1 lavoratore su 3 dorme meno di 6h e il Sud è il più colpito. Male la Puglia
Il sonno è diventato un privilegio che dipende da dove vivi, quanto guadagni e che lavoro fai. Mentre le raccomandazioni internazionali indicano almeno 7 ore di sonno per notte come soglia minima per la salute, quasi 1 italiano su 5 (18%) dorme cronicamente meno di 6 ore, una privazione che secondo la ricerca scientifica costa all’economia globale miliardi in produttività persa e aumenta drasticamente il rischio di malattie cardiovascolari, diabete e depressione.
Ma questa privazione non colpisce tutti allo stesso modo. Il sondaggio di MCO Report condotto su 1.000 italiani rappresentativi per età, genere, reddito e area geografica rivela profonde disuguaglianze territoriali, economiche e occupazionali nel diritto al riposo. La Sardegna guida la classifica negativa con il 30,3% della popolazione che dorme meno di 6 ore per notte (1 sardo su 3 in deficit cronico). Il Sud Italia registra complessivamente il 20,1% di privazione contro il 16,8% del Nord, mentre chi guadagna meno di €1000 al mese ha quasi 3 volte più probabilità di non dormire rispetto a chi ne guadagna €2500-3000.
In vista del World Sleep Day 2026, MCO Report pubblica questa analisi per accendere i riflettori su un’emergenza silenziosa che intreccia salute pubblica, disuguaglianze sociali e costi economici.
La geografia del sonno: dove si dorme meno?
Se dovessimo disegnare una mappa del sonno italiano, il colore rosso scuro, quello della privazione cronica, coprirebbe soprattutto le regioni del Sud e delle Isole. La classifica vede nella top 3 Sardegna, Calabria e Puglia:
- Sardegna: 30,3%
- Calabria: 26,9%
- Puglia: 26,0%
- Marche: 25,8% (unica del Centro nella top 5)
- Molise: 25,0%
Aggregando i dati per macro-aree geografiche, emerge anche un divario Nord-Sud netto: il 20,1% degli abitanti del Sud e delle Isole dorme meno di 6 ore, contro il 16,8% del Nord e il 15,5% del Centro.
Il paradosso è evidente: il Sud Italia, storicamente associato a ritmi di vita più lenti e a una cultura della convivialità, emerge come l’area dove si dorme peggio. Le cause? Probabilmente un mix di stress economico, carenza di servizi sanitari territoriali per diagnosi e condizioni abitative spesso più disagiate nelle aree urbane.
La Sardegna, con il suo punteggio, rappresenta un caso emblematico: un’isola nota per longevità e qualità della vita (le famose “zone blu”) che però non riesce a garantire sonno adeguato a un terzo dei suoi abitanti.
Ma il Sud non è un blocco uniforme. Un’eccezione significativa è rappresentata dalla Sicilia, dove solo l’11,1% della popolazione dorme meno di 6 ore, un dato che la colloca tra le regioni che dormono meglio in Italia, ben al di sotto della media nazionale (18%) e in netto contrasto con la vicina Sardegna.
Disoccupati e precari: chi non ha sicurezza economica dorme meno e peggio
Se il luogo di residenza influenza il sonno, la condizione occupazionale ed economica lo determina ancora di più. Ciò che emerge non è chi lavora troppo a dormire peggio, ma chi vive nell’incertezza economica.
Il 21,5% dei disoccupati e il 19,6% delle casalinghe dorme meno di 6 ore per notte, percentuali significativamente più alte rispetto ai lavoratori dipendenti (15,4% sia full-time che part-time). Anche i liberi professionisti e partite IVA, categoria spesso associata a ritmi lavorativi intensi, registrano il 16,9% di privazione cronica.
Ma il dato più drammatico emerge guardando alla qualità del sonno. Tra chi dichiara sonno scarso o molto scarso, le casalinghe raggiungono il 33,7% e i disoccupati il 30,8%, più del doppio rispetto ai lavoratori dipendenti full-time (13,9%).
Come si spiega questo paradosso? Lo stress da mancanza di reddito, l’ansia per il futuro, le preoccupazioni economiche quotidiane erodono il sonno molto più delle ore di lavoro. Chi non ha un’occupazione stabile vive in uno stato di allerta costante che rende difficile l’addormentamento e frammentato il riposo notturno.
I lavoratori dipendenti, stando ai dati, dormono invece relativamente meglio. Gli studenti, infine, pur con ritmi spesso irregolari, sono la categoria meno toccata.
Il sonno è anche una questione di classe. I dati mostrano una correlazione netta tra reddito e qualità del riposo.
Il 24,6% di chi guadagna meno di €1000 al mese dorme meno di 6 ore, contro l’8,5% di chi guadagna tra €2500-3000.
- Meno di €1000: 24,6%
- €1001-1500: 18,9%
- €1501-2000: 17,9%
- €2001-2500: 16,4%
- €2501-3000: 8,5% (il più basso)
- €3001-3500: 19,8%
- €3501-4000: 20,3%
- Più di €4000: 15,7%
Interessante notare come la privazione del sonno segua una curva a “U”: diminuisce progressivamente con l’aumento del reddito fino a €2500-3000, poi risale nelle fasce €3500-4000 (20%). Un’anomalia che suggerisce come anche il “troppo successo” possa danneggiare, probabilmente a causa di stress da responsabilità dirigenziali e ruoli imprenditoriali ad alta pressione.
Dormire bene è quindi un privilegio. Chi vive in povertà o vulnerabilità economica accumula stress, preoccupazioni, turni di lavoro irregolari. Tutti fattori che erodono il sonno. Al tempo stesso, anche chi scala la piramide economica fino a posizioni apicali può ritrovarsi ostaggio di ritmi insostenibili.
Il mito della città che non dorme
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, città rumorose e inquinate contro campagne silenziose, il divario tra aree urbane e rurali è sorprendentemente ridotto.
Guardando a chi dorme meno di 6 ore per notte, le aree rurali registrano il 19,1%, le periferie il 16,5% e le città il 17,4%. La città, insomma, non dorme peggio della campagna, anzi, leggermente meglio delle zone rurali.
Anche sulla qualità del sonno, la differenza è minima: il 18,6% di chi vive in città dichiara sonno scarso o molto scarso, contro il 17,2% delle aree rurali. Appena 1,4 punti percentuali di differenza.
Questo dato sfida lo stereotipo della città che non dorme e il vero divario del sonno italiano non corre lungo l’asse città-campagna, ma lungo quello Nord-Sud, ricchi-poveri, occupati-disoccupati.
Quanto costa allo stato la crisi del sonno?
La privazione del sonno non è solo un problema individuale: ha costi economici e sociali enormi.
Secondo uno studio della RAND Corporation pubblicato nel 2023, l’insonnia cronica sottrae agli Stati Uniti oltre $200 miliardi all’anno in produttività persa, più dell’1% del PIL. Il Regno Unito perde $41 miliardi, la Francia $36 miliardi, il Canada $19 miliardi.
Un lavoratore con insonnia cronica perde in media 44-54 giorni lavorativi all’anno tra assenteismo (giorni di malattia) e presenteismo (presenza fisica ma rendimento ridotto). Chi soffre di sintomi d’insonnia generici perde comunque 14 giorni all’anno.
A livello individuale, uno studio RAND Europe ha calcolato che una persona con insonnia sarebbe disposta a pagare il 14% del proprio reddito annuo pur di recuperare il livello di benessere di chi dorme bene.
In Italia, dove il 18% della popolazione dorme cronicamente meno di 6 ore, circa 10,8 milioni di persone, i costi diretti e indiretti sono potenzialmente enormi.
Il sonno è infrastruttura economica. Non garantirlo significa minare produttività, aumentare spesa sanitaria, ridurre qualità della vita.
Cosa si può fare?
A livello individuale:
- Rispettare 7-9 ore di sonno (raccomandazioni American Academy of Sleep Medicine)
- Routine pre-sonno regolare, buio totale, temperatura 16-19°C
- Limitare caffè dopo le 14, evitare schermi 1 ora prima di dormire
A livello sanitario:
- Screening sistematico dei disturbi del sonno nei controlli medici di routine
- Accesso garantito a terapie evidence-based
- Formazione dei medici di base sui disturbi del sonno
A livello lavorativo:
- Evitare email fuori orario lavorativo
- Smart working per ridurre il pendolarismo
- Ambienti di lavoro con luce naturale
- Cultura aziendale che valorizzi il riposo

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