Riccardi: “Primo Maggio a Manfredonia: la dignità del lavoro che nessuno racconta”

Riccardi: “Primo Maggio a Manfredonia: la dignità del lavoro che nessuno racconta”

A Manfredonia il Primo Maggio si celebra a parole. E anche con grande enfasi: “lavoro dignitoso”, “diritti”, “sicurezza”, “legalità”, “salario minimo”, “Costituzione”. Un repertorio perfetto, quasi da concerto istituzionale. Peccato che, mentre il Sindaco intona la solita canzone sulla dignità del lavoro, a pochi passi dalla retorica ufficiale ci siano lavoratori veri, in carne e ossa, costretti da anni a operare in locali umidi, maleodoranti, degradati, con intonaci che cadono, calcinacci, muri compromessi e condizioni igienico-sanitarie indegne.

Nel giorno in cui l’Italia celebra il lavoro, a Manfredonia c’è una vicenda che più di tante parole racconta quanto la dignità dei lavoratori possa essere ancora trattata come una questione secondaria, rinviabile, sacrificabile sull’altare della burocrazia e della mancanza di fondi.

È la storia dei lavoratori al servizio del Comune di Manfredonia, impegnati nelle attività di riscossione dei tributi locali, collocati da anni all’interno dei locali comunali di Lungomare Nazario Sauro 22. Uffici che, secondo le segnalazioni sindacali e secondo quanto emerge dagli stessi riscontri istituzionali, presentano condizioni di forte disagio: locali non adeguati e certamente non dignitosi per chi ogni giorno svolge un servizio di front office a contatto diretto con il pubblico.

Un lavoro già delicato, perché riguarda tributi, pagamenti, richieste, contestazioni, rapporti quotidiani con cittadini spesso esasperati. Un lavoro che richiederebbe ambienti decorosi, sicuri, salubri. E invece, da quanto denunciato, lavoratori e utenti si ritrovano dentro e fuori una situazione che ha dell’inaccettabile.

Perché il problema non riguarda solo chi lavora all’interno degli uffici. Riguarda anche i cittadini che usufruiscono del servizio. Persone costrette ad attendere all’esterno, sul marciapiede, senza una copertura adeguata, esposte al caldo, al freddo, alla pioggia e alle intemperie. Una scena indecorosa per un servizio pubblico, tanto più grave perché avviene in un contesto che dovrebbe rappresentare il volto organizzato, efficiente e rispettoso dell’amministrazione verso la comunità.

La vicenda diventa ancora più pesante se si considera che il disagio non è stato semplicemente “percepito” o denunciato dai lavoratori. Il Comune, nel proprio riscontro, riconosce l’esistenza di criticità legate a fenomeni di umidità di risalita capillare dalle fondazioni, arrivando a spiegare che non si tratterebbe di guasti recenti o di semplice manutenzione ordinaria, ma di un vizio strutturale dell’immobile. Una presa d’atto grave. Gravissima. Perché certifica che quei lavoratori non stanno protestando per capriccio, ma stanno sollevando una questione concreta di salute, sicurezza e dignità.

Eppure, davanti a tutto questo, la risposta è il solito muro: impossibilità di intervenire subito, necessità di liberare i locali per mesi, assenza di fondi disponibili, mancanza di una sede alternativa. In altre parole: il problema esiste, ma non si può risolvere adesso.

Ma il punto politico e morale è proprio questo: se un luogo di lavoro non è salubre, la soluzione non può essere il rinvio. La salute dei lavoratori non può dipendere dal capitolo di bilancio del momento. La dignità di chi presta servizio per conto dell’ente pubblico non può essere subordinata alla lentezza degli uffici, alla programmazione futura o alla ricerca, sempre annunciata e mai tempestiva, di una sede alternativa.

Il Primo Maggio non può ridursi a una celebrazione rituale, fatta di parole solenni, post istituzionali, comunicati e dichiarazioni di circostanza. Il Primo Maggio ha senso solo se si guarda in faccia la realtà. E la realtà, in questo caso, racconta di lavoratori che da anni chiedono semplicemente di poter svolgere il proprio mestiere in condizioni normali: respirare aria salubre, accogliere i cittadini in ambienti dignitosi, non essere costretti a convivere con cattivi odori, umidità e locali inadeguati.
Solo venerdì 24 aprile, a seguito dell’intervento dello S.P.E.S.A.L. dell’ASL di Foggia, la situazione ha assunto finalmente un livello di attenzione non più rinviabile. Un passaggio che, a quanto risulta, ha generato evidente imbarazzo rispetto alle condizioni in cui i lavoratori erano costretti a operare. Ed è francamente paradossale che, per affrontare una situazione nota da tempo, sia stato necessario arrivare all’intervento dell’organo preposto alla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il tema, dunque, non è solo tecnico. È politico. È amministrativo. È etico.

Perché se mancano fondi per rendere sicuro e dignitoso un luogo di lavoro, ma si trovano risorse per iniziative di scarso rilievo o di discutibile priorità, allora il problema non è soltanto economico: è una questione di scelte. E le scelte raccontano sempre da che parte si sta.

Qui non si tratta di essere contro gli eventi. Si tratta di stabilire una gerarchia minima di responsabilità. Prima vengono la salute, la sicurezza, la dignità dei lavoratori e il rispetto degli utenti. Poi tutto il resto.

I lavoratori non chiedono privilegi. Chiedono normalità. Chiedono che un servizio pubblico venga svolto in ambienti compatibili con la salute delle persone. Chiedono che chi ogni giorno garantisce un’attività essenziale per il Comune non venga lasciato in locali che lo stesso ente riconosce come problematici. Chiedono che la parola “lavoro”, celebrata il Primo Maggio, non sia svuotata del suo significato più concreto.
Ora servono atti, non propaganda. Servono decisioni, non giustificazioni. Serve una sede alternativa immediata, anche temporanea. Serve un cronoprogramma pubblico degli interventi. Serve la tutela sanitaria dei lavoratori. Serve una sistemazione decorosa anche per gli utenti, che non possono continuare ad aspettare sul marciapiede come se il disagio fosse normale amministrazione.

La Festa del Lavoro non può essere una passerella. Non può essere una ricorrenza buona per i discorsi ufficiali e dimenticata il giorno dopo.

A Manfredonia, questo primo Maggio, la domanda è semplice: che valore ha il lavoro se chi lavora viene lasciato in condizioni non dignitose?

La risposta non può più essere rinviata.

Angelo Riccardi

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