Proseguono senza sosta le indagini sul giallo di Pietracatella, che ha visto la morte di Antonella Di Ielsi, 55 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, decedute dopo un misterioso avvelenamento da ricina. Una vicenda che ha profondamente scosso la comunità del piccolo centro in provincia di Campobasso, dove madre e figlia vivevano. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni passaggio delle ultime settimane di vita delle due vittime per chiarire come siano entrate in contatto con una delle sostanze tossiche più pericolose conosciute.
Il lavoro degli inquirenti è particolarmente complesso e procede attraverso testimonianze, analisi scientifiche e verifiche sui rapporti personali delle due donne. La Squadra Mobile di Campobasso ha già ascoltato oltre cento testimoni, tra parenti, amici, conoscenti e persone che potrebbero fornire elementi utili alla ricostruzione dei fatti. L’obiettivo è individuare eventuali dettagli sfuggiti nelle prime fasi dell’indagine e comprendere chi possa aver somministrato la ricina e in quali circostanze.
Giallo di Pietracatella: le ipotesi della Procura e il resoconto dei testimoni
Il fascicolo aperto dalla Procura ipotizza il reato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’utilizzo di sostanze velenose. Al momento gli investigatori mantengono il massimo riserbo e continuano a valutare ogni possibile scenario. L’attenzione resta concentrata soprattutto sui giorni precedenti al peggioramento delle condizioni di salute di madre e figlia, quando sarebbero comparsi i primi sintomi dell’intossicazione.
Tra le testimonianze considerate rilevanti c’è quella di un infermiere amico della famiglia, intervenuto quando Antonella e Sara stavano già molto male. Il suo racconto ha restituito un quadro drammatico delle condizioni in cui si trovavano le due vittime. Secondo quanto riferito, la ragazza appariva confusa, in uno stato di forte alterazione: l’uomo avrebbe spiegato agli investigatori che Sara delirava. La madre, invece, era ormai molto provata fisicamente e pare che non riuscisse più a parlare.
L’infermiere avrebbe inoltre raccontato di aver provato ad aiutarle praticando una flebo per reidratarle, precisando che il materiale utilizzato era nuovo e sigillato. Un dettaglio finito tra gli elementi verificati dagli investigatori nell’ambito dei numerosi accertamenti effettuati.
La ricina è una tossina estremamente potente che può provocare conseguenze gravissime anche in piccole quantità. Gli esami hanno confermato la presenza della sostanza nell’organismo delle due vittime, aprendo così uno scenario inquietante su cui gli investigatori stanno ancora lavorando.
Resta da chiarire il punto centrale dell’intera vicenda: come e quando Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita siano state avvelenate. Gli inquirenti stanno analizzando abitudini, contatti e movimenti delle due donne nella speranza di trovare l’elemento decisivo capace di dare una risposta alla morte di una madre e di sua figlia.

FONTI:

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