio nell’ultimo decreto di archiviazione.

In tutti questi anni, la figura di Francesco Marcone è stata ricordata da sua figlia, Daniela, attualmente nell’ufficio di presidenza di Libera e già vicepresidente dell’associazione contro la mafia fondata da Don Luigi Ciotti. La battaglia di verità e giustizia per ricordare suo padre è stata la battaglia della sua vita. Per ricordare una mafia presente in Capitanata già dal 1995, tentacolare e potente come pochi. 

Anche Daniela, come molti parenti di vittime di mafia, non si è mai rassegnata alla ricerca della verità. In tutti questi anni, infatti, non ha mai lavato gli occhiali sporchi di sangue di suo padre. Un gesto per reclamare, ancora una volta, una parola di verità e giustizia. Dopo ventisette anni da quel 31 marzo 1995 quel sangue è ancora lì. “Ancora oggi credo che quel sangue serva ancora. Fin quando non sapremo la verità sulla sua morte, quel sangue sarà lì. A testimonianza”.