Ci ha colpito un pensiero del nostro amico Dino La Torre sui social che ci piaceva condividere perchè in effetti è un pensiero condiviso. “Se vi è capitato di passare davanti a un liceo in questi giorni di esami di Stato, avrete sicuramente assistito a scene che ricordano più la consegna degli Oscar o una laurea magistrale che il vecchio, temuto esame di Maturità.
Ragazzi che varcano i cancelli della scuola sommersi da mazzi di fiori giganti, spumanti che volano, fidanzati e genitori pronti con lo smartphone a immortalare la “camminata della libertà”, tavoli prenotati al ristorante per pranzi di famiglia . L’esame di Maturità, oggi, è diventato un evento collettivo, una festa patronale del traguardo personale.
Ma per chi come me ha qualche anno in più sulle spalle, lo spettacolo evoca un briciolo di sconcerto e un’ po di nostalgia.
Quella solitudine (condivisa) dei “nostri tempi”
Fino a non troppi anni fa, il giorno dell’orale era una faccenda decisamente più intima. Si andava all’esame da soli. I genitori? A lavorare, giustamente, oppure a casa a sbrigare le faccende di tutti i giorni. Non per mancanza di affetto, sia chiaro, ma perché l’esame era considerato il tuo dovere, il primo vero banco di prova in cui misurarsi con il mondo degli adulti, senza tifoserie di parte.
Si arrivava a scuola con lo stomaco stretto in un nodo. Ad attenderti nei corridoi non c’erano palloncini colorati o striscioni, ma solo i bidelli e i compagni di classe. Quelli che dovevano interrogare dopo di te, bianchi in volto, o quelli che avevano già dato e che restavano lì, per solidarietà, per non lasciarti solo davanti alla commissione.
Il post-esame di allora non prevedeva rinfreschi o regali importanti. Il massimo della celebrazione era quel primo, immenso respiro profondo appena fuori dal portone della scuola. Ci si guardava tra studenti, ci si abbracciava, ci si scambiava quel conforto silenzioso e potente che solo chi ha condiviso la stessa trincea per cinque anni può capire.
Il premio era la libertà stessa: l’estate che si apriva davanti, un gelato mangiato in piazzetta o in villa con i vestiti “buoni” addosso e la sensazione di avercela fatta con le proprie sole gambe.”
Pensiero “condiviso” di Dino La Torre

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