Shock a Carapelle: 16enne abusata, picchiata e abbandonata in campagna

Shock a Carapelle: 16enne abusata, picchiata e abbandonata in campagna

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per la gravissima vicenda avvenuta nel Foggiano. Secondo l’ipotesi accusatoria, una sedicenne, dopo una serata trascorsa con amici comuni, avrebbe accettato un passaggio in automobile da un ventunenne e sarebbe stata successivamente violentata, picchiata, privata del telefono cellulare e abbandonata di notte lungo la strada. Il giovane è stato arrestato con le accuse di violenza sessuale aggravata, rapina aggravata e lesioni personali aggravate. Sarà naturalmente la magistratura ad accertare le responsabilità nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.

Ciò che questa vicenda impone di analizzare è la possibile trasformazione, repentina e drammatica, di una situazione ordinaria di socialità in uno spazio di coercizione. È proprio questa apparente normalità iniziale a rendere il caso particolarmente significativo sul piano educativo e sociologico. Il pericolo non si presenta necessariamente con il volto dello sconosciuto: può insinuarsi dentro una relazione di fiducia, una conoscenza comune, un passaggio in automobile, una circostanza nella quale una ragazza non percepisce inizialmente la necessità di difendersi.

Se la ricostruzione accusatoria sarà confermata, assume un significato particolarmente grave la sottrazione del telefono mentre la minorenne cercava di chiedere aiuto. Non sarebbe un elemento marginale della vicenda, ma il passaggio dalla coercizione al controllo totale della situazione: impedire alla vittima di comunicare significa ridurne concretamente l’autonomia, isolarla, privarla della possibilità di sottrarsi alla volontà dell’aggressore. Anche l’abbandono successivo, dopo le violenze contestate, rimanda a una radicale degradazione dell’altro, trattato non più come persona da soccorrere ma come presenza di cui liberarsi.

È necessario, tuttavia, evitare una lettura impropriamente psichiatrica. Non abbiamo elementi clinici per attribuire all’indagato alcuna patologia e sarebbe scientificamente scorretto farlo. La violenza sessuale non può essere liquidata come “raptus” o follia. La letteratura scientifica individua piuttosto, tra i fattori associati alla perpetrazione, l’ostilità verso le donne, l’adesione a convinzioni che giustificano l’aggressività, il bisogno di dominio, la scarsa empatia e soprattutto il sexual entitlement: la convinzione, esplicita o implicita, che il proprio desiderio generi una sorta di diritto alla disponibilità dell’altra persona.

È questo meccanismo che dovrebbe preoccuparci profondamente. Nel momento in cui il desiderio viene percepito come diritto, il rifiuto dell’altro non viene più riconosciuto come esercizio della sua libertà, ma può essere vissuto come ostacolo, provocazione o ferita narcisistica. Il problema non è allora soltanto l’incapacità di controllare un impulso: è l’incapacità di attribuire alla volontà altrui lo stesso valore attribuito alla propria.

Su tale distorsione individuale può innestarsi una distorsione sociale. Esistono ancora modelli di maschilità nei quali il successo sessuale diventa conferma del proprio valore, il rifiuto viene percepito come umiliazione, la vulnerabilità deve essere nascosta e il controllo viene confuso con la forza. Non producono automaticamente un aggressore, ma possono costruire un terreno culturale nel quale il limite posto dall’altra persona viene vissuto come una sconfitta anziché come un dato inviolabile della relazione.

Per questo il CNDDU ritiene insufficiente un’educazione che si limiti a dire ai ragazzi che “bisogna rispettare le donne”. Occorre affrontare questioni molto più scomode e concrete: che cosa accade psicologicamente quando si viene rifiutati; perché alcuni giovani identificano la virilità con la conquista; come si gestiscono frustrazione, rabbia e umiliazione; perché il consenso può essere ritirato in qualsiasi momento; perché una precedente disponibilità non vincola quella successiva; perché la fiducia accordata da una ragazza non rappresenta mai una concessione sul proprio corpo.

La scuola deve poter entrare in questa zona della formazione personale. Educare ai diritti umani significa anche costruire personalità capaci di sostenere il limite senza viverlo come una minaccia e di riconoscere l’altro come soggetto autonomo proprio quando dice qualcosa che non vogliamo sentire.

È questa la prevenzione che manca quando ci limitiamo a intervenire dopo la violenza. Il diritto penale stabilisce quale condotta debba essere punita; l’educazione deve agire molto prima, sulla struttura delle relazioni e sull’idea stessa di libertà.

Perché il confine decisivo si trova esattamente lì: tra desiderare una persona e credere di avere un diritto su di essa.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

Exit mobile version